Spostare la manifattura nazionale nei Paesi a basso costo è evidentemente stato un autogol, e oggi ne paghiamo le conseguenze. Se avessimo prodotto mascherine qui in Italia, oggi non staremmo a fare la fila con gli altri Paesi europei. Cure e vaccino? Ecco a che punto siamo. Conversazione con il presidente della Fondazione Toscana Life Sciences Fabrizio Landi

Le misure adottate dall’Italia per la gestione del coronavirus sono, come sancito dalla stessa dall’Organizzazione mondiale della sanità, un esempio per il mondo occidentale. Alcune politiche messe in campo nei decenni passati, però, soprattutto in campo industriale, rischiano di minare i risultati raggiunti. Ne è convinto Fabrizio Landi, presidente della Fondazione Toscana Life Sciences, che in questa intervista racconta a Formiche.net capacità e ostacoli dell’industria farmaceutica in Italia e fa un aggiornamento sulla ricerca di cure per la lotta al coronavirus.

L’industria farmaceutica e biomedicale italiana rappresenta un’eccellenza nel panorama internazionale. Che ruolo possiamo avere nella lotta al coronavirus?

Parliamo di farmaceutica, ma prima ancora di biomedicale, dove la manifattura – in cui l’Italia da sempre si distingue per grandi capacità – ha un ruolo prioritario. Il nostro Paese è sempre stato particolarmente attivo in questo settore, sino alle politiche di sfrenata delocalizzazione degli ultimi decenni, quando alla ricerca di costi sempre più bassi abbiamo iniziato a produrre qualunque cosa – e dunque anche i prodotti biomedicali– fuori Schengen. Fino a trent’anni fa producevamo, per citare i dispositivi di cui oggi avremmo maggiore bisogno, respiratori e ventilatori, oggi ci rimane solo una piccola azienda con 35 dipendenti su tutto il suolo nazionale.

Trent’anni fa quindi sarebbe andata diversamente?

Non so su altri piani, ma sicuramente su questo sì. Spostare la manifattura nazionale interamente nei Paesi a basso costo, in Estremo Oriente, è stato un autogol, e oggi ne paghiamo le conseguenze. Ad ogni modo, non ha particolare senso guardarsi indietro, ma può averlo imparare dagli errori e capire che alcuni effetti della globalizzazione, fra cui questo, possono essere dannosi e potenzialmente mortali. E iniziare, una volta rientrata la crisi, ad agire diversamente… Ma è un tema che non riguarda solo la sanità, ma l’industria in generale.

Come?

Bisognerebbe completamente ripensare le regole del Wto e delle procedure d’acquisto, magari mantenendo sempre una percentuale della manifattura sul territorio nazionale. Se avessimo prodotto mascherine qui in Italia, oggi non staremmo a fare la fila con gli altri Paesi europei. Mi auguro che da domani, magari, le gare nel settore sanitario possano prevedere una quota – se non la totalità – esclusivamente per i produttori italiani o europei, cosa che oggi non sarebbe permessa. Ricordiamoci che quasi tutte le gare pubbliche adesso si basano sul criterio del massimo ribasso…

E ci possiamo sperare, secondo lei?

Diciamo che ci siamo scottati, per cui direi proprio di sì. Bisogna saper apprezzare – e sfruttare – le proprie competenze, risorse e capacità. Pensiamo all’azienda tedesca che sta lavorando sul vaccino per il coronavirus. Gli Stati Uniti – ovviamente con un approccio tipicamente trumpiano, secondo cui tutto è in vendita, purché si paghi bene – vorrebbero comprare l’intera l’azienda, che ovviamente ha declinato l’invito.

La Germania non è in vendita, ha risposto il ministro dell’economia tedesco…

Com’è giusto che sia.

E questo ragionamento del Made in Italy vale per tutti i settori?

Sì, ma in particolar modo per quelli strategici. In quello della difesa, ad esempio, si sa da sempre che sarebbe una follia produrre all’estero. Per quello della sanità, invece, non ci è arrivato nessuno. Ma vedrà che la lezione servirà a tutti.

A posteriori però la soluzione serve a poco, forse la classe dirigente avrebbe dovuto pensarci prima…

Vero, ma il problema – ci tengo a sottolinearlo – non riguarda solo l’Italia, ma anche gli altri Paesi europei e persino gli Stati Uniti. Abbiamo sbagliato tutti. Un produttore americano di mascherine molto grosso, ad esempio, ha tutte le fabbriche in Cina. Inutile dire che il capodanno cinese prima e la diffusione del coronavirus poi hanno bloccato la produzione per cinque settimane. E ora si trovano senza mascherine.

Coronavirus e vaccino. Chi ci è davvero vicino?

Intanto, ci stanno lavorando in tantissimi. A quanto ne so io, però, ci sono tre attori che possono essere considerati più avanti degli altri. Il primo è un gruppo tedesco, la Curevac, che sta lavorando con l’Istituto superiore di sanità tedesco. Il secondo è la statunitense Moderna, che sta facendo i primi test sull’uomo, e che tra l’altro nasce proprio da un gruppo di persone che lavoravano a Siena. E il terzo è l’israeliana Migal, che ha riferito di essere vicinissima al vaccino.

E in Italia ci si sta lavorando?

Certo. Fra gli altri, Irbm, un gruppo di Pomezia che sta collaborando con l’Università di Oxford, ma anche l’incubatore per le bioscienze situato a Castel Romano, precedentemente focalizzato sui vaccini in ambito tumorale.

Di che tempi parliamo?

I tempi per i vaccini sono sempre lunghi, anche se le autorità hanno assicurato che ridurranno al massimo le tempistichei di approvazione. Entro un anno potremmo farcela.

Usa il condizionale, perché?

Perché un vaccino è sempre un’incognita. Magari pensiamo di averlo trovato, lo testiamo sui pazienti e qualcosa non funziona.

Parliamo invece di cura. Sappiamo che ci sono diverse strategie di intervento e c’è chi addirittura parla, in Cina, di trasfusioni di plasma fra guariti e malati…

Allora, facciamo chiarezza. Per quanto riguarda la cura sono state intraprese tre strade. La prima è quella di provare con farmaci già utilizzati per altre patologie. È una strategia molto utilizzata negli ultimi anni. Pensi, ad esempio, all’aspirina. Vent’anni fa si usava per l’influenza, oggi un suo effetto collaterale, e cioè la fluidificazione del sangue, viene sfruttato per prevenire l’infarto.

Quali sono, però, queste cure?

Ci sono due filoni. Il primo è quello degli antivirali, che attaccano il virus. Per il Covid-19, adesso, si sta provando sia con antivirale usato per l’ebola, sia con uno utilizzato per la lotta all’Aids. Li stanno testando negli Stati Uniti e lo stesso in Italia, ad esempio, allo Spallanzani. I risultati sono stati abbastanza buoni, ma non essendo un antivirale mirato, non possiamo essere certi che la regressione del virus dipende dalla sua somministrazione e non da altri fattori.

E poi ci sono i non antivirali?

Esatto, ci sono farmaci, come il Tocilizumab di Roche, che non attaccano il virus ma bloccano l’attività degli intermediari biologici che causano la polmonite. Non curano, dunque, il coronavirus, ma i suoi effetti. Il che è già una cosa positiva, perché è la polmonite ad uccidere, e non il virus in sé. Tra l’altro questa cura ha avuto da pochissimo il via libera dell’Aifa; pur utilizzato già da prima in regime off-label, l’autorizzazione Aifa è sempre un elemento positivo.

Passiamo al secondo filone?

Esatto, questo molto meno clinico e molto più farmaceutico. In questo caso si cerca di sviluppare in laboratorio un antivirale specifico contro il Covid-19. Anche qui ci stanno lavorando in moltissimi, ma inevitabilmente i tempi sono più lunghi di quelli per il vaccino. Il farmaco, infatti, non solo va trovato, ma successivamente bisogna dimostrare che contrasta il coronavirus ma che al contempo non ha effetti collaterali peggiori della malattia che va a curare.

Infine, la terza via…

Questa ha una tempistica intermedia e si basa su un concetto più naturale. Il paziente guarito autonomamente, e che ha dunque sviluppato una quantità sufficiente di anticorpi specifici per questo virus, funge da “cura”. I clinici identificano l’anticorpo giusto, lo ingegnerizzano e lo iniettano nei malati. È la soluzione meno invasiva, ma al contempo non può essere considerata al pari di una vaccinazione.

Perché?

In primis perché non possiamo iniettare anticorpi nel corpo di una persona all’infinito e in secondo luogo perché il paziente, pur essendo guarito grazie agli anticorpi iniettati, non ne ha sviluppati di suoi.

Una domanda sui tamponi. Strategia giusta?

Strategia giusta, sì. Anche perché, al di là delle difficoltà logistiche e dei costi economici che comporterebbe fare il tampone a tutti, non stiamo considerando che si tratta di una misura istantanea.

Ci spieghi meglio…

Se il risultato è positivo, la strada da percorrere è univoca. Ma se è negativo, lo è solo per quell’istante, perché il virus può essere contratto in qualunque momento di lì in avanti. Si è negativi, sì, ma in maniera assolutamente non definitiva. Inoltre, l’affidabilità dei tamponi non è ancora ottimale, poiché la fase di analisi è affidata interamente all’azione umana. È chiaro, tra l’altro, che un biologo travolto dai tamponi, dopo otto ore trascorse in laboratorio, avrà un margine di errore più ampio. In futuro, invece – e parlo di poche settimane – arriveranno sul mercato alternative più economiche, veloci e affidabili. Allora il discorso sarà diverso.

Si dice che i contagiati siano molti di più di quelli stimati. Conferma?

Non sono io a confermarlo, sono i numeri. Basti pensare all’esperimento fatto da Zaia a Vo’, che fatto il tampone a tutti gli abitanti, dimostrando l’elevato tasso di positivi. Questo da un lato dimostra che bisogna stare attenti, e rispettare le misure di distanziamento sociale anche in caso di assenza di sintomi. Dall’altro conferma una letalità del virus molto più bassa di quanto statisticamente dimostrato sinora.

Proprio ieri l’Oms ha definito l’Italia un esempio virtuoso per i vicini europei. Un riconoscimento che meritiamo da tempo?

Assolutamente sì. Sicuramente verrà fuori, come sempre, che si poteva far meglio, ma il nostro Paese vanta le migliori politiche di contrasto al coronavirus di tutto l’Occidente.

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