Così l’Europa (senza Londra) risponde agli Usa su Open Skies

Così l’Europa (senza Londra) risponde agli Usa su Open Skies
Preoccupazioni condivise sulle violazioni russe, ma la strada non è la fine del trattato. È questa, in sintesi, la nota di undici Paesi europei (Italia compresa) sulla decisione statunitense di uscire dal trattato Open Skies. L'obiettivo (arduo) è riportare Mosca al rispetto degli impegni, una sfida che trova sponda nel segretario generale della Nato Jens Stoltenberg

Manca solo il Regno Unito tra i big del Vecchio continente che si “rincrescono” per la decisione degli Stati Uniti di recedere dal trattato Open Skies, pur condividendone nero su bianco la preoccupazione per le violazioni russe. L’auspicio degli europei (come accaduto per il Jcpoa sul nucleare iraniano) è di tenere in vita l’accordo. Difficile convincere Mosca a muoversi nella stessa direzione e, soprattutto, riportarla al rispetto degli impegni.

UNA DECISIONE IMPROVVISA?

Era nell’aria la risposta europea alla decisione degli Stati Uniti di lasciare il trattato Open Skies che, in vigore dal 2002, autorizza gli Stati parte a condurre voli di osservazione disarmati sui territori degli altri Paesi che vi hanno aderito. Ieri, dopo i primi segnali dell’annuncio che arrivavano da oltreoceano, a Bruxelles (fronte Nato) si erano affrettati a organizzare per oggi una riunione urgente del Consiglio nord atlantico a livello di rappresentati permanenti. Prima del vertice, il segretario di Stato Mike Pompeo e il presidente Donald Trump hanno entrambi confermato la scelta, lasciando di fatto poco margine per poter sperare di evitare l’uscita americana.

LA NOTA DEGLI UNDICI…

E così, è arrivata nel pomeriggio di oggi la nota congiunta dei ministeri di Esteri di Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna e Svezia. “Ci rincresce che il governo degli Stati Uniti abbia annunciato la sua intenzione di ritirarsi dal trattato Cieli aperti, anche se condividiamo le sue preoccupazioni circa l’attuazione da parte della Federazione russa delle clausole del trattato”, spiegano le diplomazie degli undici Paesi europei. “Il trattato Cieli aperti – aggiungono – è un elemento cruciale del quadro di costruzione della fiducia che è stato creato nell’arco degli scorsi decenni al fine di migliorare la trasparenza e la sicurezza nell’area euro-atlantica”.

…E LE PAROLE DI STOLTENBERG

Stessa linea è emersa nelle parole del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, che evita però di “rincrescersi” per la decisione Usa e attribuisce la responsabilità dell’erosione dei Cieli aperti alla Russia, elencandone violazioni e ricordano come, dal 2014, l’Alleanza abbia chiesto a Mosca di rispettare gli impegni. “Gli alleati della Nato restano aperti al dialogo nel contesto del Consiglio Nato-Russia – ha detto Stoltenberg – al fine di ridurre rischi e aumentare la trasparenza; continuiamo ad aspirare a una relazione costruttiva con la Russia, almeno finché le azioni russe lo renderanno possibile”. In più, il segretario generale ha ribadito che gli Usa hanno dichiarato di poter riconsiderare l’uscita dall’Open Skies; una prospettiva da tenere in conto soprattutto in vista, il prossimo febbraio, della scadenza del più rilevante New Start.

LE SORTI DEL TRATTATO…

E così, sul futuro dei Cieli aperti, la risposta più rilevante degli undici Paesi europei è arrivata sulle sorti del trattato senza Stati Uniti e (come forse accadrà) senza la Russia. Come ha scritto su queste colonne il generale Mario Arpino, il meccanismo Open Skies coinvolge 35 Paesi e potrebbe continuare a funzionare mantenendo “la capacità di mettere a sedere attorno a un tavolo persone di Stati diversi e farle comunque colloquiare su temi scottanti; bisogna solo capire quanti e quali Stati membri dimostreranno ancora interesse”.

…SENZA GLI STATI UNITI

Lo hanno dimostrato con la nota congiunta gli undici europei: “Continueremo a dare attuazione al trattato Cieli aperti, che fornisce un chiaro valore aggiunto alla nostra architettura di controllo degli armamenti convenzionali e alla nostra sicurezza cooperativa”. Dunque, “ribadiamo che questo trattato rimane in funzione e utile”. Come comunicato già ieri dal dipartimento di Stato americano, si nota poi che “il ritiro diventerà effettivo tra sei mesi”, periodo che si spera possa lasciare spazio a un eventuale ripensamento da parte degli americani. Specifica più chiara nelle parole di Stoltenberg.

IL TENTATIVO DI PRESSIONE SU MOSCA

Tutto sta nel capire come si muoverà Mosca. I tentativi europei di tenerla agganciata all’accordo Open Skies potrebbe rivelarsi inefficaci, anche perché la Russia ha perso la possibilità di sorvolo su quello che continua a ritenere primo competitor. Da parte loro, i dieci Paesi del Vecchio continente affermano di voler continuare “a coinvolgere la Russia come deciso in precedenza tra alleati Nato e altri partner europei per affrontare le questioni irrisolte”. Tra queste, si citano “le indebite restrizioni ai sorvoli di Kaliningrad”, l’enclave russa nel cuore dell’Europa. Proprio il rifiuto di Mosca a concedere sorvoli sull’area ha generato le più recenti rimostranze americane, da aggiungere comunque a un’insofferenza che appare piuttosto radicata nel tempo.

LA RISPOSTA DI MOSCA…

La speranza è comunque l’ultima a morire, e per questo il comunicato degli undici Paesi europei si conclude con il nuovo “appello alla Federazione russa, affinché sollevi queste restrizioni e a mantenere il nostro il dialogo con tutte le parti”. Difficile immaginare che lo faccia. Il ministero degli Esteri di Mosca ha già definito “molto riprovevole” la scelta americana, con un botta e risposta sulla responsabilità con Washington che ripete quanto accaduto lo scorso anno sul trattato Inf. L’impressione (notata tra gli altri da Carlo Pelanda) è che Stati Uniti e Russia non si sforzino più di tanto a mantenere in vita accordi che limitano il loro margine di manovra rispetto alla Cina, ormai potenza anche militare, per nulla vincolata dal sistema di controllo degli armamenti che affonda le radici nella Guerra fredda. Su questo ci sarebbe una “convergenza d’interessi”, ha detto il professore dell’Università Guglielmo Marconi.

L’INCOGNITA SUL VECCHIO CONTINENTE

Chi ci rimette è l’Europa, che perde pezzo dopo pezzo un meccanismo di controllo di cui ha beneficiato. Secondo l’ambasciatore Stefano Stefanini (che in un’intervista su Formiche.net aveva ben descritto la probabile reazione europea all’uscita Usa), il Vecchio continente esce da tale meccanismo “più vulnerabile”. Che fare dunque? “Non rimane altra scelta – ci ha spiegato Stefanini – che rendere più credibile la capacità autonoma di sicurezza del continente; serve cioè una componente europea più forte nella Nato”.

DOVE È IL REGNO UNITO?

Significativa l’assegna tra i firmatari della nota del Regno Unito. Sembrerebbe indicare che l’iniziativa si inserisca in ambito Ue (tutti e undici sono membri) più che in ambito Nato (Svezia e Finlandia non fanno parte dell’Alleanza). In ogni caso, Londra è sembrata in passato piuttosto allineata alle altre cancellerie del Vecchio continente sul tema Open Skies. A dicembre, Euroactiv rivelava di una nota congiunta di Regno Unito, Francia e Germania inviata al capo del Pentagono Mark Esper per cercare di frenare l’allungo americano sui cieli aperti. Ieri, il ministro tedesco Heiko Maas ha detto di aver più volte detto lo stesso al segretario Pompeo “insieme ai miei colleghi di Francia, Polonia e Regno Unito”.

ultima modifica: 2020-05-22T18:07:53+00:00 da Stefano Pioppi

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