Conversazione con Luigi Bobba, già presidente delle Acli e sottosegretario al Welfare. "Per far fronte al coronavirus servono le istituzioni, ma anche il capitale sociale. In Italia almeno un milione e mezzo di persone sono disponibili a dare una mano"

“Certamente servono un sistema sanitario robusto, ingenti risorse finanziare, Protezione civile ed Esercito per far fronte a una pandemia, ma tutto questo non basta”. Con queste parole Luigi Bobba, già presidente delle Acli e già sottosegretario al Welfare, spiega a Formiche.net quanto sia importante la partnership fra Stato e rete di volontariato. “In questi giorni i provvedimenti del governo hanno trattato l’emergenza sanitaria e quella economico-finanziaria, ma c’è un’emergenza sociale più nascosta e a tratti invisibile che se non curata avrà costi altissimi”.

È difficile riuscire a trovare degli aspetti positivi nella drammatica situazione che stiamo vivendo. Eppure stiamo assistendo a un risveglio della coscienza collettiva sociale e a uno slancio di solidarietà dai rari precedenti. Condivide?

Come sempre la crisi porta con sé il dolore della sofferenza, ma è al contempo occasione per prendere decisioni, cambiare rotta, invertire direzione di marcia, scegliere bene la stella polare da seguire. Citando lo scrittore Erri De luca, il futuro del fiume non è nella sua foce, ma nella sua sorgente e in un certo senso in tempi di crisi accade come per i salmoni che, controintuitivamente, risalgono la corrente per depositare le uova. In questo senso, la crisi ci consente di sbloccare situazioni precostituite, di riflettere, e soffermarci non solo sulla cura di noi stessi, ma anche dell’altro e della Terra. Sono fattori essenziali per costruire una convivenza, per dirla come papa Francesco, più fraterna e solidale.

Come?

Rifuggendo a due tentazioni: pensare che con la crisi tutto verrà travolto e dunque arrendersi o immaginare che dopo la crisi vi sarà automaticamente un cambiamento e una rigenerazione, come fosse la crisi in sé una catarsi per cui sarà sufficiente attendere che questa passi per affacciarsi a un mondo nuovo.

In una recente intervista ha “preso in prestito” la famosa metafora di Churchill sulla flotta di zanzare. Nella famosa battaglia di Dunkerque infatti, nonostante l’impegno della Marina reale, furono i civili e i pescatori a salvare la situazione. Può accadere lo stesso, oggi? Saranno le persone e la solidarietà del singolo, che diventa comunità, a fare la differenza?

La metafora che ho ripreso ha esattamente questo significato. Il termine “flotta delle zanzare”, che fu una brillante intuizione di Winston Churchill, suggerisce che i cacciatorpedinieri della Marina hanno contribuito alla vittoria della battaglia, ma nella stessa misura in cui lo fecero quella miriade di imbarcazioni di civili, da diporto, mercantili e da pesca che in quel contesto potevano essere più agili, perché riuscivano a raggiungere le spiagge e caricare i soldati, e veloci, perché nella notte potevano muoversi senza essere visti. Senza di loro, Dunkerque sarebbe stata una debacle.

Quindi sì ai cacciatorpedinieri, ma accompagnati dalle piccole imbarcazioni?

Esatto. Certamente servono un sistema sanitario robusto, ingenti risorse finanziare, Protezione civile ed Esercito per far fronte a una pandemia, ma tutto questo non basta. Serve anche il capitale sociale, spesso invisibile o non riconosciuto, fatto dalla miriade di piccole realtà cooperative e solidaristiche che sono nel Dna del tessuto connettivo del Paese. Basti pensare a quanto è accaduto con il bando per medici e infermieri della Protezione civile, che ha ricevuto una risposta nettamente superiore alle aspettative. La responsabilità civica ci consentirà non solo di affrontare i momenti difficili dal punto di vista sanitario, ma anche di curare le ferite sociali che ci porteremo dietro per lungo tempo.

Quindi la necessità di volontari non attesta una carenza dello Stato, ma più una capacità del Terzo settore di arrivare dove, per sua natura, lo Stato non può arrivare?

Guardi, quello che le istituzioni possono fare in tal senso è riconoscere e valorizzare le organizzazioni del Terzo settore, che possono dare una mano per non lasciare indietro i più deboli e indifesi. Riconoscere, insomma, il valore di tutti coloro i quali si sentono coinvolti nel perseguimento del bene comune. Proprio nel corso di questa crisi, tra l’altro, in cui ci è stato imposto il distanziamento sociale, è venuto fuori quanto può supportarci la tecnologia. Immaginate l’emergenza Covid-19 senza Rete: ci sarebbe stato ancora più spazio per la paura, la solitudine, il dramma e l’incertezza.

Lei ha invitato a un rafforzamento del volontariato per il prossimo futuro, ma la frenesia della vita quotidiana e il lavoro lasciano sempre meno spazio ad altre attività. Eppure lo stesso papa Francesco ci ha invitati a respingere le categorie del successo e della potenza come obiettivi di vita…

Negli anni passati abbiamo cercato di dare una sorta di quadro normativo e di vestito giuridico comune alle reti associative. Si tratta di un passaggio molto importante perché dà una nuova veste e una nuova visibilità a queste realtà. Dall’altro lato, però, quello che dice è vero e la dimensione lavorativa nelle nostre vite è sempre più totalizzante. Ma questo sta impoverendo la nostra società. Non a caso, diversi studi hanno dimostrato che le società con meno reti sociali e comunitarie sono quelle che presentano un maggior grado di infelicità e una peggiore qualità della vita. Le istituzioni devono quindi investire sulla libertà dei propri cittadini di dedicare del tempo alle reti sociali. Non si tratta di una spesa improduttiva, ma di un investimento che può dare grandi frutti.

Da dove iniziare?

Intanto, dedicandovi il giusto spazio. In questi giorni i provvedimenti del governo hanno trattato l’emergenza sanitaria e quella economico-finanziaria, ma c’è anche un’emergenza sociale più nascosta e a tratti invisibile – e il caso delle case di riposo è solo la punta dell’iceberg – che ci suggerisce che se non curiamo questa emergenza sociale i costi che ne deriveranno saranno giganteschi. E non ricadranno solo sul sociale, ma anche sull’economia e sulla sanità. Ecco perché auspico un terzo canestro di questi provvedimenti che sia dedicato all’emergenza sociale e a come mobilitare al meglio le strutture dello Stato dedicate al campo socio-educativo e socio-assistenziale.

Abbiamo visto però, e probabilmente non se ne è parlato abbastanza, che la crisi e le regole imposte hanno lasciato indietro i più indifesi, la gente sola, i senza fissa dimora, ma anche chi è costretto a convivere con gravi problemi di salute o mentali…

Concordo, e per questo ho proprio di recente messo in luce la necessità di lanciare una piattaforma nazionale per agganciare e mobilitare quanti vogliono dare la propria disponibilità – quantificati dall’Istat in 1,5 milioni di persone – per le attività di volontariato, anche saltuaria e occasionale.

Far incontrare domanda e offerta, insomma?

Esatto, e potrebbe essere uno strumento utile per questa crisi che però potrà tornare utile anche in futuro. C’è tanta gente che vuole dare una mano, bisogna solo dargliene modo. Magari si potrebbe pensare anche a un bando straordinario, per i giovani del servizio civile. Ma forse, per fare questo, c’è bisogno anche di un cambiamento del linguaggio. C’è una cosa che ha detto il monaco della comunità di Bose Guido Dotti che mi ha colpito molto, proponendo di uscire dalla metafora e dal linguaggio bellico, usati anche da me, e adottare quello della cura, una cura che avvenga sul piano lavorativo, economico, finanziario, sanitario, ma anche sociale, curando le ferite e le paure dei soli, degli emarginati, degli esclusi.

Qualcosa si è mosso, ad oggi, da parte delle istituzioni?

Qualcosa sì. Il governo ha di recente inviato alle Camere un Dpcm con il quale si propone di snellire e agevolare il pagamento del cinque per mille, andando a recuperare non solo quello del 2018 ma anche quello del 2019. È una cosa importantissima perché è adesso che ce n’è maggiore bisogno e le tempistiche abituali per l’erogazione, pari a circa due anni, sono anacronistiche, soprattutto in condizione di emergenza come quella attuale.

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