Non si può andare avanti a proroghe, è come se fossimo ancora tutti nella Fase 1. Servono riforme vere, a cominciare dal lavoro, altrimenti il Paese vivrà in una bolla perenne che esploderà solo quando ci ritroveremo faccia a faccia con il nostro debito e le risorse dell'Ue saranno finite. Sbagliato allungare il blocco dei licenziamenti, molto meglio attrezzare le imprese. Lo smart working? La prova del fuoco sarà la produttività. Conversazione con Michel Martone, giuslavorista ed ex viceministro del Lavoro

Tempo di proroghe. “Inevitabili”, dice il premier Giuseppe Conte, nel giorno in cui in Senato ha chiesto altri mesi di stato di emergenza, con tutto quello che esso comporta: ancora smart working, ancora stop ai licenziamenti, ancora Cassa integrazione. E ancora decreti. Entro poche settimane il governo approverà il decreto Agosto, il quinto provvedimento anti-Covid dopo i decreti Aprile, Rilancio, Liquidità, Semplificazioni. Tutto poggerà su un nuovo scostamento di deficit da 25 miliardi (il grosso delle risorse del Recovery Fund arriverà solo dal prossimo anno), che farà inevitabilmente salire il debito pubblico vista la crescita negativa. Alcune indicazioni, circa i contenuti di un decreto che può valere fino a 5,5 miliardi, sono state indicate questa mattina alla Camera, nel corso di un’audizione, dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. La carne al fuoco è tanta e tutto è a base di proroghe: Cassa integrazione per 18 settimane, una nuova ondata di incentivi per le assunzioni, prosecuzione dello smart working, fino ad arrivare allo stop degli acconti alle partite Iva, ma dal 2021.

Eppure a molti osservatori qualcosa non quadra. Tra questi il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che in un’intervista al CorSera ha chiesto un’immediata riforma del lavoro, invece di tanti piccoli provvedimenti che allontanano una vera svolta. Per gli Industriali è tempo di riordinare le troppe forme di Cig esistenti e poi occorre una seria rivisitazione dell’indennità di disoccupazione, la Naspi. Di questo, ma non solo, Formiche.net ha parlato con Michel Martone, economista ed ex viceministro del Lavoro nel governo Monti.

Martone, il governo sembra procedere a colpi di proroghe: smart working, stop ai licenziamenti, moratorie fiscali. Le imprese invece chiedono riforme e anche profonde. Come si spiega?

L’impressione oggi è che il governo non riesca a uscire dallo Stato di emergenza, dalla logica della fase 1, paralizzato dai veti rinvia il momento delle decisioni prorogando le misure che ci hanno permesso di superare il lockdown. Il voto parlamentare sulla proroga dello Stato di emergenza legittima questo atteggiamento ma non rappresenta quelle riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno.

Come quella del lavoro, chiesta più volte dagli Industriali?

La vera riforma del lavoro, secondo Michel Martone, è l’intervento sul costo del lavoro, la riduzione del cuneo fiscale, a cominciare da quello che grava sull’occupazione giovanile. Ed in questa direzione il governo ha già dato degli importanti segnali. Ma ovviamente non può bastare. C’è ad esempio molto da fare sul versante degli ammortizzatori sociali dove continua ad imperare la vecchia logica assistenziale che, destinando così tante risorse alla protezione di chi non può lavorare, si dimentica di chi vuole ripartire, delle politiche attive, della formazione professionale, della scuola, dell’università e, più in generale, della crescita, in un momento in cui tante imprese dovrebbero recuperare le quote di mercato perse durante il lockdown.

In questi giorni si sta ragionando su come impiegare al meglio le risorse del Recovery Fund. Individuando anche le diverse cabine di regia. Suggerimenti?

Sì, è il momento di avere il coraggio di una progettazione ambiziosa e capillare che destini la gran parte delle risorse all’ammodernamento del nostro sistema produttivo. E quindi investimenti strategici non solo nel campo delle infrastrutture, fisiche e digitali, ma anche in quello della produzione, ad esempio valorizzando l’esperienza di Industria 4.0, per promuovere l’attività di impresa. Soprattutto, però, servono risorse per scuola e università, per dare un’opportunità a tutti quei giovani che sono pronti ad impegnarsi nel nostro Paese e magari trattenere in italia tutti quelli che sono tornati durante il lockdown.

Martone, c’è chi si aspetta in autunno una crisi sociale. Povertà, ma non solo. Visioni apocalittiche o qualcosa di più reale?

Non credo nelle visioni apocalittiche ma non avremo un ottobre facile. Almeno in un primo momento potremo però contare sul sostegno europeo e quindi non credo che a ottobre ci sarà una crisi finanziaria o un’ esplosione repentina del conflitto sociale che, anzi, nei primi mesi, continuerà ad essere contenuto attraverso il massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali.

Però esploderà prima o poi. Quando?

Temo piuttosto che a settembre inizi una escalation che si protrarrà nel corso dei mesi per poi divampare a seguito della rimozione del blocco dei licenziamenti e divenire drammatica quando, finite le risorse europee, dovremo tornare a finanziare sui mercati un debito pubblico che a quel punto avrà ampiamente superato il 160% del Pil.
Ed è questo il vero limite della strategia governativa di contenimento della crisi.

Può essere più chiaro?

Con i provvedimenti dell’emergenza il governo ha messo le imprese in una sorta di bolla, impedendo loro di riorganizzarsi nel momento in cui erano ferme a causa del lockdown, con la giustificazione che potevano collocare i dipendenti in cassa integrazione. In questo modo però si bruciano risorse per ammortizzatori sociali di natura assistenziale in un momento in cui non ci sono licenziamenti, con il rischio che quelle risorse non siano più disponibili quando, con la rimozione del blocco dei licenziamenti, ci sarà ancor più bisogno di ammortizzatori sociali. Più tardi faremo cadere lo stop ai licenziamenti, più grave sarà la crisi sociale.

Anche lo smart working è una bolla che prima o poi esploderà facendoci tornare alla vita reale?

Ci sono aspetti positivi e negativi. Mi preoccupa chi pensa che lo smart working sia la panacea di tutti i mali, così come mi preoccupa chi lo equipara al demonio. La verità è che va bene in certe situazioni e meno bene in altre. Il vero tema dello smart working sa quale è? La produttività, la vera prova del fuoco. Se il lavoro agile garantirà la stessa produttività del lavoro tradizionale allora ne sarà valsa la pena. altrimenti dovremo tutti tornare sui luoghi di lavoro per non rimanere disoccupati a causa della concorrenza internazionale. Ma questo lo potremo dire il prossimo anno.

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