Il decreto semplificazioni è l’ultimo treno per rilanciare l’Italia. Parla Bianchi (Ance)

Il decreto semplificazioni è l’ultimo treno per rilanciare l’Italia. Parla Bianchi (Ance)
Intervista al vicepresidente di Ance, l'associazione nazionale dei costruttori aderente a Confindustria: "Siamo molto preoccupati. Nelle ultime tre settimane abbiamo parlato delle proposte di Vittorio Colao e abbiamo assistito agli Stati generali dell'economia. E adesso pure il piano nazionale delle riforme. Ci chiediamo, però, quand'è che si inizierà a mettere mano ai problemi concreti delle imprese"

“Il decreto Semplificazioni rappresenta l’ultimo treno che passa a livello normativo prima della legge di Bilancio. Non ci sarà altro spazio. Dobbiamo approvarlo adesso”. Il vicepresidente di Ance – l’associazione nazionale dei costruttori aderente a Confindustria – Edoardo Bianchi non ha dubbi: è ora che il governo risponda alla richiesta di sburocratizzazione che si leva dal mondo dell’impresa. “Aspettiamo le semplificazioni dall’inizio del lockdown. Dovevano già essere contenute nel decreto Aprile che non ha mai visto la luce, poi le attendevamo a maggio ma il Rilancio non ha previsto nulla in materia. È chiaro che non si può più andare avanti di questo passo”.

Tempi serrati dunque, ma anche soluzioni vere in grado di rimettere in moto l’economia italiana, a partire dalle opere pubbliche e dalle infrastrutture. “Siamo molto preoccupati”, ha dichiarato a Formiche.net Bianchi. Che poi ha aggiunto: “Nelle ultime tre settimane abbiamo parlato delle proposte di Vittorio Colao e abbiamo assistito agli Stati generali dell’economia. E adesso pure il piano nazionale delle riforme. Ci chiediamo, però, quand’è che si inizierà davvero a mettere mano ai problemi concreti delle aziende”.

I tempi sono slittati di molto rispetto alle indicazioni ma i più ottimisti ora dicono che il Decreto Semplificazioni potrebbe essere approvato la prossima settimana. A che punto siamo?

Al momento non risulta affatto che ci sia un testo pronto, anche perché sono diversi i ministeri che stanno partecipando alla stesura di questo provvedimento. Non penso che la prossima settimana ci siano i presupposti per portarlo in Consiglio dei Ministri.

Che tipo di interlocuzione state portando avanti con il governo? Pensa che questa possa essere la volta buona?

A parole tutti affermano di essere d’accordo con le nostre osservazioni. Ma questo comportamento in qualche modo ci preoccupa: ogni volta che ci dicono così, poi non si concretizza nulla.

Ad esempio quando?

Penso allo split payment. I cinquestelle si sono dichiarati contrari, come ci ha confermato anche il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli. Eppure, già a dicembre e il governo italiano ne ha chiesto la proroga all’Europa. Questo vuol dire che è stato il Partito democratico a volerlo? Non lo sappiamo, l’impressione è che questo governo, su alcuni dossier almeno, navighi a vista.

La proroga dello split payment è così pesante per il mondo produttivo?

In generale, non ci rasserena l’atteggiamento del governo verso il mondo dell’industria. Che senso ha prorogare lo split payment e poi il giorno dopo perdersi in mille polemiche per ridurre di un punto o di mezzo punto l’Iva? Non vedo alcuna logica. Alle imprese non servono regali, ci basterebbe che ci facessero incassare i nostri soldi. Con la fatturazione elettronica lo split payment non ha nessun senso. Se la madre di tutte le battaglie è far sì che le aziende abbiano liquidità, allora non si capisce davvero perché lo abbiano prorogato.

Nel decreto ci saranno anche alcune norme per rilanciare le infrastrutture e le opere pubbliche in Italia. Favorevoli o contrari all’estensione del modello Genova a tutta Italia?

Siamo contrari. Quel modello è andato benissimo a Genova ma è non è esportabile nel resto del Paese. Nel capoluogo ligure c’è stata un’emergenza eccezionale e straordinaria ma non si può decidere di agire allo stesso per qualsiasi cantiere. Non ci serve andare in deroga ma approvare regole che funzionino e che tutti i soggetti interessati siano in grado di applicare. Dobbiamo fare funzionare il sistema nell’ordinario, senza cercare corridoi straordinari. Salvo che per situazioni di massima urgenza, come appunto è accaduto drammaticamente a Genova.

Intanto fervono sempre, come da quattro anni a questa parte, le polemiche sul codice degli appalti del 2016. È d’accordo con chi sostiene che si dovrebbe sospendere per dare diretta applicazione alle direttive europee in materia?

Assolutamente no. Non è vero che non abbiamo bisogno di un codice. Occorre, semmai, un codice degli appalti che funzioni davvero. E, com’è evidente, quello del 2016 è stato un fallimento su tutta la linea.

Perché?

Innanzitutto perché è permeato da un’impostazione giustizialista nei confronti sia delle imprese che dei dirigenti e funzionari delle pubbliche amministrazione. E’ intriso di una cultura del sospetto che si è tradotta in pessime regole.

Il secondo motivo?

Perché è caratterizzato da una concezione del rapporto tra imprese e pubblica amministrazione quasi paragonabile a quella del passato tra sudditi e sovrano. Questa impostazione chiaramente non ci ha permesso di realizzare l’obiettivo di sistema che l’Italia dovrebbe perseguire con tutte le sue forze: bandire le gare, aprire i cantieri e inaugurare nuove opere pubbliche e infrastrutture. Altrimenti continuerà a verificarsi quello che vediamo tutti i giorni: i lavori, semplicemente, si fermano o, peggio ancora, non partono.

Tecnicamente parlando, qual è stata la sua pecca principale?

Non aver portato a compimento il processo di qualificazione delle stazioni appaltanti, ossia il loro accorpamento e la loro razionalizzazione. In Italia abbiamo 44.000 centri di spesa, un caso unico in Europa. In questo modo è chiaro che si fatichi ad aprire i cantieri e poi a inaugurare le opere, anche perché molte pubbliche amministrazioni – alcune delle quali molto piccole, pensi alle migliaia di comuni del nostro Paese – non hanno, per forza di cose, né le risorse né le competenze necessarie. Ma c’è un altro aspetto fondamentale.

Quale?

Il codice del 2016 ha scommesso su un sistema binario di normazione – il codice e il potere regolatorio attribuito all’Anac – che non ha mai funzionato. Dobbiamo tornare in passato, come in parte ha fatto lo Sblocca cantieri dello scorso anno che ha previsto il ritorno al regolamento unico d’attuazione. Ma non basta.

In che senso?

L’Anac – se proprio vogliamo che l’autorità di controllo sui contratti pubblici si chiami Anticorruzione – deve tornare a svolgere unicamente attività di vigilanza. Ma non deve regolamentare il mercato. Abbiamo paura di un eccesso di regole, non dei controlli.

ultima modifica: 2020-06-27T15:00:23+00:00 da Andrea Picardi

 

 

 

 

 

 

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