Le riforme di cui ha bisogno l’Italia per contare in Ue. L’analisi di Tivelli

Le riforme di cui ha bisogno l’Italia per contare in Ue. L’analisi di Tivelli
L'Italia è chiamata a “mettere ordine a casa propria” in vista dell'atterraggio di quello che presumibilmente sarà definito “Recovery instrument". Gli aiuti europei saranno a fronte di riforme chieste agli Stati membri. L'analisi di Luigi Tivelli

Un vecchio proverbio arabo recita: “Se vuoi essere ben accetto dai tuoi vicini devi prima mettere in ordine la tua casa”. E proprio su alcuni aspetti di “disordine” e devianza della casa Italia si appuntano da tempo, e ritornano anche in questa fase, le critiche di qualche organo di opinione e di qualche governante di qualche paese, specie nordico, o di lingua tedesca, dell’Unione europea.

Guardiamo per esempio al caso dell’evasione fiscale, regolarmente quantificata da alcuni anni nelle relazioni annuali della Corte dei Conti (come ha ricordato anche il professor Mario Baldassarri nel bel saggio pubblicato a puntate nei giorni scorsi da Formiche.net) rispetto alla quale da tempo i vari governi che si sono succeduti non hanno fatto praticamente niente. Anzi, il governo gialloverde Conte, tramite la misura generosa sulle cartelle emesse dall’agenzia dell’entrate ha dato la sensazione di “allisciare” gli evasori. E il Conte II non sta spendendo una parola sul contrasto all’evasione. Mi sembra particolarmente grave che, nel momento in cui si chiedono sacrifici ai cittadini, nel momento in cui si aumenta molto l’indebitamente pubblico, nel momento in cui si chiede il massimo sostegno all’Unione europea, non ci si impegni decisamente a scoprire e reperire le entrate illegittimamente sottratte al fisco. Così come mi sembra grave che non ci si impegni al massimo a dar corso al pieno utilizzo, recuperando gli atavici ritardi, dei fondi europei per le aree del mezzogiorno, a cominciare da quelli in corso. Occorre poi che finalmente ci si predisponga e ci si attrezzi in termini seri ed efficaci per il periodo 2021-2027, visti i gravi limiti progettuali che hanno sin qui dimostrato i soggetti attuatori, a cominciare dalle regioni del mezzogiorno.

Ma l’Italia è ora chiamata a “mettere ordine a casa propria” in vista dell’atterraggio di quello che presumibilmente sarà definito “Recovery instrument” (e che sarà presentato dalla commissione europea il 27 maggio), fatto in parte di aiuti diretti, in parte di prestiti, se tutto andrà bene, per una mole di un migliaio di miliardi complessivi. È oramai evidente che gli aiuti saranno, come ha rilevato il vice presidente della commissione Ue Valdis Dombrovskis a fronte di riforme chieste agli stati membri. Atteniamoci alle prime due indicate per l’Italia dal Commissario agli affari economici Paolo Gentiloni: la riforma della pubblica amministrazione e quella del sistema giudiziario.

Per quanto riguarda la prima, la riforma Renzi-Madia di alcuni anni fa è stata una vera e propria occasione mancata. La nostra P.A. ha bisogno infatti di una vera rivoluzione copernicana che ponga il cittadino al centro del sistema dei pubblici uffici e servizi. Put People First! Era il titolo del grande progetto di rilancio dell’amministrazione federale Usa di Bill Clinton e Al Gore e il sottotitolo era reinventing government, reinventare l’amministrazione. E per rendere la nostra amministrazione più moderna e più europea dobbiamo appunto reinventarla, avvalendoci il più possibile della digitalizzazione che consente un rapporto più diretto e senza intermediazioni parassitarie fra cittadini, uffici e servizi.

Quanto al sistema della giustizia, per la giustizia penale vanno ripensate come pare si stia facendo, misure demagogiche come quella sulla prescrizione o reati quali l’abuso di ufficio, che inducono i dirigenti pubblici a rifiutarsi di assumere decisioni. Una delle ragioni per cui, come scriveva Ennio Flaiano, “se c’è un modo per rinviare un problema, la burocrazia lo troverà”. Ma ciò che è più importante è un ripensamento di fondo dei modi e dei tempi della giustizia civile, che così com’è è un ostacolo all’attrazione e allo sviluppo delle imprese e al buon funzionamento dei commerci.

Infine, ultimo ma non meno importante, cosa di cui i cittadini e gli stessi governi non sembrano molto consapevoli, è ormai da un ventennio che l’Italia soffre di “malattia della crescita” e che il suo andamento del Pil sta in coda nella graduatoria europea. Pertanto, la larga parte dei fondi che affluiranno da Bruxelles dovrà essere utilizzata per sostenere e liberare la crescita, per tornare ad essere un paese più “europeo”.

ultima modifica: 2020-05-22T10:16:03+00:00 da Luigi Tivelli

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