Gli Emirati hanno lanciato, dal Giappone, una sonda diretta su Marte. Sarà il simbolo dell’eccezionalismo di Mbz: la via spaziale per portare Abu Dhabi tra i grandi della Terra

“Gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto la storia con una conquista senza precedenti nello spazio per la regione araba dato che ‘Hope’ è stata lanciata con successo e sta volando nello spazio“, il tweet della Mitsubishi Heavy Industries spiega l’essenziale sul lancio in orbita della sonda emiratina (“Hope” il suo nome) partita qualche ora fa dal Tanegashima Space Center, nel sud del Giappone. L’agenzia spaziale degli Emirati Arabi l’ha inviata sul Pianeta Rosso per studiare la composizione dell’atmosfera grazie a due spettrometri Emirs ed Emus. L’obiettivo è trovare risposte a un quesito scientifico fondamentale: cos’era Marte prima della desertificazione e a cosa sono dovute (e perché sono scomparse) quelle geomorfologiche legate alla presenza di acqua? Dovessero arrivare risposte concrete, per gli emiratini il risultato sarebbe di valore internazionale. Hope doveva partire il 14 luglio, ma le condizioni meteo hanno portato la Mitsubishi — che gestisce l’impianto giapponese — a rinviare il lancio per due volte. Necessità che ha messo Abu Dhabi  in apprensione perché la finestra temporale di lancio, legata a vicinanze orbitali, era breve — e per trovarne un’altra simile si sarebbe dovuto aspettare il 2022. Ossia, si rischiava di rimandare di due anni il sogno, o meglio la speranza, spaziale di Mohammed bin Zayed, principe ereditario e già policy maker intenzionato a lanciare il suo regno in forma eccezionalistica rispetto alle dinamiche lente che per anni hanno contraddistinto lo status quo assonnato del Golfo.

Il lancio spaziale è un passo in avanti con cui MbZ porta il suo emirato alla stregua (teorica, sia chiaro; per immagine, non per contenuto) di potenze come Cina e Stati Uniti. Un club spaziale ristretto a cui Abu Dhabi intende però partecipare. Si tratta di “aprire un nuovo orizzonte per il Paese”, ha detto Sarah bint Yousif Al Amiri, vice project manager della missione marziana di MbZ. Lei, ingegnere aerospaziale donna in un mondo in cui i diritti di genere sono un tema recente, ha spiegato che con Hope ci saranno nuove prospettive lavorative, nuovi sogni, “per i ragazzi che ora vanno a scuola”, e che adesso possono pensare di fare gli astronauti nella loro patria. La direttrice della sezione strumenti scientifici della missione, l’ingegnere Fatma Hussain Lootah, ha aggiunto a proposito di quel sogno è di quei ragazzi che “possono sapere che sta arrivando una nuova era… Un’era dove ci sono scienza e tecnologia, in cui tutto è possibile”. Lo spazio diventa dunque un ambito simbolico, che gli Emirati usano anche per marcare le proprie differenze e le proprie evoluzioni: per certi versi è simile ai timidi approcci all’Iran, serviti più che altro per segnare l’indipendenza di Abu Dhabi dall’Arabia Saudita (partita geopolitica enorme, che si gioca al rallenty e ancora tutt’altro che definita).

“Analizzando il Twitter sentiment degli emiratini si esprime proprio questo eccezionalissimo”, spiega a Formiche.net Cinzia Bianco, analista dell’Ecfr esperta di Golfo. “Marte è un simbolo per MbZ e per gli Emirati. Da Abu Dhabi ci tengono a dire chenoi siamo eccezionali rispetto al resto del mondo arabo, siamo unici, noi facciamo notizia non perché siamo un posto di guerra ma perché siamo avanzatissimi e siamo in competizione con le grandi potenze. E sottolineano che tutto questo arriva grazie a un leader visionario (d’altronde tutto viene attribuito alla visione del leader). Però il messaggio che dovrebbe passare in Occidente è doppio: è vero che c’è una mania di grandezza, ma anche vero che da Abu Dhabi arrivano dei risultati. E questo sta a significare che gli Emirati non sono più un regno tribale nel mezzo del deserto ricco soltanto di petrolio: ormai sono una dimensione evoluta”.

Condividi tramite