È stato il portavoce della presidenza turca, İbrahim Kalın, a dare il segnale definitivo che la distensione con la Grecia era in atto. Durante un’intervista tattica alla CNN Turk ha annunciato che per volontà diretta di Recep Tayyp Erdogan le esplorazioni geofisiche al largo delle coste egee, tra le acque contese con Atene di Kastellorizo, sarebbero state sospese. L‘apertura de facto al negoziato greco, nonostante il confronto militaresco a distanza di una decina di giorni, è una notizia importante riguardo alle attività turche. Ankara prova a mostrarsi attore responsabile, come già fatto con la disponibilità assistenziale durante le fasi più critiche della lotta al coronavirus in Europa.

Alle notizie su Santa Sofia che attirano l’attenzione globale, Erdogan abbina quelle meno spettacolari della riapertura del monastero ortodosso di Sumela. Ulteriore messaggio distensivo verso Atene, tramite il patriarcato greco. Mossa in scia alle dichiarazioni sulle volontà di dialogo turche che il ministro degli Esteri spagnolo ha diffuso all’inizio della settimana, dopo una visita ad Ankara.

Il freno a mano turco conta se si vogliono misurare le capacità di scelta nel quadro dell’ambizione di politica estera di Erdogan. Nell’Egeo, la Turchia si confronta in maniera diretta con la Grecia per il controllo di flutti contesi, ma in forma indiretta trova davanti a sé l’Unione europea (vedere la reazione avversa con cui Parigi ha provato a condizionare Bruxelles). E poi (o soprattutto) gli Stati Uniti, partner interessati alle Grecia per creare equilibri con Cina e Russia — da leggere in quest’ottica le esercitazioni integrate tra la flotta ellenica il gruppo da battaglia della “USS Eisenhower”, da una settimana nel Mediterraneo con sponda a Creta (Souda Bay).

Ma attenzione: nei giorni scorsi anche la marina turca ha lavorato in accoppiamento con la Eisenhower secondo il bilanciamento offerto dalla diplomazia del Pentagono che vede ragioni e obiettivi del tutto analoghi: la rival powers Cina e Russia.

Avesse deciso di spingere con la Grecia, Erdogan avrebbe fatto il gioco destabilizzante di Mosca e Pechino, e dunque: la ritirata tattica ha in sé una mira strategica in ottica Usa, Ue, ossia Nato? Se Erdogan vuol continuare a coltivare gli interessi in Siria, proiettarsi nel Caucaso (via Azerbaigian) o nei Balcani (tramite l’Albania), o ancora cercare fortuna in Africa (dalla Libia alla Guinea Equatoriale), dovrà trovare la risposta giusta a questo quesito profondo. Essere un attore affidabile e responsabile, rientrando all’interno di canoni dettati dai senior partner a Bruxelles e Washington.

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