Recovery Fund, perché l’Italia ha (poco) da esultare. L’analisi di Chatham House

Recovery Fund, perché l’Italia ha (poco) da esultare. L’analisi di Chatham House
Il Recovery Fund sarà uno shock fiscale per l'Italia, ma non curerà il debito che la Commissione Ue prevede balzare nel giro di un anno al 153% del Pil. Non ci sarà "nessuna rivoluzione", spiega un'analisi della Chatham House

Piano con i festeggiamenti. Il Recovery fund lanciato da Emmanuel Macron e Angela Merkel darà una boccata d’ossigeno all’Italia, nulla di più. Parola della Chatam House, antico e prestigioso think tank indipendente inglese, che dedica un’analisi al piano franco-tedesco per la ripresa europea e agli effetti che (non) avrà sull’economia italiana.

“Se credevate che la situazione italiana fosse economicamente e politicamente insostenibile nel lungo periodo prima della crisi, anche una versione potenziata di questo fondo non dovrebbe farvi cambiare idea”, scrive l’analista Pepijn Bergsen.

I prestiti previsti, ha annunciato Merkel in conferenza stampa, saranno ripagati attraverso fondi allocati da parte di tutti gli Stati membri, sulla base dei loro contributi al budget Ue. Stando a queste regole del gioco, spiega l’analisi, l’Italia dovrebbe contribuire “intorno al 15% di questi debiti con circa 75 miliardi di euro, anche se le regole di bilancio fanno sì che questo contributo rimanga al di fuori del bilancio dello Stato e dunque non aumenti il suo rapporto debito/Pil”.

L’Italia è un contribuente netto dell’Ue: ogni anno dà più di quello che riceve indietro (è al terzo posto fra gli Stati contribuenti, ma solo al quinto di quelli beneficiari). Per essere beneficiari netti del fondo così come presentato da Macron e Merkel, “i Paesi devono ricevere dal fondo una quota maggiore rispetto alla loro quota di contributo”. Questo sembra essere il caso dell’Italia, spiega Chatam House.

“Se assumiamo che la spesa del fondo in Italia sia del 50% superiore alla sua quota di contributo, cioè 115 miliardi di euro ovvero il 6% del Pil italiano nel 2019, vorrebbe dire che aumenterebbe la spesa di 2-3 punti percentuali di Pil nei prossimi due anni. Una parte di questa spesa ci sarebbe stata anche senza il fondo. Ma avrebbe avuto un costo più alto sul debito e dunque non è sbagliato chiamare questo piano uno shock fiscale significativo per l’Italia, così come per altre economie più deboli”.

Uno shock fiscale, però, non è “una rivoluzione”, spiega il think tank londinese. Né tantomeno l’Ue sta vivendo il suo “momento Hamilton”, come qualche economista ha suggerito.

Perché piaccia o no il Recovery Fund proposto dall’asse Parigi-Berlino rimane “un intervento singolo” e i Paesi Ue dovranno comunque rispondere “dell’aumento dello stock di debito dovuto al coronavirus”. Uno stock che, prevede la Commissione Ue, in Italia l’anno prossimo passerà dal 135% al 153% del Pil.

Se insomma lo stimolo fiscale del Recovery Fund ci sarà per l’Italia e con ogni probabilità darà una spinta alla crescita italiana (anche se i fondi saranno vincolati a “riforme strutturali”, passaggio, questo, che ha fatto rievocare fra alcuni opinionisti la “Troika”), “ci vorrebbe un enorme e irrealistico stimolo fiscale per migliorare le dinamiche del debito italiano, dal momento che la distruzione dovuta al coronavirus si farà sentire ancora a lungo”, chiosa l’analista.

“Lo Stato italiano – conclude – dovrà continuare a cercare di realizzare grandi avanzi primari per finanziare spese per interessi significativamente più alte degli altri Paesi dell’Eurozona”.

ultima modifica: 2020-05-21T14:30:02+00:00 da Mattia Soldi

 

 

 

 

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