La crisi Alitalia viene dal mercato. L’azienda è stata “selezionata”, eliminata darwinianamente perché, per varie ragioni, non più in grado di competere efficacemente con i concorrenti. L’analisi di Stanislao Chimenti, docente di Diritto commerciale e partner dello Studio Delfino Willkie Farr & Gallagher

Il Decreto Rilancio contiene talune previsioni che sembrano portare in emersione nuove forme di intervento statale nel mondo economico e, anzi, il tentativo più o meno consapevole, più o meno progettato, di modificare il diritto dell’economia.

Si è molto scritto nel corso degli anni di “fallimento del mercato”; con tale espressione, in estrema sintesi, possiamo riferirci alle molteplici situazioni in cui la mano invisibile di Smith non è in grado di generare una perfetta efficienza allocativa delle risorse e si producono situazioni più o meno lontane dall’ottimo paretiano. A tale impostazione si sono opposte repliche altrettanto radicali, quali, fra tutte, la scuola di Public Choice di Buchanan, secondo la quale, in estrema sintesi, il fallimento del governo è un effetto sistematico dell’intervento pubblico.

La pandemia da Covid – 19 rappresenta un esempio perfetto di evento in grado di stravolgere qualsiasi mercato, richiedendo così un intervento equilibratore che, secondo molti, non può essere compiuto se non dallo Stato.

Alla luce dell’esperienza concreta è forse tempo di archiviare i modelli estremi. Sia l’economia pianificata e statalista, sia il liberismo assoluto si basano su assunti astratti, se non irrealizzati e irrealizzabili, quali lo Stato perfettamente democratico e la concorrenza perfetta. Si perviene così, per vie opposte, a un’identica conclusione: il fallimento, rispettivamente, dello Stato e del mercato. Non può dunque destare scalpore l’idea in sé che la “nuovissima costituzione economica” post Covid – 19 (per parafrasare una nota e felice espressione di Sabino Cassese) si fondi sull’intervento dello Stato nell’economia. Ciò che invece rileva, e anzi desta preoccupazione, è la modalità di questo intervento.

In questo contesto appare ancora una volta emblematica la vicenda rappresentata da Alitalia.

Il problema cruciale che si aggiunge a un quadro di per sé già tanto complesso è dato dalla circostanza che, nel caso in esame, si continua a immettere denaro pubblico in un’impresa insolvente. Nel Decreto Rilancio è previsto l’ulteriore stanziamento di ben 3 miliardi di euro che, sommati a tutti quelli finora spesi in 45 anni di vita della compagnia di bandiera, portano il totale a 12,6 miliardi di euro (si veda Il Sole 24 Ore del 26 maggio 2020).

Si tratta di cifre evidentemente enormi, ma il problema, a mio avviso, non è l’importo in sé, quanto il modo in cui esso è speso e le sue ragioni, cioè il fondamento economico, la ratio della spesa pubblica che dovrebbe essere ravvisabile in un simile sforzo. E qui le risposte sono del tutto insoddisfacenti. E non può essere un caso, dunque, se i risultati di simili sforzi siano, letteralmente, fallimentari.

Sotto questo profilo il confronto con la vicenda Lufthansa appare emblematico. Il Governo tedesco ha infatti stanziato addirittura 9 miliardi per il rilancio della compagnia di bandiera che ha una flotta di oltre 800 aeromobili e 135 mila dipendenti. In quel caso i denari pubblici vengono utilizzati a fronte di precise scelte strategiche di messa in efficienza della flotta e di razionalizzazione delle risorse societarie.

Secondo i dati disponibili, al 31 dicembre 2017 Alitalia aveva circa 12.500 dipendenti in carico, di cui 8.400 impiegati nell’aviation e 3.100 nell’handing, con una flotta di circa 113 aeromobili che nel 2020 dovrebbero ridursi a circa 90. I problemi si evidenziano rapportando il numero di dipendenti al trasporto di passeggeri, rapporto evidentemente sbilanciato e indicatore di gravi inefficienze: difatti, paragonata alle altre compagnie aeree, Alitalia è ottava nel continente per numero di dipendenti mentre è solo dodicesima nella classifica del volume di passeggeri trasportati. Essa, dunque, si posiziona quanto a dipendenti davanti a compagnie che però trasportano molti più passeggeri.

Giacché qualsivoglia investimento richiede anzitutto un piano industriale di impiego delle risorse immesse che scandisca tempi e modalità del ritorno atteso, ci si aspetterebbe che l’ennesimo intervento di supporto intervenisse nel razionalizzare quanto meno gli aspetti di inefficienza appena evidenziati. Invece, nel caso di Alitalia, questo piano, incredibilmente, non c’è. Circostanza ancor più grave se solo si considera che, come ovvio, si tratta di risorse pubbliche, oltretutto utilizzate in un periodo di crisi senza precedenti nella storia del Paese. Basti pensare che per il comparto scolastico il Governo ha stanziato 1,5 miliardi di euro a fronte, come detto, del doppio destinati ad Alitalia “al buio”. La crisi di Alitalia viene da lontano. Qui è sufficiente, ma anche necessario, rammentare un dato essenziale: essa viene dal mercato. L’azienda è stata “selezionata”, eliminata darwinianamente dal mercato perché, per varie ragioni, non più in grado di competere efficacemente con i concorrenti: basti pensare a come le rotte nazionali siano andate in crisi per effetto del potenziamento dell’alta velocità su rotaia, senza che Alitalia abbia saputo approntare reazioni efficaci – che avrebbero avvantaggiato anche i clienti e utenti finali -. In tale contesto, come detto, è ancora possibile che lo Stato decida di immettere risorse in un’impresa insolvente, ma, trattandosi di denaro dei contribuenti, è imperativo che tale sforzo sia valutato col massimo rigore e sia improntato a logiche inflessibili di economicità.

Diversamente, non si può che convenire con l’analisi critica del citato modello di Public Choice e che pone un problema inquietante. Come esattamente rilevato da molti economisti (per questi aspetti, fra tanti, si può fare riferimento a quanto lucidamente esposto da Giuseppe Campa nei suoi studi di Scienza delle Finanze), nelle situazioni sociali e collettive i risultati di certe scelte economiche non sono sempre a vantaggio di tutti, ma anzi, nella migliore delle ipotesi, si ha una maggioranza che impone le proprie scelte al resto della collettività. Non di rado, poi, accade che addirittura una minoranza, grazie a determinati meccanismi socio – politici, si trovi a poter imporre le proprie scelte al resto della collettività. Ciò è quanto sembra stia accadendo proprio con Alitalia ove, al momento, le scelte appaiono improntate a criteri opachi, irrazionali, privi di supporto economico- industriale e non adeguatamente condivisi.

Il problema della compagnia di bandiera rappresenta allora un caso fondamentale anche sotto questo profilo: dalla sua risoluzione dipende gran parte dello stesso sistema Paese e della sua tenuta in una fase storica cruciale. 

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