Con una lezione al Master dell'Università della Calabria diretto dal prof. Mario Caligiuri l'ex presidente della Camera spiega perché i privati hanno oggi le redini della società digitale. E quale compito rimane per la società civile e la comunità di intelligence

Niente giacca, cravatta e valigetta 24 ore. Meglio abbandonare i vecchi cliché: oggi a gestire la maggior parte di dati e informazioni sensibili non sono più gli 007, ma i privati. Imprese, app, social network hanno preso in mano le redini della rivoluzione cibernetica e oggi gestiscono una quantità di dati ben superiore a tante agenzie di intelligence. Lo ha spiegato il presidente della Fondazione “Leonardo” Luciano Violante, presidente della Camera dei Deputati dal 1996 al 2001, al Master in Intelligence, il primo di questo tipo in un ateneo pubblico italiano e avviato nel 2007 con il sostegno del presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, diretto da Mario Caligiuri.

“Le agenzie di intelligence sono limitate nella raccolta delle informazioni mentre le persone forniscono inconsapevolmente tutti i propri dati personali ai privati, tanto che le nostre vite sono già in mano ad altri” ha detto Violante. È la regola-base della società digitale, dove “la percezione e l’apparenza sono molto diverse dalla realtà”.

Due celebri quadri di Bruegel il Vecchio, “La caduta di Icaro” e “La salita al Calvario”, sono stati usati da Violante per spiegare i rischi profondi della società digitale, che “invita a guardare e non a pensare, a guardare e non a leggere”.

La prima conseguenza tocca da vicino il mondo dell’informazione. La rete ai tempi della globalizzazione abbatte le barriere della comunicazione. Ma dietro l’ebbrezza di un dialogo apparentemente paritario e dello scambio continuo di opinioni si cela il rischio di eliminare la verità. “La Rete promuove il principio di somiglianza e non quello di rappresentanza, scardinando un principio decisivo della democrazia. Non a caso, nella società digitale il leader è quello che vanta più follower, che si ottengono rispondendo alla domanda su cosa piace e non su quello che è giusto, in un contesto in cui i desideri diventano diritti”.

La società digitale, ha detto l’ex presidente della Camera, è “decentrata, depersonalizzata e monoculturale, poiché rappresenta una bolla in cui si ritrovano tutti quelli che la pensano allo stesso modo. Si configura così una società dell’anonimato in cui si propende a non assumersi le responsabilità delle opinioni che si esprimono”.

Bisogna dunque fare attenzione a porre sullo stesso piatto rivoluzione digitale e democrazia. Non sempre infatti le due cose coincidono. Anzi. “Nella società digitale il potere è opaco e il cittadino è trasparente, invertendo quanto accadeva nella società analogica – ha detto il presidente della Fondazione Leonardo – in tale contesto i rischi sono rilevanti, poiché quello che conta non è l’informazione, ma la creazione delle opinioni. Questa circostanza è stata confermata anche dal referendum sulla Brexit e dalle ultime elezioni in Turchia, dove, in entrambi i casi, vengono manipolati soprattutto i cittadini dei piccoli centri che hanno meno pensiero a disposizione”.

Non c’è però da essere disfattisti, ha precisato Violante. La società digitale avrà anche archiviato quella analogica, ma non può soffocare del tutto un’altra, più robusta e antica forma di società: la società civile. “Sta emergendo un fenomeno nuovo, rappresentato dalla rivincita della realtà, come dimostrano le vicende dei gilet gialli in Francia, le contestazioni anticinesi ad Honk Kong e le rivolte del Sudamerica. Tutti casi di ribellione al meccanismo digitale attraverso la presenza del corpo”.

In definitiva, ha chiarito il presidente, l’uomo, rebus sic stantibus, non rischia di finire surclassato dalle tecnologie emergenti, purché impari a governarle. È il caso dell’invenzione che più di tutte promette di rivoluzionare la quotidianità: l’Intelligenza artificiale. “È utile il confronto tra l’uso dell’intelligenza artificiale nella medicina e nella giustizia, poiché dimostra che essa non sostituisce solo i lavori ripetitivi ma anche quelli ad alto tasso intellettuale – ha detto Violante al master di Caligiuri – in particolare nella medicina l’accumulo dei dati favorisce un’indagine più accurata ma occorre rimanere costantemente vigili poiché il rischio delle distorsioni delle informazioni è ancora elevatissimo”.

Né la disponibilità delle leve digitali in capo ai privati delegittima o priva di scopo la comunità di intelligence, ha concluso Violante. Anzi, proprio oggi i membri di quella comunità assumono un compito di vigilanza e controllo prima sconosciuto. A cominciare dal controllo della libertà di opinione, che, nonostante le apparenze, più di tutte rischia di finire soffocata dal flusso continuo di informazioni, il caso di Cambridge Analytica un monito eloquente.

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