Ue, contro la disinformazione serve una commissione speciale. Parla Benifei (Pd)

Ue, contro la disinformazione serve una commissione speciale. Parla Benifei (Pd)
Diversi segnali fanno pensare che all'interno dell'Unione europea l'azione di propaganda cinese sul coronavirus – aiuti e diffusione – è letta in modo negativo. Benifei (MEP, Pd): “Commissione speciale sulla disinformazione”. Hayton (Catham House): “ Le autorità cinesi sono molto brave a catturare l'agenda delle notizie con gesti drammatici”

L’Unione europea è piuttosto a disagio con il modo con cui la Cina ha gestito l’assistenza fornita a diversi Paesi Ue per combattere il coronavirus. L’informazione è messa nero su bianco in un’analisi dell’European Council on Foreign Relations, in cui il direttore del “Programma Europa” del think tank paneuropeo scrive che una delle maggiori cause di irritazione dell’Ue nei confronti della Cina è nel modo di diverso di affrontare il capitolo aiuti tra l’Ue e la Cina.

A gennaio, quando la Cina ha ricevuto circa 70 tonnellate di apparecchiature mediche dall’Unione, “Pechino ha esplicitamente chiesto discrezione”. I leader europei, racconta Nicu Popescu, si sono mossi “con cautela attorno all’ego di Pechino e senza trasformare l’aiuto medico in una campagna di pubbliche relazioni”, solo che con due mesi di distanza si sono trovati “nella linea di fuoco” della propaganda cinese. Pechino sembra voler usare gli aiuti inviati in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, anche come una grande campagna di pubbliche relazioni, a cui abbinare anche un’idea revisionista per smarcarsi dalla crisi. Foreign Policy scrive apertamente che gli aiuti all’Italia non sono altro che un’operazione di information warfare (ossia di guerra informativa, attività con cui si cerca di diffondere la disinformazione e alterare ricostruzioni di eventi e situazioni in modo pianificato e militarizzato).

Secondo uno studio condotto da Formiche.net insieme a Lab R&D di Alkemy, in collaborazione con Deweave, Luiss Data Lab e Catchy, il 46,3 per cento dei post su Twitter pubblicati tra l’11 e il 23 marzo con l’hashtag #forzaCinaeItalia, quasi la metà, è stata generata da bot, account automatizzati creati con il preciso scopo di fare da cassa di risonanza. “La Cina sta cercando di riscrivere la narrativa del coronavirus per i suoi scopi domestici. Sta cercando di sottolineare al popolo cinese che il modello cinese, fatto di autoritarismo e controllo statale, è l’unico a funzionare”, ha spiegato su queste colonne Philippe Le Corre dell’Harvard Kennedy School.

L’argomento è stato affrontato anche dall’European Union External Action Service (Eeas) che ha analizzato come la propaganda di alcuni Paesi, su tutti la Russia e la Cina appunto, stia sfruttando la crisi prodotta dalla pandemia in Europa – in modo particolare in Italia, ma non solo – per spingere interessi di politica estera sostanzialmente indirizzati alla disarticolazione dell’Ue, al debilitare la fiducia con cui i cittadini dei vari paesi guardano alle istituzioni comunitarie e creare aspetti divisivi sia tra le opinioni pubbliche che nella classe politica. Controllare la narrazione e minare l’Ue sono gli obiettivi di Russia e Cina, spiega un report aggiornato a martedì 31 marzo dell’East Stratcom, che chiede anche maggiori sforzi ai big digitali su questo campo.

Un interesse particolare riguarda il quadro dei rapporti transatlantici. Per esempio, il 23 marzo l’account ufficiale dell’ambasciata cinese a Parigi rilanciava delle teorie cospirazioniste secondo cui il coronavirus era stato creato dagli Stati Uniti. Una questione iniettata tra i social network da Zhao Lijian, vicedirettore del dipartimento Informazioni del ministero degli Esteri cinese (la teoria, senza prove, è stata ripresa anche dall’ultra-nazionalista teorico delle cospirazioni russo Alexander Dugin nel suo Geopolitica). Notizie che rimbalzano velocemente online, prendono vento e diventano un’alternativa perfino credibile al mainstream – sfruttando anche un contesto psicologico ulteriore, una debolezza prodotta dall’isolamento imposto dalle misure di social distancing.

Sul sito dell’Eeass, l’ufficio per le Comunicazioni strategiche dell’Ue ha scritto che “la Cina sta spingendo in modo aggressivo il messaggio che, a differenza degli Stati Uniti, è un partner responsabile e affidabile. Nella battaglia delle narrazioni abbiamo anche assistito a tentativi di screditare l’Ue in quanto tale e alcuni casi in cui gli europei sono stati stigmatizzati come se tutti fossero portatori del virus”. Pr esempio: il Global Times, un sito controllato dal Partito comunista cinese, il 22 marzo ha fatto capire in un tweet che esisterebbe un report secondo cui il virus potrebbe essersi originato in Lombardia, la provincia italiana più colpita. Il media cinese non ha fornito prove (anche perché non ce ne sono in circolazioni).

In questi giorni trentanove eurodeputati hanno scritto una lettera aperta indirizzata al presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e all’Alto rappresentante, Josep Borrell, per metterli in guardia da una nuova ondata di “disinformazione e propaganda” di matrice prevalentemente russa e cinese sulla scia della pandemia di coronavirus. Tra i sottoscrittori non ci sono italiani.

Il quadro europeo sulla Cina potrebbe subire delle revisioni vista l’aggressività propagandistica che Pechino ha dimostrato in questa fase? “La questione della disinformazione e delle influenze straniere sui nostri processi democratici è estremamente seria”, spiega a Formiche.net Brando Benifei, capo delegazione del Partito democratico all’Europarlamento. “Sono uno dei maggiori sostenitori del progetto (oggi ovviamente in stand-by ) di una Commissione speciale del Parlamento europeo su questi temi. Non credo servano lettere dal sapore strumentale, che rischiano di politicizzare la questione, penso invece che dobbiamo agire uniti. Stiamo assistendo a forze che, mentre ci troviamo a gestire la crisi del coronavirus, in maniera organizzata denigrano l’azione dell’Unione europea per perseguire i propri interessi. Anche per questo è fondamentale trovare una risposta comune alla sfida Covid-19, per evitare di dare argomenti a metodi e messaggi di propaganda di questo tipo”.

Intervistato dal Corriere della Sera e altri media europei, il commissario francese Thierry Breton (che a Bruxelles si occupa di Mercato interno, Industria, Digitale, Difesa e Spazio, temi molto vasti) dice che non è da escludere che “vedremo aziende con lo stato nel loro capitale” perché in questo momento critico “dobbiamo proteggere le nostre imprese dai predatori”. L’emergenza sanitaria impone una messa in sicurezza del tessuto industriale da potenziali speculazioni dall’esterno (pensare agli interessi cinesi, visto la quantità di asset che Pechino ha già mobilitato in Europa è una conseguenza logica).

Un dibattito simile avviene anche in Italia: Enrico Borghi, parlamentare del Pd e membro del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) ha proposto che “i poteri dello Stato in materia di protezione dell’interesse strategico nazionale [vengano] estesi in fretta e bene, sia in profondità che in allargamento. L’emergenza in corso, fra le altre cose, ci sta regalando una severa lezione, che mette in profonda discussione alcuni presupposti quasi ideologici di un passato abbattuto dall’epidemia”.

Nei giorni scorsi, Spagna, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, ma anche la Georgia, hanno avuto problemi con le forniture di materiale sanitario arrivato da aziende cinesi. Non erano adeguati gli standard, alcuni test per il SarsCoV2 non funzionavano, e i carichi sono stati rinviati al mittente (150mila test rapidi prodotti dalla Bioeasy di Shenzen sono stati rispediti in Cina dalla Repubblica Ceca; e spiega El Pais che gli spagnoli si sono accorti che l’affidabilità dei kit era del 30 per cento, differentemente dall’80 richiesto. Ossia, non ha senso usarli). Secondo diverse analisi, la Cina sta cercando di riconvertire la sua industria nei campo medico-sanitari connessi alla pandemia per spingere una ripartenza veloce, che diventerebbe un indubbio vantaggio strategico.

“Le autorità cinesi sono molto brave a catturare l’agenda delle notizie con gesti drammatici come la donazione di mascherine o la firma di accordi di investimento dal suono impressionante. Tuttavia, in molti casi i paesi europei sono rimasti delusi”, commenta con Formiche.net Bill Hayton, associated research fellow al programma Asia-Pacifico della Catham-House. “Alcuni impegni di investimento — aggiunge Hayton — non sono stati rispettati e, come abbiamo visto di recente, alcune forniture sono state al di sotto degli standard. Penso che simili incidenti stiano lentamente cambiando la percezione europea della Cina. Ciò è stato aggravato dalle azioni e dalle dichiarazioni di alcuni diplomatici cinesi (come l’ambasciatore in Svezia) che sono stati molto ostili nelle sue dichiarazioni pubbliche. La Cina dovrebbe essere un partner importante per l’Europa, ma molte delle azioni attuali della leadership di Pechino stanno minando la fiducia e rovinando la prospettiva di relazioni amichevoli”.

 

ultima modifica: 2020-04-01T09:20:43+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

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