La contrazione mondiale della domanda di acciaio, accentuata con la crisi pandemica Covid-19, ha indotto Arcelor Mittal a voler rinegoziare l’accordo, a suo tempo raggiunto con i commissari straordinari di Ilva, ritenuto eccessivamente oneroso. Si profila quindi l’avvio di un nuovo braccio di ferro tra le parti. L’analisi di Stanislao Chimenti, docente di Diritto commerciale e Partner dello Studio Delfino Willkie Farr & Gallagher

Il governo Italiano ospita in questi giorni le massime istituzioni europee in una riunione informale le cui finalità appaiono alquanto complesse ma che, in estrema sintesi, possono così esporsi: illustrare la politica economica che l’Italia dovrà perseguire per uscire prima possibile dalla crisi della pandemia. Di contro, appare chiaro quali siano le finalità e le aspettative dei vertici Ue e della Bce: parla di necessità di “interventi ambiziosi” von der Leyen, mentre Lagarde assicura la presenza della Bce solo se l’Italia non perderà l’opportunità. Insomma, si attiva una funzione di controllo, preventivo e successivo, sull’impiego delle risorse che, a vario titolo, l’Italia sta chiedendo all’Unione. La richiesta/condizione dell’UE è dunque chiara: riforme.

In questo contesto appare ancora una volta esemplare il caso Ilva sul quale abbiamo avuto più volte modo di soffermarci.
Già in una esternazione resa nello scorso Novembre dalle colonne de Il Messaggero, Romano Prodi aveva infatti dichiarato alla stampa: “Il caso Ilva ci mette di nuovo all’angolo fra tutti i Paesi europei. Nessuno più si fida di noi: la nostra politica industriale, abbandonati i positivi disegni del 4.0, si riduce a cercare di salvare, senza però applicarvi le necessarie cure, un giorno l’Alitalia, e, il giorno dopo, la Whirlpool o l’Ilva” (si veda Il Messaggero, 6 novembre 2019). L’allarme, dunque, veniva lanciato ben prima dell’esplosione della crisi Covid-19. Da allora la situazione, lungi dal migliorare, è se possibile di gran lunga peggiorata e non solo per l’ovvio e anzi notorio incidere della crisi pandemica.

Si ricorderà che, una volta selezionata Arcelor Mittal quale possibile acquirente di Ilva, il percorso della procedura sia stato alquanto tormentato. Un primo accordo venne raggiunto nel 2018 e prevedeva, in due diverse fasi, l’impiego – riassorbimento di oltre 12 mila lavoratori entro il termine del 2023, previsto per il perfezionamento dell’acquisto del complesso aziendale che al momento i commissari straordinari di Ilva hanno concesso in affitto ad Arcelor Mittal. È importante qui rilevare che quell’accordo, raggiunto sotto il governo c.d. Conte 1, era stato sottoscritto anche dalle maggiori sigle sindacali. Tuttavia, la contrazione mondiale della domanda di acciaio, poi accentuata enormemente con la crisi pandemica, ha presto indotto il possibile acquirente a voler rinegoziare quell’accordo, ritenuto eccessivamente oneroso. Ne è scaturito un contenzioso legale che è stato apparentemente risolto il 4 marzo 2020 in piena crisi Covid con un accordo che ha comportato l’abbandono delle cause reciprocamente intentate presso il Tribunale di Milano tra Arcelor Mittal e i commissari straordinari.

Qual è il contenuto di tal accordo? In realtà si tratta di un profilo rimasto aperto, se non oscuro. Difatti, secondo quanto è dato conoscere, l’accordo prevede l’impegno alla definizione di un nuovo piano industriale entro il mese di novembre 2020. Tale nuovo piano dovrebbe essere improntato a contenuti più marcatamente ecologistici e di attenzione all’ambiente. Qualora simile requisito venisse rispettato, la mano pubblica potrebbe/dovrebbe entrare nel capitale della nuova società e accompagnare la fase di transizione fino all’acquisto definitivo fissato, come detto, per il 2023. Qualora tale piano non venisse redatto o comunque approvato entro il termine, Arcelor Mittal avrebbe comunque la possibilità di recedere dal contratto, corrispondendo al Governo la somma di euro 500 milioni per tale exit. È facile osservare i profili di criticità di un simile modus operandi.

In primo luogo, questo nuovo accordo non ha visto il coinvolgimento dei sindacati. Si è dunque paventato che, al di là della richiesta di un piano industriale maggiormente ecologico, la vera posta in gioco sia il ridimensionamento della forza lavoro da assorbire; risultato questo che Arcelor Mittal avrebbe negoziato col governo appunto all’insaputa dei sindacati e comunque senza il loro intervento diretto.

In secondo luogo, non è in alcun modo chiaro quali siano le modalità di ingresso della mano pubblica nella nuova Ilva.
Infine, c’è da dire che mentre in precedenza Arcelor Mittal era esposta a una richiesta di risarcimento indefinita e potenzialmente incalcolabile, ora il corrispettivo per l’esercizio del recesso è fissato e immodificabile. In tal modo si verifica un’asimmetria tra le parti giacché Arcelor Mittal è in grado di sapere se e come predisporrà il nuovo piano e quanto eventualmente possa costarle la decisione di recedere. In effetti non è tale aspetto a destare meraviglia; fissare una multa penitenziale è invero prassi di molti contratti e semmai può solo discutersi sulla congruità dell’importo. Già maggiormente problematico è l’aspetto della mancata negoziazione in presenza dei sindacati, visto l’enorme rilievo sociale della vicenda.

Ma ciò che appare davvero critica è la mancanza di indicazioni chiare in ordine a modalità, tempistiche ed entità dell’intervento pubblico. Appare davvero sorprendente che tale intervento sia prospettato ancor prima che il piano industriale venga presentato. In ciò dobbiamo purtroppo constatare una conferma di quanto già abbiamo rilevato in ordine alla vicenda Alitalia. Anche lì vengono destinate risorse pubbliche senza una preventiva analisi e senza la presentazione di un piano industriale. L’allarme che Romano Prodi lanciava già nel novembre 2019 non era dunque così infondato: si individua una vera e propria linea di tendenza rappresentata dalla prospettiva di un intervento pubblico a sostegno di società insolventi senza che tale intervento sia chiaramente e rigorosamente destinato alla “cura” dei mali che hanno condotto le società al dissesto.

Come abbiamo più volte osservato, non desta scalpore l’intervento pubblico in sé, né l’intervento in società insolventi. Tuttavia, precondizioni necessaria – e ancora neppure sufficiente – per tale intervento è che esso sia risolto alla risoluzione di un problema tanto grave da cagionare l’espulsione dell’azienda dal mercato.

Sono queste, come minimo, le riforme che l’Ue ci chiede e continuerà a chiedere. Diversamente, il problema dell’intervento pubblico Italiano non si porrà poiché lo Stato non potrà attingere ai fondi europei di cui, oggi più che mai, ha un impellente bisogno.

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