Se è necessario acquisire risorse aggiuntive per il sistema economico, la strada del prelievo coattivo di qualsiasi natura non è la migliore. Meglio sollecitare la spesa e l’investimento delle famiglie a valere sulle giacenze bancarie

La recessione provocata dalla pandemia virale si innesta sulla stagnazione economica. Per uscir fuori dalla più grave crisi dal dopoguerra si mettono in campo misure finalizzate a garantire liquidità alle imprese, alleggerimento fiscale, domanda pubblica aggiuntiva, sulla base di interventi finanziati a livello nazionale e europeo. Nel contempo si prospetta la possibilità di una patrimoniale, di contributi straordinari, di un prelievo coattivo o di un prestito forzoso, per garantire risorse immediatamente spendibili da immettere nel sistema. La strada degli interventi “forzosi” è stata già battuta in passato, ai tempi del prelievo del 6 per mille sui conti correnti, deliberato dal governo Amato nel 1992, in una situazione di grave emergenza finanziaria. Oggi si ripropongono ipotesi simili in un contesto altrettanto drammatico.

Se è davvero necessario acquisire risorse aggiuntive per il sistema economico, ipotesi di emissione di titoli pubblici “speciali” destinati al finanziamento del debito incontrano i limiti di mercato, i rischi dello spread e i vincoli derivanti dalle regole finanziarie. Mentre la strada del prelievo coattivo, di qualsiasi natura, è intrinsecamente negativa: qualsiasi sottrazione di risorse alle famiglie e/o alle imprese opera in senso opposto al sostegno della domanda e induce sentimenti di paura tra i consumatori, riducendo ulteriormente la propensione alla spesa.

Inoltre i fondi acquisiti con emissioni di debito e prelievi forzosi non entrano immediatamente sul mercato e devono attendere i tempi necessari a consentire alla macchina amministrativa, per quanto con procedure accelerate, di selezionare i contraenti pubblici o adottare misure di sostegno al reddito di persone fisiche e giuridiche, per poi giungere alla fase dell’erogazione effettiva dei fondi. È quindi preferibile raggiungere gli stessi obiettivi evitando l’intermediazione dello Stato. Come fare?

Si potrebbero incentivare fiscalmente investimenti nel crowdfunding di consorzi privati o misti pubblico/privato, finalizzate alla realizzazione di progetti di sviluppo infrastrutturale e tecnologico, garantiti dallo Stato e supportati da normative emergenziali. I mancati introiti fiscali sarebbero compensati, in tutto o in parte, dai benefici socioeconomici dell’immissione dei corrispettivi sul mercato italiano e dal prelievo fiscale sulle operazioni a valle del finanziamento, calcolate con un effetto moltiplicatore. Le tematiche inerenti gli aiuti di Stato potrebbero essere superate da un accordo europeo connesso alla fase di crisi, come già avvenuto per settori strategici.

Inoltre si potrebbe operare sulla propensione al consumo, seppure in una fase di crisi nella quale le persone sono naturalmente portate a non spendere e assumere posizioni “difensive”. A tal fine il volano di riferimento può essere quello delle giacenze bancarie e postali. Secondo i dati Censis, nel 2018 la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è stata di 4.218 miliardi di euro. I dati aggiornati a fine 2019, secondo le stime attuali, sono analoghi. La quota complessiva di contanti e depositi nelle mani delle famiglie nel 2018 ammonta a circa 1.390 miliardi di euro (il 33,0% del totale del portafoglio, con un +13,7% dal 2008), a fronte del 6,9% di titoli obbligazionari. La liquidità in mano alle famiglie, anche scontata la quota detenuta in contanti, ha un tale dimensione da suggerire interventi finalizzati ad aumentare la propensione al consumo a valere sui depositi bancari e postali, al fine di sostenere la domanda interna di beni e servizi.

In questo quadro si potrebbero prevedere forme di incentivazione della spesa privata, fondate su detassazione Iva e/o deduzione fiscale, parziale o totale, degli acquisti di beni e servizi “straordinari”, effettuati sul mercato italiano per un controvalore superiore a quello di una percentuale della giacenza, in modo da sollecitare l’impiego di fondi oltre detta soglia, fino a un “tetto” predeterminato. Si tratterebbe cioè di estendere regimi fiscali speciali da operazioni individuate materialmente (ristrutturazioni e simili) a operazioni definite economicamente, sollecitando un consumo aggiuntivo esuberante una quota base della giacenza. Anche in questo caso le problematiche di compatibilità europea appaiono non ostative o comunque superabili nel contesto di crisi.

Tali misure:

– eviterebbero interventi coattivi “depressivi”;

– limiterebbero il ricorso a emissioni di debito pubblico aggiuntivo per il finanziamento di interventi a sostegno della domanda interna di pari valore, con oneri rilevanti e rischi sul versante dello spread;

– finanzierebbero progetti produttivi e innovativi in una logica di rilancio e crescita;

– indurrebbero una sollecitazione all’investimento e alla spesa di quota parte della liquidità giacente, a favore di beni e servizi di consumo non ordinario, in modo tale da aggiungere e non sostituire consumi che sarebbero stati comunque affrontati nel periodo con il reddito prodotto medio tempore, con un riferimento a spese di valore superiore a una soglia della giacenza media idoneo a sollecitare spese aggiuntive proporzionate alle disponibilità liquide del soggetto;

– non comporterebbero oneri fiscali, perché attiverebbero flussi che altrimenti sarebbero restati giacenti e non produttivi di introiti per il fisco, salva l’esigua tassa sui depositi;

– produrrebbero gettito, per l’imposizione delle attività connesse al crowdfunding, delle spese aggiuntive sotto la soglia oltre la quale subentra l’incentivo fiscale, degli introiti dei fornitori di tali spese;

– darebbero sostegno all’economia reale attraverso l’aumento della domanda interna e l’immissione di liquidità aggiuntiva, valorizzando al massimo l’effetto “molla” successivo alla compressione dei consumi nella fase dell’emergenza.

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