Come si fa a pensare ad una ripresa della domanda petrolifera? Per tornare a consumi che giustifichino 30 o 40 dollari a barile ci vorranno diversi anni. Tempo nel quale saranno soprattutto i produttori del petrolio shale ad affondare per primi

Il mondo affoga in un mare di petrolio che non vuole più nessuno: già prima della grande calamità, si producevano 100 milioni di barili di petrolio al giorno, superando di 30 il consumo mondiale. Tutti ne hanno fatto scorte riempiendo serbatoi e petroliere e, già ai primi di gennaio, il prezzo era sceso a 30 dollari. Poi, con la pandemia, la domanda di petrolio è crollata di un terzo, cisterne e depositi rigurgitano di petrolio che non si sa più dove mettere, al punto che i produttori sono disposti a dare il petrolio quasi gratis a chi se lo porti via al prezzo del trasporto.

Il negoziato dell’Opec + Usa e Russia ha avuto qualche timido effetto per qualche giorno e la caduta è subito ripresa. Fermare la produzione? Più facile a dirsi che a farsi, anche perché, dopo la sospensione, si porrebbero problemi molto seri per riattivare il pozzo dismesso (ed a parte i problemi ambientali).

È evidente che sino a quando ci sarà il lockdown il prezzo non potrà che scendere ancora, ormai una bottiglia di petrolio costa meno di una di acqua minerale.

La speranza degli operatori del settore è che arrivi tempestivamente il vaccino, così da riprendere in qualche modo. Ma siamo sicuri che andrà in questo modo? Se ci dovesse andare strabene, ci vorrebbe ancora un anno fra tempi di produzione, distribuzione e vaccinazione.

Ma poi? Non è affatto detto che i consumi di petrolio riprendano ai livelli di prima. In primo luogo, c’è il crollo del comparto aereo che resterà letteralmente a terra per ancora un anno almeno. Dopo l’11 settembre i passeggeri aerei dimezzarono per almeno altri sette-otto mesi e questa volta è ragionevole che andrà ancora peggio. Inoltre parecchie compagnie (in particolare quelle low cost) saranno già fallite.

Poi ci sarà da fare i conti con l’accentuata propensione al risparmio delle società post crisi (comportamento tipico dei dopo guerra e dei dopo epidemia), un po’ perché tutti sono più poveri, un po’ perché, psicologicamente incerti, tendono a mantenere lo stile di vita del momento peggiore, temendo un ritorno della tempesta. Poi è presumibile che per le estati 2020-2022 ci sarà una mobilità per viaggi assai inferiore al solito. Tutte cose che faranno scendere i consumi di carburante.

Ma, cosa più importante di tutte, non abbiamo fatto i conti con le reazioni dei mercati economici e finanziari nel dopo crisi: quante aziende non riapriranno i battenti? Quanti disoccupati in più ci saranno? Di conseguenza, quante insolvenze per mutui, rate auto e carte di credito? E, quindi, quante banche saranno sull’orlo del fallimento? E così via.

Dunque, in uno scenario del genere come si fa a pensare ad una ripresa della domanda petrolifera? Per tornare a consumi che giustifichino 30 o 40 dollari a barile ci vorranno diversi anni. Tempo nel quale saranno soprattutto i produttori del petrolio shale ad affondare per primi, inasprendo ulteriormente le banche esposte con loro: negli Usa le compagnie che lavorano sul fracking sono circa seimila e sono tutte straindebitate. Per ora Trump sembra voglia “pagare per non produrre” le imprese del settore, ma, a parte il problema che avevamo detto del costo del “chiudi e riapri” ma per quanto potrà farlo?

Molti pensano che a sostenere la domanda possa esserci la Cina ed, in effetti, Pechino ha riserve finanziarie abbondanti e cercherà di rilanciare la produzione dopo lo smacco di questo anno. Ma in primo luogo ha il problema demografico con cui misurarsi, in secondo luogo avrà forti problemi di esportazione in Europa ed Usa per effetti della prevedibile crisi economico-finanziaria dei prossimi anni, in terzo luogo sinora ha assorbito una buona fetta della produzione russa, saudita, iraniana ed angolana, ma difficilmente potrà proseguire con questi numeri. Se, per ragioni politiche, sosterrà la Russia, ragionevolmente dovrà tagliare altrove le forniture.

Poi bisogna vedere cosa succederà, sia in termini economici che politici, nei Paesi che dipendono in misura più o meno importante dalle esportazioni di petrolio (Russia, Arabia Saudita e poi, Venezuela, Iraq, Iran, Nigeria, Kwait, Quatar, Eau, Angola). Magari ne riparliamo in un prossimo pezzo. Per ora non riesco proprio a vedere motivi di ottimismo nel prossimo futuro.

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