Alla crisi pandemica non sopravviveranno le imprese “migliori” in senso darwiniano, non si produrrà la selezione del migliore, ma si verificherà l’effetto opposto, ben noto, di adverse selection, cioè di selezione del peggiore. L’analisi di Stanislao Chimenti, docente di Diritto commerciale e partner dello Studio Delfino Willkie Farr & Gallagher

Cosa si intenda per “Fase 2” non è ancora del tutto chiaro, ma è innegabile che, di qualunque cosa si tratti, debba essere avviata con la massima urgenza. Le stime attuali fornite dalla Commissione Europea di perdita attuale del Pil italiano si attestano intorno al 9,5% – peggiore solo il dato della Grecia -, ma anche secondo le analisi più ottimistiche, l’Italia avrà il peggior “rimbalzo” nel biennio 2020-2021 e si collocherà all’ultimo posto nella ripresa dei Paesi europei (Il Sole-24 Ore del 7 maggio 2020).

Nella visione della Commissione le cause di tale ritardo sono individuate nelle croniche carenze strutturali dell’economia, tra cui il basso livello degli investimenti, sia pubblici, sia privati.

La realtà italiana nel pieno della crisi pandemica presenta invero delle peculiarità.

Come ben noto, in un sistema di libera concorrenza la legge della domanda e dell’offerta regola sia i prezzi sia la produzione. Con la semplificazione assoluta imposta dai modelli, si può in primissima approssimazione convenire che questo agire di forze selezioni il prodotto migliore, al prezzo migliore e, dunque, l’impresa migliore, laddove l’aggettivo “migliore” deve intendersi come “migliore per il mercato”, richiesto dal mercato.

Nell’Ottocento le teorie darwiniane in allora appena formulate vennero rapidamente recepite anche dalle scienze sociali quali la nascente sociologia e, appunto, l’economia e si parlò immediatamente di teoria darwiniana dell’impresa. La metafora veniva adottata non tanto e non solo in senso letterario, quanto con convinta adesione metodologica: come in natura la selezione naturale genera la sopravvivenza del più adatto, così accade nel mondo economico: l’impresa che non può/non sa stare sul mercato ne viene rapidamente espulsa e fallisce – equivalenza della morte in campo economico-giuridica.

Gli studi e gli approfondimenti successivi hanno consentito in parte di conservare un fondo di verità e condivisibilità di simile approccio; e tuttavia si è molto presto compreso come l’adozione sic et simpliciter di tale paradigma potesse condurre a conclusioni superficiali.

È agevole riscontrare come la pandemia confermi da ultimo questo monito.

La crisi ha investito tutto il tessuto sociale e produttivo del Paese e, come ho avuto modo già di osservare, essa ha agito in modo devastante perché ha colpito in modo repentino il più importante dei fattori di produzione, distribuzione e fornitura di servizi: il lavoro dell’uomo. E sappiamo bene come tale evento abbia già cagionato la distruzione di interi settori della produzione e causerà la scomparsa di migliaia di imprese.

Nell’ottica che si è evidenziata poco fa, si potrebbe essere portati a ritenere che sopravviveranno solo le imprese “migliori” in senso darwiniano. In realtà ciò sarà vero solo in parte. Difatti, tra le varie condizioni affinché quel modello sia valido, vi è quella che ci si trovi in un mercato perfetto, di piena e libera concorrenza e privo di distorsioni. Ora, questa condizione semplicemente non esiste, è solo un modello ideale.

In questo contesto, dunque, non solo non si produrrà la selezione del migliore, ma si verificherà l’effetto opposto, ben noto, di adverse selection, cioè di selezione del peggiore.

Basti pensare, fra tutti, proprio al tema degli investimenti. Gli investimenti richiedono infatti liquidità.

Oggi, in una situazione di crollo delle entrate e della domanda – spontanea o addirittura per effetto di una chiusura imposta – chi non ha investito in passato si trova paradossalmente in situazione migliore di chi abbia investito perché ha verosimilmente maggiore liquidità. Il risultato paradossale è che chi ha avuto un comportamento “virtuoso”, viene oggi punito e penalizzato a vantaggio di chi – per ragioni irrilevanti – abbia avuto comportamenti meno virtuosi.

Ebbene, in questo contesto che, seppure inedito, legittima ancora una volta parlare di “fallimento” del mercato il ruolo dello Stato, anzi dell’ordinamento giuridico è essenziale. L’attività normativa è infatti chiamata a svolgere una delicata ma essenziale funzione di riequilibrio del sistema sconvolto da uno shock esogeno di simile portata. Che questo sia accaduto in Italia è però assai controvertibile, essendo anzi legittimo dubitare.

Già all’apparire della pandemia si è assistito a un’immediata contrazione generale dei consumi con maggiore incidenza per alcuni settori come la ristorazione, e un vero e proprio crollo per altri come il turismo. Il sopraggiungere dei provvedimenti di lockdown ha però stravolto letteralmente il mercato italiano: intere filiere di produzione e fornitura di beni e servizi sono state messe “fuori legge” da un giorno all’altro e, alla data odierna, non sono ancora state riattivate, né è dato comprendere quando ciò potrà accadere.

Le prime analisi delle abitudini di spesa degli italiani – fonte Coop Italia – hanno evidenziato l’iniziale esplosione dei consumi alimentari, ma all’interno delle grandi catene di supermercati, con la quasi immediata scomparsa della piccola distribuzione di vendita, che ha resistito in parte soltanto nei centri storici delle grandi città. Anche il boom iniziale delle vendite del comparto alimentare, peraltro, si è peraltro presto ridimensionato una volta compreso che il lockdown si sarebbe da un lato protratto e dall’altro l’approvvigionamento di cibo non sarebbe mai mancato. In ogni caso, i provvedimenti normativi che hanno investito anche parte delle filiere alimentari si sono riverberati su cambiamento della composizione del paniere di beni acquistati e dunque, inevitabilmente, dei prezzi (da ultimo si sta assistendo a un rincaro generalizzato dei beni ortofrutticoli).

La fase di riapertura sta accentuando ancor di più gli effetti distorsivi che conseguono all’intervento, ovvero al non-intervento del governo.

I provvedimenti di divieto hanno invero dirottato quasi tutta la domanda solamente verso alcuni settori dell’economia (come detto food, farmaceutico, servizi telematici, ecc.), arrestando completamente altri (fra tutti turismo, ristorazione, manifatturiero, giustizia).

Nel mercato globale e nel gioco della competizione di mercato, tuttavia, si è prodotto un effetto moltiplicatore delle conseguenza negative giacché, anche solo per limitarsi all’area euro, simili provvedimenti non sono stati adottati da tutti i Paesi: Il risultato della gestione della pandemia sotto questo punto di vista ha fatto sì che in modo pressoché fulmineo intere quote del mercato internazionale presidiate da aziende italiane, anche di eccellenza (penso ad esempio al settore dell’oro e dell’oreficeria) siano state perdute a vantaggio di competitor stranieri che non sono stati incisi da provvedimenti di chiusura, ovvero hanno beneficiato di una riapertura più tempestiva e meglio pianificata e realizzata.

Si affaccia insomma una conclusione fornita di evidenza intuitiva: i provvedimenti normativi incidono in maniera determinante sulla realtà economica del Paese e, in questa fase, ancor più di quanto abbia inciso la pandemia in quanto tale.

In questo contesto mi pare allora fuori luogo propugnare un modello di teoria darwiniana di sopravvivenza dell’impresa “migliore”, perché come detto a sopravvivere sembra essere piuttosto l’impresa che abbia beneficiato, per ragioni varie, di provvedimenti che, al fondo, esprimono una scelta di natura politica. È allora auspicabile che i prossimi interventi vadano con energia nella direzione di riequilibrare con immediatezza ed efficacia questa situazione di sperequazione che si è venuto a creare e che non potrà in alcun modo risolversi “spontaneamente” con le sole forze di un mercato oramai falsato.

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