Si approfitti di questo nuovo tempo e si affronti con determinazione la questione del Servizio sanitario in Italia. Il commento di Raffaele Reina

C’era una volta in Italia un Servizio sanitario nazionale, figlio di una storica legge 833/1978, che rispondeva ai bisogni della gente, che è stato trasformato in 20 sistemi sanitari in competizione tra loro. C’era una sanità pubblica che tutelava la salute dei cittadini come bene universale, ma secondo alcuni soloni, mercanti a tutto tondo, era necessario costruire aziende con logiche di profitto e di mercato.

Nel 1981 l’Italia era dotata di 530 mila posti letto, nel 2017 sono diventati 230 mila, perdendone 300 mila. C’era la garanzia costituzionale dell’accesso alle cure per tutti, oggi abbiamo 14 milioni di cittadini che hanno difficoltà a curarsi. Sono stati tagliati posti letto, personale, risorse, servizi territoriali, e si è detto che era nazionalizzazione…ma è stato un disastro sociale. In sintesi, nel periodo 2009-2018 ci sono stati 70000 posti letto in meno, 359 reparti chiusi, gli investimenti sono diminuiti di 37 miliardi di euro.

Con la scusa che lo chiedeva l’Europa si è smantellato uno dei migliori servizi sanitari al mondo. Nonostante tutto, l’attuale emergenza sanitaria sta diventando meno nefasta, grazie al lavoro di medici, infermieri, tecnici. Siamo in una condizione di angoscia, di paura costante, sono giorni tristi, il clima è cupo, talvolta, l’aria insopportabile, c’è la consapevolezza di vivere una vita che ha poco di normale. Gli uomini del terzo millennio della storia, gli ignari protagonisti colpiti dall’esplosione dell’epidemia del Covid-19, sono i testimoni della insufficiente condizione organizzativa della sanità italiana negli ultimi decenni.

Vista la spaventosa estensione dell’epidemia, stupore e sgomento attraversano tutti, anche coloro che negli anni passati non hanno avuto remore a piegarsi alle imposizioni di chi programmava il depauperamento di strumenti e risorse essenziali per la tutela della salute. Oggi per difendersi dalla disgrazia improvvisa si sta combattendo contro uno tsunami senza avere molto a disposizione.

Bisogna ringraziare dal profondo del cuore i professionisti che sono lì in prima fila a lavorare per tirare fuori dalla malattia i pazienti affetti da Covid 19, senza il loro apporto il servizio sanitario si sarebbe liquefatto con disastrose conseguenze, accompagnate da polemiche aspre, contrasti accesi, talvolta strumentali, tra poteri locali e governo centrale.

Nessuno gradisce, per esempio, di trovarsi nell’imbarazzo di assistere a surreali dispute teatrali, per la gioia dei media, tra esponenti delle realtà locali e quelli nazionali sull’assegnazione di kit non conformi, inviati dal governo al personale medico e infermieristico. Una polemica speciosa su un qualcosa che non riguarda solo l’Italia, ma diversi Paesi europei e non. I cretini, i faziosi, gli speculatori purtroppo non mancano mai, sono sempre in prima fila con le loro tastiere. Pare che il tutto stia rientrando: stanno arrivando milioni di mascherine e presidi vari. Un problema secondario?

No, non lo è, perché si tratta di equipaggiamento importante per la sicurezza di medici e pazienti. A parte questi aspetti pur seri, la realtà in campo sanitario in Italia, alla luce dell’epidemia di Coronavirus, si presenta abbastanza balbettante. La smarrita forza del servizio sanitario sta determinando non pochi ostacoli nella cura dei pazienti, esempio ne sono i morti, i ricoverati in terapia intensiva, i tanti in quarantena in Lombardia, Emilia e Romagna e Veneto, regioni flagellate dal micidiale Covid 19, nonostante la loro tanto sbandierata efficienza.

Sono decenni che la sanità in Italia è stata trattata alla stregua del parente povero, solo perché assorbe troppe risorse per essere degnamente tenuta in vita, si preferisce dirottare ingenti risorse del Fondo sanitario nazionale verso il privato, distruggendo le riconosciute eccellenze nel pubblico. Si vada a ispezionare Regione per Regione per capire quante risorse sono state trasferite dal pubblico al privato.

Conclusa l’esperienza dell’epidemia di Covid 19 si dovrà ripensare nell’ambito di un riformato welfare il nuovo Servizio sanitario, che tuteli concretamente la salute dei cittadini, qualificando la spesa e migliorando le prestazioni. Si comincino a cancellare facili e benevoli accreditamenti a privati, favori, mance, e rivedendo ticket e esenzioni imposti con norme bizzarre. I nervi scoperti della sanità pubblica sono anche figli della globalizzazione dei decenni passati, costruita tutta sullo strapotere del liberismo e del capitalismo selvaggio.

La pandemia in corso mitigherà di parecchio l’insaziabile prepotenza economica del capitalismo senza regole. Allora si approfitti di questo nuovo tempo e si affronti con determinazione la questione del Servizio sanitario in Italia, considerando la fondamentale esperienza della legge 833 del 1978 istitutiva del Servizio. Riforma centrale nel nostro ordinamento che si concentrava sulla tutela della salute dei cittadini, imperniata sui tre momenti essenziali: prevenzione, cura e riabilitazione.

Ed è necessario eliminare il lavoro a cottimo nelle strutture sanitarie, avviando immediatamente i concorsi per tutte le figure professionali degli enti ospedalieri e territoriali. Bisogna eliminare il potere monocratico, Asl e Aziende, dipendente dai presidenti di Regione; è utile istituire organi collegiali di governo, come pure vanno ricostituiti gli organi di controllo esterni. Governo e parlamento analizzando gli effetti tragici di questo disastro, rivedano l’intera politica schizofrenica della assegnazione dei fondi ai vari enti sanitari. La sanità in questo Paese a furia di ridurre si è impoverita eccessivamente. Continuare a seguire la consunta e ipocrita ricetta che punta a diminuire la spesa e a migliorare i servizi significa fallire prima di iniziare. Sono decenni che si tenta di applicare teorie simili, ma gli esiti sono stati sempre disastrosi.

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