L’Istituto per l’Analisi delle Politiche Pubbliche ha pubblicato il primo studio che fotografa le attività più a rischio per la diffusione del virus. "La pandemia ci costringe necessariamente al cambiamento", spiega il presidente a Formiche.net “va bene lo smart working ma il lavoro ha bisogno anche di una sua dimensione umana, sociale, di contatti e riti quotidiani, dalle riunioni allo scambio delle informazioni”

“La prossimità fisica necessaria allo svolgimento della propria professione è associata al rischio di contagio e con questo studio abbiamo messo in evidenza le professioni che hanno maggiormente sofferto per il lockdown e quelle che potrebbero ripartire”, spiega a Formiche.net il presidente dell’Istituto nazionale per l’Analisi delle politiche pubbliche (Inapp), il prof. Sebastiano Fadda. La fase 2? “È necessaria e quindi è bene conoscere i rischi che ci potrebbero essere per le varie attività economiche”. Ecco cosa si evince dal primo studio che fotografa le attività più a rischio per la diffusione del virus.

Prof. Fadda quali sono gli elementi che emergono dal vostro studio?

Abbiamo cercato di fotografare, per la prima volta, le professioni più a rischio per la diffusione da Covid-19.  Lo abbiamo fatto classificando le professioni in base a due indici: il primo misura la frequenza con cui il lavoratore è esposto a infezioni e malattie, il secondo l’intensità della vicinanza fisica richiesta nello svolgimento delle mansioni. Sulla base della composizione professionale, gli indici sono stati riportati a livello di settore, distinguendo tra settori rimasti attivi e settori sospesi dalle misure di contenimento varate dal Governo.

Cosa è emerso?

Intanto mi faccia dire che le attuali misure di contenimento sono fondamentali e vanno fatte rispettare rigorosamente. Nello specifico, le figure professionali più esposte al rischio di infezioni e malattie, oltre al settore sanitario si trovano nel settore dell’istruzione pre-scolastica e degli asili nido che mostrano i valori di rischio di contatto più alti. Ci sono poi professioni le cui attività possono essere più facilmente svolte da remoto, come nell’industria finanziaria, bancaria e assicurativa, nella pubblica amministrazione e nella maggior parte dei servizi professionali, che potranno continuare ad operare in questo modo, a meno di nuove indicazioni da parte del governo.

Dal vostro studio emerge che i settori più esposti sono quelli dei servizi…

Esattamente, esaminando il peso occupazionale dei settori aggregati sulla base dell’indicatore di prossimità fisica, si è visto che la maggior parte dell’occupazione nelle professioni altamente esposte ai contatti interpersonali opera nel settore dei servizi e nel commercio al dettaglio. Tenga conto che la manifattura occupa la maggior parte dei lavoratori il cui indice di prossimità è relativamente elevato, compreso tra il 30% e l’80%. Nell’agricoltura invece che fornisce beni necessari e per questo non è sottoposta a fermo, la maggior parte dell’occupazione registra un livello dell’indice di prossimità fisica molto basso o nullo.

L’impatto del lockdown è stato pesante soprattutto nel campo economico è possibile immaginare una fase 2 in tempi brevi?

Quello che lei dice è vero, i nostri ricercatori hanno messo in evidenza che il perimetro delle attività coinvolte dalle misure di quarantena è molto ampio arrivando a coinvolgere nel nostro Paese oltre 2,2 milioni di imprese private, con un’occupazione di 7,3 milioni di addetti. Credo che la fase 2, che vuol dire una graduale ripartenza delle attività, possa avvenire dopo che l’emergenza sanitaria rientrerà e nel nostro policy brief diciamo anche che ci sono attività che potranno continuare con il telelavoro, che è una opportunità: circa 3 milioni di italiani lo stanno utilizzando; ciò dimostra che lo smart working è una risorsa, anche se non dobbiamo dimenticare la dimensione sociale del lavoro, che è molto importante.

Cosa vuol dire?

Che in questa fase la virtualità è una modalità preziosa per continuare le attività, laddove è possibile. Ma il lavoro ha bisogno anche di una sua dimensione umana, sociale, di contatti e riti quotidiani, dalle riunioni allo scambio delle informazioni. Si tratta di una dimensione che richiede anche una presenza fisica, non solo sotto il profilo delle relazioni sociali ma anche sotto il profilo della qualità del lavoro e della produttività. Questo non dovremmo dimenticarcelo. Il lavoro comprende anche relazioni interpersonali, e queste non possono essere totalmente digitalizzate! Quanti dopo una riunione in webcam non avvertono la freddezza dello schermo che spesso non consente di creare quel clima collaborativo che porta a decisioni operative più condivise e più rapide?

 Molti sostengono comunque che dopo questa pandemia anche il lavoro cambierà radicalmente. Lei cosa pensa?

La pandemia ci costringe necessariamente al cambiamento, andranno ripensati gli spazi, la stessa organizzazione del lavoro e le valutazioni. Si dovranno disegnare modalità organizzative e processi produttivi caratterizzati da una maggiore integrazione tra lavoro in presenza e smart working. D’altronde, da questa faticosa e spesso dolorosa esperienza proviene un impulso addizionale verso una complessiva riorganizzazione del lavoro rispetto al forte impulso che già proveniva dalla trasformazione tecnologica e dalla diffusione dei sistemi ciber-fisici. Questo coronavirus è stato come un’onda che ha travolto un po’ tutti noi ma ciò non vuol dire che dopo non sarà meglio;  anche la qualità del lavoro potrà essere migliore. Di certo serviranno sempre maggiori skill soprattutto in campo informatico e la formazione sarà un tema fondamentale sul quale le aziende e la società dovranno investire convintamente.

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