Ospite a Roma per un giro di consultazioni con cui cercare sostegno alla sua road map negoziale alternativa all’Onu, il presidente del parlamento libico HoR offre ad AdnKronos un quadro interessante da analizzare

Il presidente del parlamento libico (HoR) Agila Saleh, è a Roma per incontri istituzionali, tra cui uno con l’omologo italiano, Roberto Fico, presidente della Camera, e un altro con il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Di ritorno da Ginevra, dopo una puntata più lunga a Mosca, Saleh è in Italia per proporre il proprio piano al governo Conte. L’Italia deve favorire la ripresa del dialogo politico e sostenere il cessate il fuoco in Libia, per evitare “una guerra violenta che è un male per tutti”. È questo il senso di alcuni commenti affidati in esclusiva ad AdnKronos, che arrivano nel giorno in cui la Camera dei rappresentanti della Libia ha pubblicato una dichiarazione dove asserisce che le Forze armate dall’Egitto hanno “il diritto di intervenire per proteggere la sicurezza nazionale libica ed egiziana” in caso di “minaccia imminente per la sicurezza dei due Paesi.

IL RAPPORTO CON HAFATR

Il presidente parlamentare libico parla da soggetto interessato. Da sempre sostenitore delle forze della Cirenaica, è considerato il braccio politico del signore della guerra, Khalifa Haftar. “Ogni tanto abbiamo delle divergenze, e questo è un bene, ma condividiamo un obiettivo comune, che è quello della stabilità della Libia”, dice. Saleh ne ha parlato del suo rapporto con il generale, con il quale spesso viene messo in competizione: “Possiamo avere opinioni divergenti, ma siamo sempre in contatto”.

Ma recentemente pare che tra i due qualcosa si sia rotto, e (complice anche la sconfitta militare della campagna su Tripoli), Saleh è ormai considerato l’uomo che sostituirà Haftar nel difendere le istanze di chi si oppone al governo onusiano Gna. Tanto più questa sostituzione interessa gli attori esterni che difendono l’Est: rovinata l’iniziativa militare dall’aiuto turco a Tripli, paesi come Egitto e Russia, e in modo meno convinto gli Emirati Arabi, contano di continuare con il più potabile Saleh a difendere i loro interessi e salvare la faccia al loro coinvolgimento.

LA ROAD MAP E IL SOSTEGNO NECESSARIO

Qualche settimana fa, il presidente ha lanciato dal Cairo la sua road map negoziale. Annunciata da tempo, poi obliterata dall’infuocarsi degli scontri, l’idea di Saleh riguarda un reset nei confronti della linea politica sostenuta dalle Nazioni Unite. Ora il libico, politico esperto con ottimi contatto regionali ma senza milizie (normalità altrove, debolezza in Libia) sta portando avanti una sorta di questua per ottenere sostegno extra. Dopo aver ricevuto la benedizione egiziana e russa e il plauso francese, ora gli servirebbe per esser più credibile l’appoggio di Stati non schierati con Haftar, e pensare all’Italia — per influenza in Libia, posizione politica tiepida, centralità in Ue — è più che normale. Ma difficile che Roma gli accordi quel che cerca vista la delicatezza della situazione: un plauso per lo sforzo è arrivato, ma gli italiani conoscono troppo bene le delicatezze dell’offerta per un investimento completo.

LA SPONDA USA, CHE NON C’È

Saleh ha già cercato il sostegno di Washington tramite l’Egitto, ma anche in quel caso niente di esplicito. “Con gli Stati Uniti abbiamo un buon rapporto, ma vorremmo fosse migliore”, dice infatti, sottolineando di aver avuto un contatto con l’ambasciatore americano in Libia, Richard Norland. La feluca è piuttosto attiva e conduce la politica statunitense sul dossier, che — come fa notare sul sito della Fondazione Machiavelli l’ex sottosegretario agli Esteri, Guglielmo Picchi — è presente senza essere troppo appariscente. Anzi ultimamente, con il caso della stabilizzazione del mercato petrolifero, la presenza americana tra i gangli del fascicolo libico è diventata ben più evidente, ma ha un posizionamento più terzo — mentre Saleh vorrebbe che Washington riconoscesse il suo piano come il percorso da seguire. Gli Usa sono con l’Onu (Saleh ne è l’alternativa cirenaica); sanno che il presidente è sì una figura da includere nel dialogo ma non gode della fiducia completa della Tripolitania; e poi vogliono garanzie che le dinamiche libiche di smarchino completamente dalla Russia.

La recente dichiarazione sul petrolio dell’ambasciata Usa è molto chiara contro queste interferenze, mentre Saleh ha ricevuto sostegno politico operativo da Mosca più che da tutti gli altri. “Il blocco alle esportazioni di petrolio durerà fino a quando non saranno state soddisfatte le nostre richieste, che sono quelle di un’equa distribuzione dei profitti a tutti i libici”, dice all’agenzia stampa italiana, e precisa che “noi non consentiremo che gli interessi dell’Eni in Libia siano toccati, l’Eni è una grande azienda, importante per la Libia”. Nota di valore, visto che i contractor russi che si muovono sul suo stesso lato nel conflitto hanno invaso nelle scorse settimane il campo pozzi di Sharara per continuare il blocco petrolifero che Haftar aveva imposto, col sostegno di Saleh, a gennaio — mentre i big internazionali si vedevano a Berlino per parlare di un negoziato libico che ancora stenta.

SIRTE E LA GUERRA

Altro punto interessante delle dichiarazioni del leader libico: se le forze del governo di accordo nazionale libico dovessero attaccare Sirte, città al centro della contesa territoriale del momento, ultimo avamposto di Haftar al confine tra est e ovest, “si troverebbero davanti ad una resistenza fortissima, sia da parte nostra, che da parte dei Paesi che ci sostengono”. Qui Saleh evoca la minaccia del Cairo a proposito di un ingresso in guerra dell’Egitto: coinvolgimento diretto che ha come linea rossa Sirte e al Jufra (un’altra città più a sud). Le truppe del Gna, arrivate a Sirte sullo slancio di una striscia di vittorie, hanno concesso tempo, ma ora scalpitano perché temono che lo stand by possa essere soltanto un metodo che Haftar sfrutta per riorganizzare le truppe. E la Turchia ha già dichiarato legittima ogni volontà di azione di Tripoli. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha mandato in Libia “15mila uomini”, tra mercenari e ufficiali dell’esercito, “alcuni dei quali sono nostri ostaggi”, spiega ancora Saleh, secondo cui invece “a est nessun mercenario combatte al fianco dell’Esercito nazionale libico”. Affermazione rivedibile, visto che gli spostamenti di cargo Conte e ti mercenari assadisti, così come gli uomini della Wagner (società privata usata dal Cremlino per il lavoro sporco), sono stati segnalati anche dal Pentagono.

 

 

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