Il senatore di FdI e vicepresidente del Copasir: tre lacune nell'attuale golden power, non tiene in conto i pericoli che arrivano dai Paesi Ue. Dal caso Borsa Italiana-Euronext a banche e assicurazioni, ecco la "linea del Piave" da difendere

La depressione economica. Un crollo vertiginoso del Pil, certificato dal numero uno di Bankitalia Ignazio Visco. Decine di migliaia di imprese destinate a chiudere. Una crisi del debito sovrano in vista in Europa, che può trovare in Italia l’innesco. Sarà un autunno caldo, caldissimo. E c’è chi vuole approfittare di questa “tempesta perfetta”. L’allarme arriva da Adolfo Urso, senatore di Fratelli d’Italia, vicepresidente del Copasir. “Ho l’impressione che da qui a fine anno siano state progettate azioni, alcune delle quali già manifeste, per sfruttare la debolezza del tessuto economico e finanziario italiano”, confida a Formiche.net. Non sono suggestioni, ma timori emersi anche nel corso del ciclo di audizioni che il comitato di Palazzo San Macuto sta svolgendo con i principali istituti bancari e assicurativi del Paese. Tant’è che questo giovedì il Copasir ha suonato un campanello d’allarme, all’unisono. Il golden power contenuto nel Dl Imprese nel governo amplia di molto i poteri speciali del governo per fermare acquisizioni sospette. Ma c’è una falla.

Senatore Urso, di che si tratta?

Ci sono tre rilievi che abbiamo fatto, e che ho tradotto in emendamenti all’articolo 15 del Dl Imprese che presenterò lunedì al Senato. Uno: bisogna introdurre un regime autorizzativo al posto di quello di notifica. Due: è opportuno alzare la soglia di intervento per i soggetti infra-Ue. Tre: cambiare i criteri di valutazione del governo per decidere se e dove intervenire.

Facciamo un passo indietro. Ma non era lei il primo fautore del nuovo golden power?

Ho presentato un disegno di legge il 4 marzo che chiedeva di estendere i poteri speciali a banche e assicurazioni. Così è poi stato fatto.

E allora?

L’estensione è un bene. Ma non mi convince che la normativa differenzi in maniera così evidente fra imprese extra-comunitarie e imprese europee. Il combinato disposto delle tre lacune che ho citato rende difficilmente applicabile il golden power nei confronti di eventuali soggetti europei che vogliano approfittare della debolezza del sistema per acquisire posizioni di vantaggio nel sistema bancario e assicurativo italiano.

Insomma, bisogna guardarsi anche dai vicini di casa.

Certo. La differenza che esiste oggi fra le soglie di intervento riferite ad attori europei e non europei è troppo marcata. Non dobbiamo dimenticare che per controllare una banca non serve una maggioranza azionaria. La polverizzazione delle quote nel sistema bancario è tale che un soggetto può di fatto prendere il controllo di una banca senza acquisire un numero eccessivo di azioni.

Per questo chiedete di livellare. Cosa vi ha messo in allerta? Il caso Euronext-Borsa Italiana?

È un caso che monitoriamo. Come è noto Borsa Italiana è posseduta dalla London Stock Exchange (Lse). Le regole Ue impediscono che una struttura finanziaria come questa risieda in un Paese extra-Ue. Ed è esattamente quello che accadrà ora che la Brexit diventerà realtà.

E alla finestra ci sono i francesi. Quindi che si fa?

Entro poche settimane Lse dovrà comunicare all’Ue cosa vuole fare. Intanto il problema è stato sollevato, e così l’attenzione, che spesso è il miglior deterrente. Poi ci sono diversi strumenti al vaglio del governo. Difensivi, come il golden power. O soluzioni alternative per evitare di ricorrervi, magari una cordata insieme a Cdp.

Passiamo ai criteri di intervento per il golden power. Cosa non torna?

Ancora una volta c’è un divario troppo ampio fra aziende Ue ed extra-Ue. La normativa attuale fa riferimento a un articolo della precedente disciplina per cui il golden power deve intervenire quando si accerti “la sussistenza di legami fra l’acquirente e Paesi terzi che non riconoscono i principi di democrazia o dello Stato di diritto”. È evidente che una previsione del genere esclude a priori i Paesi Ue.

Chiudiamo con l’ultimo rilievo. Passare da un sistema di notifica a uno autorizzativo non rischia di terrorizzare qualsiasi acquirente?

Il contrario. Il mercato preferisce regole certe. E prevenire è meglio che curare. La notifica può arrivare ad operazione in corso o già avvenuta, quando ormai ci possono essere delle conseguenze. Così invece chi vuole fare un’operazione manifesta il suo interesse e chiede un parere preventivo, evitando di trovarsi bloccato a metà strada.

Urso, perché l’allarme è scattato proprio ora?

La crisi ha messo a nudo l’esposizione di settori strategici. Con un debito pubblico al 157% e una tempesta finanziaria in arrivo in autunno, la tenuta del sistema bancario e assicurativo è vitale per la tenuta del sistema Paese.

Però l’Ue ha battuto un colpo. O no?

Anche se ricorreremo alle varie modalità di prestito che l’Ue è disposta a concederci, Bei, Sure, Recovery Bond, vedremo se anche il Mes, il debito pubblico continuerà a crescere. Se non garantiamo la stabilità del settore bancario e assicurativo che acquista una parte di quel debito, si rischia un effetto a catena che parte da lì e arriva alle imprese. Per questo bisogna rafforzare la linea Maginot. Anzi, la linea del Piave. Questa almeno non ha ceduto.

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