Il cofondatore di YouTrend a Formiche.net: “La Cina ha provato a ripulire la sua immagine dopo che lì era nato il contagio, ma per mettere in dubbio l'origine cinese del virus, comunicando con molta enfasi l'aiuto a Paesi terzi. E l'Italia si è consegnata all'azione diplomatica cinese”

Quanto ha influito la densità dello storytelling cinese durante l’emergenza coronavirus nella percezione della gente? La costante presenza, anche sugli schermi del servizio pubblico (qui i dati della ricerca di Formiche.net), di news e azioni della Cina in Italia, mescolata all’attacco portato dalle fake news nei giorni di pandemia, hanno condizionato l’immaginario collettivo italiano rispetto alle sue tradizionali alleanze?

Alcune risposte si possono trovare in questa conversazione di Formiche.net con Lorenzo Pregliasco, cofondatore di YouTrend e AgenziaQuorum, docente Unibo e della Scuola Holden, secondo cui Pechino tramite un’azione di diplomazia culturale ha saputo giocare le sue carte.

L’alterazione della comunicazione ai tempi del Covid-19 sta alterando anche il consenso?

Sicuramente sono tempi anomali, anche per quanto riguarda la vita comunicativa del Paese e degli attori politici e istituzionali. Persino lo stesso dibattito politico appare quasi congelato in questa emergenza. Tale alterazione si riflette anche sul consenso. Il dato più rilevante di questo periodo è la crescita della fiducia nel governo e della credibilità personale del premier proprio per questa situazione di eccezionalità. Va osservato che la questione ha una scala globale: il coronavirus tende ad accrescere la popolarità di chi è al governo, non solo in Italia dunque.

Una pendenza esterofila nella comunicazione crede sia anche alla base di quel dato pro Cina riscontrato dal sondaggio Swg?

Il caso Cina è esemplare, perché è stato il convitato di pietra lungo tutta la prima fase della crisi, quando Pechino veniva guardata con sospetto, come con sospetto venivano guardati i cittadini cinesi in Italia. La stessa Cina, poi, tramite un’azione di diplomazia culturale ha tentato di riposizionarsi come attore in aiuto all’Italia. Tale operazione indubbiamente ha ripreso le tendenze del sondaggio Swg, secondo cui la Cina è vista più vicina rispetto agli Usa.

Perché?

Gli Usa sono stati percepiti come in ritardo, ma penso sia un dato abbastanza temporaneo, dato dall’eccezionalità di questo momento.

L’attacco esterno portato dalle fake news, anche in occasione del Covid-19 ma non solo, ha trovato l’Italia impreparata nella gestione della sua tradizionale costruzione dei rapporti? E lo spazio dedicato alla Cina dal servizio pubblico ne ha risentito?

Vedo due forze in campo. Da una parte la Cina ha sapientemente messo in campo, come osservato giorni fa anche dal New York Times, una sorta di narrazione alternativa sull’emergenza sanitaria che ha provato a ripulire l’immagine del paese dopo che lì era nato il contagio. Ma in quel modo ha provato anche a mettere in dubbio l’origine cinese del virus, comunicando con molta enfasi l’aiuto a Paesi terzi come l’Italia e costruendo un racconto filo cinese sull’epidemia. Colpisce di contro che l’Italia anche a livello istituzionale abbia assorbito e accolto tale narrazione: sappiamo ad esempio che il ministro degli Esteri italiano storicamente mostra una certa attenzione alla Cina e anche in questa vicenda possiamo dire che è stato il portavoce del punto di vista cinese. L’Italia si è consegnata all’azione diplomatica cinese.

Morire di virus o di fame? Il balletto sulle date di possibili riaperture poteva essere evitato con una comunicazione più asciutta, magari affidata ad una sola voce?

Sì. In generale la comunicazione di questa emergenza ha certamente scontato l’assenza di una catena di comando chiara e di una centralizzazione comunicativa. Nelle ultime settimane c’è stato un ulteriore sdoppiamento tra Borrelli e il commissario Arcuri: seppur con funzioni diverse, è pur vero che vanno ad affollare la mappa comunicativa del Paese. Non credo che l’elemento più critico sia l’assenza di una data per le possibili riaperture, quanto l’assenza di un ragionamento sulle modalità. Questo dato manca in Italia, mentre c’è in altri Paesi.

Confindustria Udine ha lanciato una raccolta di firme per Mario Draghi premier, aprendo anche il sito draghiperitalia.it. Una fuga in avanti?

Credo sia un fenomeno locale, ad oggi ancora marginale. Ma interessante perché inizia a costruire un tentativo quasi dal basso di advocacy pro Draghi. Semmai si andasse nella direzione di un governo di unità nazionale post crisi non credo che ciò avverrà per una spinta dal basso. Piuttosto sarà per una decisione politica maturata innanzitutto in Parlamento.

twitter@FDepalo

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