L'unione delle Zone economiche esclusive di Egitto e Grecia è un elemento di fondamentale importanza geopolitica per il Mediterraneo. Si crea un'intesa antitetica a quella tra Turchia e Libia con interessi e movimenti di attori internazionali. Conversazione con Giuseppe Dentice, analista esperto dell'area dell'Ispi

Egitto e Grecia da ieri hanno una Zona economica esclusiva comune. Le frontiere marittime tra i due Paesi sono state decise da un accordo annunciato dal ministro degli Esteri greco, Nikos Dendias, nel corso di una visita al Cairo. Non è ancora stato diffuso il documento ufficiale, non ci sono nemmeno le cartografie definitive, e non c’è una nota stampa specifica sui dettagli, ma nonostante questo la notizia è già da considerarsi molto importante per gli equilibri geopolitici che va a sollecitare.

“L’accordo si pone certamente in antitesi a quello tra Turchia e Libia del 2019. L’idea è creare una sorta di alleanza di interessi tra attori rivieraschi, dove Egitto e Grecia sembrano quelli più accaniti. E questo perché Atene non intende mollare sulle contese territoriali con Ankara, e il Cairo ha i propri interessi nel Mediterraneo orientale e il dente avvelenato per quanto successo in Libia (dove le forze turche hanno aiutato il governo onusiano Gna a respingere dalla Tripolitania i ribelli sostenuti dagli egiziani. Ndr)”. La spiegazione è di Giuseppe Dentice, analista dell’Ispi esperto dell’area, che ci aiuta a fotografare il contorno dei fatti.

Lo snodo geografico, e dunque geopolitico, dell’intesa è l’East Med, porzione di Mediterraneo dove si muovono le contese storiche turco-greco-cipriote, e che negli ultimi anni è diventata caldissima per via della scoperta di giganteschi reservoir di materie prime energetiche. Da tempo c’è un interessamento internazionale e si è creato un blocco di Paesi, riunito anche in chiave anti-turca. Il catalizzatore è stato il progetto del gasdotto EastMed, che però attualmente – visto il calo di valore della materia prima e le problematiche economiche e politiche create dalla pandemia – sembra difficilmente realizzabile.

Egitto e Grecia cercano da tre anni di chiudere l’intesa annunciata ieri – già disconosciuta dalla Turchia. In mezzo anche retoriche aggressive tra i contendenti e momenti di tensione e de-escalation. “Attualmente possiamo dire che si tratta soprattutto di retorica, i movimenti hanno carattere prevalentemente geoeconomico e tutti vogliono comunque mantenere la distanza dall’eventualità di un conflitto. Come logico, e fortunatamente, anche perché nessuno avrebbe la capacità per portarlo avanti”, aggiunge Dentice. Ma, spiega l’analista italiano, c’è una “forte volontà” nella creazione di un fronte diplomatico il più largo possibile per “mettere spalle al muro l’avversario. In questo senso, Egitto e Grecia possono contare su alleati internazionali come la Francia, che vede la Turchia come competitor nel Mediterraneo e dunque è interessata a frenarla”.

A proposito di attori esterni al bacino, c’è anche un ruolo delle grandi potenze? “Se parliamo degli Stati Uniti riusciamo a toccare il quadro completo – spiega l’esperto dell’Ispi -: gli Usa non hanno espresso contrarietà all’accordo greco-egiziano, non perché abbiano interessi diretti geostrategici nel Mediterraneo o vogliano opporsi anche loro alla Turchia, che rimane un alleato imprescindibile in sede Nato, ma Washington ha interessi nel bilanciare gli equilibri nella regione davanti a Cina e Russia. I primi sappiamo che si proiettano nel Mare Nostrum con le Vie della Seta; gli altri attraverso la diplomazia militare e del gas. E gli USA vedono in Suez il fulcro di questi progetti geopolitici, punto di convergenza per entrambi i rivali”. Ossia, per Washington accontentare l’Egitto serve a non farlo inclinare verso Mosca e Pechino – e lo stesso per Atene, che ha già dato sufficiente esposizione ai cinesi nel Pireo.

Un attore interno da monitorare è invece Israele, che fino a qualche mese fa ha fatto parte di quella catalizzazione di relazioni geopolitiche permessa da EastMed e dal quadrante, ma sembra muoversi attualmente in modo più indipendente. “Israele si è un po’ sganciato in effetti, e non perché non abbia interesse, ma perché ha cercato di creare un riavvicinamento alla Turchia. E questo perché EastMed quasi sicuramente non si farà, e allora gli israeliani pensano a vendere il loro gas ai paesi vicini. E la Turchia è certamente un mercato molto appetibile”. Con un pensiero di fanta-geopolitica potremmo pensare che Israele miri anche a recuperare terreno con i turchi se da lì dovesse passare il gasdotto che collegherà quel gas all’Europa attraverso Albania e Italia, ma ancora siamo piuttosto distanti: “A Gerusalemme hanno pensato con pragmatismo: se non si può essere amici della Turchia, meglio non essere nemici e mantenere stabilità, che può garantire anche vantaggi economico-commerciali”.

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