I cittadini si raggruppano attorno a chi può gestire la crisi, ma niente è per sempre, e passata la tempesta per i leader arriverà il momento della verità. Il commento di Magri (Ispi) e Sensi (Pd)

Il premier inglese Boris Johnson è fuori dalla terapia intensiva, le sue condizioni stanno migliorando. BoJo è il primo dei leader globali a provare sulla sua stessa persona gli effetti del Covid-19, la sindrome prodotta dal coronavirus Sars-Cov2. E sarà interessante vedere come questa esperienza passerà sui sondaggi: possibile un effetto amplificatore di un trend che ha già visto salire l’approval dell’inglese appena prima che finisse in ospedale di 16 punti rispetto alle rilevazioni pre-Natale: “Le persone si radunano attorno al loro leader in una crisi”, spiega Ben Page di Ipsos Mori al Washington Post – “Abbiamo bisogno di te, Boris, la tua salute è la salute della nazione”, ha scritto la columnist del Telegraph Allison Pearson.

Johnson ha un consenso del 52 per cento, qualcosa di unico in Gran Bretagna, dove l’apprezzamento dei cittadini di solito parte rapidamente dopo le elezioni. Un altro leader che sta seguendo un rally nei consensi molto intenso è Donald Trump. Il presidente americano è alle prese con l’enorme crisi prodotta dall’epidemia – gli Usa sono il il Paese con più vittime, e sono già il più colpito. Nonostante Trump non abbia affrontato la situazione con fermezza fin dall’inizio, il suo approval è cresciuto. L’ultima rilevazione di Gallup lo dava al 49 per cento, un dato fondamentale se si considera la crisi e il periodo pre-elettorale. I sondaggi più recenti, mediato da RealClearPolitics, lo vedono in calo, ma comunque su valori superiori a quelli dei suoi predecessori in questa fase dell’amministrazione.

E nel quadro americano va registrata anche la sofferenza tecnica del contender democratico, Joe Biden, che seppur favorito per novembre è costretto a gestire la campagna per Usa2020 via Zoom. Ossia senza essere presente tra le persone. Al contrario, c’è la crescita di consenso del governatore newyorkese Andrew Cuomo, che tutti i giorni va in conferenza stampa a spiegare ai suoi cittadini le azioni che sta compiendo contro la crisi nel suo Stato – uno dei luoghi più colpiti del mondo – e ora ha numeri monstre: all’87 per cento (dato del Siena College). E lo stesso vale per i governatori del Wisconsin e del Michigan.

“In una situazione eccezionale come quella che stiamo vivendo le persone cercano risposte, se possibile chiare ed efficaci. Questo porta, almeno sul breve periodo, a bypassare la politica politicante, le sue polemiche, le sue soluzioni, le sue proposte, e ad affidarsi a chi detiene il potere, prima ancora che la sua responsabilità”, spiega a Formiche.net Filippo Sensi, dal 2014 al 2018 portavoce e capoufficio stampa del presidente del Consiglio dei ministri (prima Matteo Renzi e poi Paolo Gentiloni).

“Il leader è il presidente, il sindaco, il governatore, chi può dare risposte chiare ed efficaci, chi ne ha la titolarità, prima ancora che la possibilità. Questo spiega, sempre sul breve termine, il perché del consenso che arride alle attuali leadership (alle persone prima ancora che al loro operato)”, aggiunge Sensi.

Si creano nuovi, inconsapevoli patti sociali, le leadership guadagnano in mezzo alla tempesta: poi serviranno conferme. “Questo affidamento totale, tanto più in una situazione di eccezione, infatti, non è acquisito una volta per tutte – spiega Sensi – è volatile, soggetto alle conseguenze delle decisioni che la leadership di volta in volta è chiamata a prendere e al giudizio conseguente sulla chiarezza e la efficacia delle stesse. Come se fosse una luna di miele post-elettorale, uno stato di grazia, un potenziale, certo, ma non un punto di arrivo”.

Il boost dietro ai leader è globale. Il Financial Times, attraverso un sondaggio eseguito con Morning Consult, ha fotografato chiaramente come queste forme di consenso siano in crescita un po’ ovunque. I casi sono tanti: nel grafico non è riportato per esempio quello dell’argentino Alberto Fernandez, che si trova con un approval del 69 per cento, contro il dato del maggio scorso che lo vedeva al 43. “Siamo entrati in questa crisi dopo anni di competizione strisciante fra le nostre democrazie liberali (lente e un po’ in affanno ovunque) e regimi autoritari, determinati e apparentemente vincenti”, sostiene Paolo Magri, direttore dell’Ispi, che aggiunge elementi al contesto. “I poteri eccezionali di cui moltissimi governi si sono dotati per gestire l’emergenza – spiega a Formiche.net – hanno in parte ridotto il differenziale: i nostri parlamenti, se aperti, funzionano a ritmo limitato; le opposizioni sono in parte silenziate dal non disturbare il guidatore in momenti difficili”.

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Molti i leader delle democrazie europee che stanno beneficiando nei sondaggi “del clima di guerra nei Paesi”, dice Magri: tra questi Emmanuel Macron, Giuseppe Conte, Pedro Sanchez, e anche la lame duck tedesca, Angela Merkel, ha avuto il suo consenso ravvivato (pur nel clima di polemiche interne per la posizione troppo dura tenuta dalla Germania in ambiente europeo sui fondi per il recovery). In mezzo i casi estremi come quello di Viktor Orbànche ha ottenuto addirittura dal parlamento i pieni poteri senza termini di tempo – e aspetti particolari come il tentativo di micro-managing della crisi (e del futuro) visto in Veneto. Per non parlare degli scatti in avanti in sistemi autoritari come quello cinese, dove Xi Jinping ha sfruttato la crisi come un’ulteriore occasione di rilancio della presenza globale cinese (in questo caso però non è possibile valutare l’approval del segretario del Partito tra i cittadini, visto l’ambiente illiberale).

“La guerra è però appena iniziata, e i prossimi campi di battaglia a breve non saranno più gli ospedali, ma le aziende in crisi e le nostre società impoverite – spiega Magri – e si chiederà conto di errori e ritardi, dei sistemi sanitari inadeguati, delle riposte economiche insufficienti. E la Norimberga-post-coronavirus sfiderà sia le democrazie liberali che i regimi autoritari che, come la storia ci insegna, rischiano la sopravvivenza proprio dopo guerre (perse) o crisi devastanti”. Una sfida dagli esiti imprevedibili per tutti: “Molto potrà cambiare dentro gli Stati, molto cambierà nei rapporti fra Stati, che rischiano di diventare ancor più avvelenati e conflittuali di quanto abbiamo già sperimentato negli ultimi due tre anni”.

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