Ecco tutte le bucce di banana sulla strada di Conte. L’analisi di Cazzola

Ecco tutte le bucce di banana sulla strada di Conte. L’analisi di Cazzola
Il governo Conte 2 avrebbe mille motivi per togliere il disturbo. Scivoloni nella gestione del virus, tutta la partita aperta con l’Unione e la Bce e altre grane politiche messe in fila da Giuliano Cazzola

In un regime parlamentare la sopravvivenza di un esecutivo è condizionata dal voto di fiducia delle assemblee elettive: un voto che viene conferito da una maggioranza rappresentativa dei gruppi che si sono accordati per sostenere la compagine di governo e dare attuazione al programma concordato.

Tuttavia, le regole e le procedure che consentono la stabilità di un esecutivo poggiano su di un elemento sostanziale: la solidità (o meno) dell’intesa tra le forze politiche che si riconoscono e partecipano a quella esperienza di guida del Paese. Ed essendo, quella tra i partiti, una tregua armata (giacché permangono sempre strategie differenti e motivi di competizione) le crisi sono sempre dietro l’angolo e possono esprimersi, formalmente, con l’approvazione da parte del Parlamento di un atto di sfiducia nei confronti del governo in carica oppure in conseguenza di una valutazione politica (corredata o meno da formalizzazioni specifiche secondo quanto dispongono le leggi e i regolamenti) interna al governo o alla stessa maggioranza.

Il sostenere o l’affossare un governo possono anche dipendere da stati di necessità o da calcoli strumentali, allo scopo di realizzare il vero obiettivo di quell’azione, come ad esempio, ottenere le elezioni anticipate in una fase particolarmente favorevole per la forza politica che prende l’iniziativa della crisi. Ma nei momenti difficili, come quelli che stiamo vivendo, bisogna fare molta attenzione a non destabilizzare un quadro politico che si regge a stento, a bordo di una Zattera della Medusa, ribattezzata Italia.

Il governo Conte 2 avrebbe mille motivi per togliere il disturbo. Ha affrontato la crisi pandemica compiendo molti errori e in uno stato spesso di conflitto con le Regioni. Non è stato ancora in grado – nonostante una pletora di esperti, consiglieri, task force, commissari straordinari, oves et boves et omnia pecora campi – di venire a capo di problemi importanti, anche se banali. Si prenda il caso delle ‘’mascherine’’: se ne sono prodotte milioni di copie per scoprire poco dopo che i materiali usati non erano conformi alla normativa vigente.

Ultimamente a un sottosegretario è scappato detto in tv che persino il salvifico e agognato tampone, è praticamente inutile perché non disponiamo di sufficienti ‘’reagenti’’; perciò l’esame rischia di ridursi ad un cotton fioc impregnato di saliva e depositato in quaranta all’interno di un magazzino.

Ci sono poi grane politiche più serie. Quella dei permessi di soggiorno ai migranti. Sarebbe non solo una scelta civile e umanitaria, ma anche un atto necessario, se non vogliamo mandare in crisi il settore agroalimentare, visto che c’è da procedere con urgenza al raccolto (e trovare manodopera italiana disponibile sembra essere impossibile). Il M5S non vuole avere a che fare con una linea diversa da quella impostata da Salvini, ancora.

Poi c’è tutta la partita aperta con l’Unione e la Bce, che presenta aspetti di vero e proprio masochismo diffuso e recidivo. Mettiamo da parte la guerra di corsa che sta portando avanti Matteo Salvini con le sue proposte (ogni giorno una più strampalata di quella del giorno precedente) che stanno svelando la nuova strategia sovranista: rendere incompatibile la nostra permanenza nell’Unione e nel club dell’Eur; in due parole: farci cacciare. Rispetto all’esecutivo precedente l’attuale governo ha scelto di presidiare con cura il rapporto con l’Unione. Tutti gli esponenti del Pd, sono schierati su quel fronte. E i risultati si sono visti. A questo punto la loggia dei sovranisti ha deciso di attaccare la politica europea, avvolgendo di pericolose insidie, che solo loro riescono a intravedere, i risultati positivi predisposti, anche su pressione di Conte e Gualtieri, dall’Eurogruppo e dalla Bce. Si è arrivati al punto che questi settori politici snobbano persino il 36 miliardi del Mes sanitario come se si trattasse di pochi spiccioli, quando il suo ammontare è pari ad un terzo del finanziamento annuo del fondo sanitario nazionale. Non si accettano condizioni, neppure quelle – che a noi sembrano una sorta di minimo sindacale – per cui tali risorse devono essere destinate a sanare gli effetti diretti e indiretti dell’epidemia che sta devastando le strutture sanitarie in Europa.

Intorno al Mes circolano strane teorie. Nessuno nota che, con tanta acredine se ne parla solo in Italia; che gli Stati che nella crisi precedente hanno chiesto ed ottenuto il prestito (con le relative condizioni) non hanno espresso oggi alcun tipo di contrarietà. Peraltro, se si vuole evitare che gli sgherri della austerità (sic!) si mettano a spulciare nei nostri conti pubblici, non occorre schierare le truppe alla frontiera; basta solo non chiedere (come hanno fatto, da molti anni, i governi italiani) il prestito. In ogni caso, la contropartita richiesta dal governo italiano – l’hanno chiamata inizialmente eurobond – ha un carattere strumentale perché comunque l’adozione di una misura siffatta richiede del tempo e soprattutto occorre trovare una copertura credibile e sostenibile. Ciò nonostante il negoziato prosegue – sul Recovery fund si è raggiunto un accordo di principio – anche perché Macron e Merkel (la quale presiederà l’Unione nel secondo semestre dell’anno e avrà così maggiori possibilità di mediazione) vogliono evitare che l’Italia trovi un pretesto ad usum delphini per suicidarsi in solitudine.

Come ha denunciato Bini Smaghi in un recente articolo, il disegno dei sovranisti nostrani non è più quello di uscire dalla comunità, ma di essere cacciati: ‘’Una via alternativa per conseguire l’uscita dell’Italia dall’euro – ha scritto l’economista – è quella di rendere l’evento inevitabile, facendosi buttare fuori oppure eliminando qualsiasi meccanismo di difesa, come il Mes. Senza il Mes – ha proseguito l’economista – ossia senza la possibilità di usufruire di prestiti a bassi tassi d’interesse, condizionati a politiche di risanamento, non ci sarebbe modo di evitare l’uscita dell’Italia dall’euro’’.

A parte il congruo acconto dello stanziamento per la sanità, immune da condizionamenti (se non l’obbligo più che naturale di destinare le risorse alle finalità previste), sarebbe folle rinunciare – tra l’altro – all’ombrello protettivo della Bce per un valore di 220 miliardi per il 2020. L’acquisto dei nostri titoli di Stato da parte dell’Istituto di Francoforte consente di contenere l’ammontare del servizio del debito che è destinato a crescere per via dell’incremento dello spread. Non sfugge a nessuno, dopo l’intervento della Corte costituzionale tedesca, che tutti i Paesi hanno delle difficoltà a procedere verso una maggiore integrazione economica e politica. Ma in questi mesi in cui è in corso il suicidio dell’economia del mondo sviluppato, si è evocato spesso l’intervento del Piano Marshall che consentì ai paesi europei – sia vincitori che sconfitti nella Seconda guerra mondiale – di curare le proprie ferite e riconquistare in pochi anni la rinascita e la ripresa. E’ sempre rischioso fare indossare alla storia le stesse braghe di epoche lontane e diverse.

Ma il pacchetto predisposto dalla Commissione europea è più consistente di quello dell’amministrazione americana nel dopoguerra. Teniamone conto. Certo, se le risorse per la Fase 2 devono essere garantite dal bilancio poliennale dell’Unione, sarà bene che il Consiglio lo approvi, dopo ben due anni di discussioni ‘’alla ricerca del tempo perduto’’. Ma di Mes (e dei suoi nuovi ‘’nomi’’) in Italia non si deve parlare. Terminiamo qui l’elenco delle controversie quotidiane anche tra i partiti della maggioranza (l’epidemia più grave è scoppiata il 4 marzo 2018 quando gli italiani, nelle urne, si sono infettati apposta) ognuna delle quali potrebbe comportare una crisi di governo e soffermiamoci sugli ‘’incidenti’’ che sono ritenuti dagli osservatori più probabili per innescare una crisi a breve termine: la “lite tra comari’’ che sta contrapponendo Alfonso Bonafede (il ministro guardasigilli) a Nino Di Matteo, membro del Csm. Alle accuse del secondo il primo avrebbe avuto modo di replicare con una querela. Ma Bonafade è talmente “manettaro’’ che non vuole veder offuscata questa fama famigerata anche da dicerie infondate (i mafiosi scarcerati non sono 376 e le disposizioni attengono alla discrezionalità dei giudici di sorveglianza).

Del resto, i boss non sprecherebbero mai il poco tempo che resta loro da vivere nel mandare messaggi a Bonafede, dubitando che saprebbe leggerli e comprenderli. L’altra buccia di banana su cui potrebbe scivolare Conte è l’emendamento c.d. salva-Davigo, presentato con lo scopo di ritardarne di almeno due anni il pensionamento. Che dire? Anche nella follia ci vorrebbe un minimo di logica.

ultima modifica: 2020-05-09T10:30:02+00:00 da Giuliano Cazzola

 

 

 

 

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