L'Istituto per gli studi politici internazionali fa i primi conti sull'emergenza planetaria. La Cina ai tempi della Sars cresceva a ritmi forsennati, oggi non è così e per questo il virus odierno è molto peggio del precedente. E comunque, nessuno è immune dal morbo: se affonda Pechino, il resto del mondo ne pagherà le conseguenze. Purtroppo

Se la seconda economia del mondo ha un nemico in questo momento, quello è il Coronavirus. Capace di infettare il Pil del Dragone, che non a caso, dicono le stime più aggiornate, crollerà verticalmente nel primo trimestre dell’anno. Peccato che le vittime eccellenti non siano finite qui, perché anche il resto del mondo dovrà ingoiare il suo boccone amaro. I primi conti sull’emergenza Coronavirus, nel giorno in cui, tra lo scetticismo dell’Oms, Pechino annuncia di aver trovato due antidoti al morbo, arrivano dall’Ispi, l’Istituto per gli studi politici internazionali.

TRA PIL E CONTAGIO

Secondo la Banca mondiale il Pil cinese oggi è otto volte più grande del 2003, quando il continente fu investito dalla Sars (che costò a Pechino, dati di Standard&Poor’s, circa 25 miliardi di dollari) e da allora la quota della Cina sul Pil mondiale è quadruplicata, passando dal 4 al 16% . In altre parole, la Cina ai tempi del Coronavirus, rappresenta la seconda economia più grande del mondo e un motore chiave della crescita economica globale. Perciò, premette l’Ispi, “qualsiasi fattore negativo la coinvolga si rifletterà anche ad altre latitudini”. Dunque, nessuno escluso. Proprio pochi giorni fa, la numero uno del Fondo monetario,  Kristalina Georgieva, aveva ammesso che “l’epidemia probabilmente rallenterà la crescita economica mondiale nel breve periodo”.

CORONAVIRUS VS SARS

Chiarito che tutto il mondo, o quasi, sconterà gli effetti economici del virus, l’Ispi fa un paragone. Quello con la Sars, l’epidemia che 17 anni fa gettò il Pianeta nel panico. “L’economia cinese sta rallentando”, spiegano dall’Ispi. “E non è colpa del coronavirus, perché già prima dell’epidemia, nel 2019, il Pil cinese si era assestato al 6,1%, ben al di sotto del 6,5% indicato dal partito comunista cinese come il cosiddetto New Normal“. Attenzione però, perché “nel primo trimestre del 2020 potrebbe scendere molto più di quanto non abbia già fatto nel quarto trimestre del 2019”, proprio a causa del virus. Di qui, una constatazione. “Il contesto in cui si sviluppa il coronavirus è profondamente diverso da quello del 2003 con la Sars: allora l’economia cinese veniva da anni di crescita tumultuosa, apparentemente inarrestabile. Oggi, la debolezza pregressa e le sfide interne e internazionali – basti pensare alla guerra dei dazi con Donald Trump e alle proteste a Hong Kong – potrebbero complicare notevolmente la ripresa di Pechino, una volta che l’epidemia sarà fermata”. Tradotto, il Coronavirus lascerà un’eredità più pesante della Sars.

NESSUNO AL SICURO

Il punto è proprio questo. Se Pechino comincia a fare i conti con gli effetti economici dell’epidemia, nel resto del mondo i contraccolpi commerciali sono impossibili da evitare. Tanto per cominciare, c’è la riduzione di esportazioni verso la Cina e il venir meno della spesa turistica dei cinesi all’estero. “Finora”, precisa l’Ispi, “46 compagnie aeree hanno sospeso i collegamenti, causando un calo dei turisti cinesi e, di conseguenza, nelle vendite di prodotti di lusso. Per la prima volta, anche il sistema moda italiano ha previsto un primo trimestre negativo al -1,5 per cento”. Inoltre la chiusura prolungata in molte regioni cinesi, crocevia dell’industria manifatturiera e siderurgica colpirà ulteriormente l’economia mondiale, ovvero le aziende che hanno siti e stabilimenti in loco. Basti pensare che per far fronte alle chiusure prolungate delle ditte produttrici cinesi, aziende come Hyundai “sono state costrette a chiudere i loro stabilimenti per carenza di componenti, mentre Apple ha deciso di chiudere i suoi punti vendita in Cina come misura precauzionale fino al 9 febbraio”.

TUTTI I CROLLI DELLA CINA

Non è difficile passare in rassegna le conseguenze del Coronavirus sull’economia cinese. Non c’è solo il Pil, c’è anche la finanza, la Borsa, le banche. “Nel primo giorno dalla riapertura delle borse dopo il Capodanno lunare”, ricorda l’Ispi, “la borsa di Shanghai ha perso il 7,72% e quella di Shenzhen l’8,41%. I tassi peggiori dal 2015. Intanto la Banca centrale ha iniziato a dispiegare una maxi-iniezione di liquidità per far fronte alle ricadute dell’epidemia sui mercati. Ancora difficile invece, provare a quantificare l’impatto economico complessivo”. Non è tutto.

“Due giorni fa, nel primo giorno di ripresa dopo il prolungamento delle ferie, sono state almeno 24 le province e municipalità cinesi, come Shanghai, Chongqing e il Guangdong, che hanno rinviato la ripresa delle attività economiche e produttive. Si tratta di aree che nel 2019 hanno pesato per oltre l’80% in termini di contributo al Pil della Cina e per il 90% all’export. Di conseguenza, la domanda di petrolio da parte del gigante asiatico è crollata di 3 milioni di barili al giorno, pari al 20% del fabbisogno totale. Si tratta del più severo choc subito dalla domanda di petrolio dalla crisi finanziaria del 2008-09 e del più repentino attacco alle Torri Gemelle”.

PECHINO MENO VICINA? FORSE

Cosa accadrà da qui in avanti dipenderà da quanto rapidamente l’epidemia sarà debellata. Se, per esempio, il tasso di infezione rallentasse e le misure di quarantena fossero revocate, la crescita cinese potrebbe rapidamente rimbalzare, forte delle misure previste dal governo. Ma, avverte l’Ispi, “se al contrario il tasso di infezione dovesse continuare a crescere le misure di quarantena sarebbero quasi certamente estese, con ricadute economiche più significative per tutti”. Si vedrà.

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