L'economista e saggista del Bruno Leoni: mai vista una cosa simile, un governo che non ha la più pallida idea di cosa fare sulla rete unica si prende il lusso di intromettersi in una trattativa privata. Questo è un sistema feudale-sudamericano che spaventa gli investitori esteri. Autostrade? Era meglio la revoca invece di usare il potere politico a proprio piacimento

Un po’ feudalesimo, un po’ Venezuela. L’Italia in giallorosso del 2020 è questo e forse qualcosa di più, se il metro di misura è quanto successo ieri nel corso del board di Tim, riunitosi nel pomeriggio per discutere l’offerta vincolante del fondo americano Kkr per una quota della rete in pancia all’ex Telecom. 1,8 miliardi di euro per l’acquisto del 37,5% di FiberCop, il progetto che prevede la gestione della rete secondaria di Tim che andrà poi a convertirsi in rete in fibra.

Come rivelato oggi da Repubblica, sulla scia della lettera firmata dai ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli, rispettivamente titolari del Tesoro e del Mise, il board ha discusso e approvato il rinvio di un mese della discussione dell’offerta, incontrando la disponibilità dello stesso fondo Usa a congelare il tutto per trenta giorni, rimandando l’ingresso di Kkr in Fibercop ai supplementari. Di più. Secondo indiscrezioni, il premier Giuseppe Conte avrebbe chiamato durante la riunione (ma fonti di Palazzo Chigi hanno respinto ogni ipotesi di stop all’operazione da parte del governo) persuadendo i membri a rimandare la votazione dell’offerta di Kkr.

Obiettivo del blitz in cda, porre immediatamente le basi per la creazione di una società per la rete unica, possibilmente insieme al player pubblico, Open Fiber. Al netto però dello scacchiere industriale, resta agli atti un’ingerenza nell’ambito di una trattativa privata tra soggetti privati (Tim è privatizzata dal 1998 ed è anche quotata). Formiche.net ne ha parlato con Carlo Stagnaro, economista e direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni, in questi giorni nelle librerie con il saggio Contro il sovranismo economico (Rizzoli).

Stagnaro, ieri lo stop, momentaneo, all’operazione Tim-Kkr. C’è di mezzo il governo. Un’ingerenza in piena regola?

Non entro nel merito dell’operazione industriale, ma faccio alcune considerazioni. A memoria d’uomo non credo esistano casi del genere. I governi spesso tendono a monitorare le grandi imprese, soprattutto se strategiche, arrivando a far percepire se una determinata operazione è gradita o meno. Ma detto questo, non credo che in Italia, ma forse anche in Europa e forse nel mondo Occidentale esista un precedente in cui il governo scrive al cda per invitare un’azienda a riconsiderare un’operazione.

Allora, quanto successo ieri ha un che di unico?

Sì. Ci sono due aspetti che sono rilevanti. Primo, il governo è azionista di Tim attraverso Cassa Depositi e Prestiti (9,9%, ndr). Dunque, se proprio doveva intervenire, avrebbe potuto farlo la Cassa stessa, che avrebbe potuto dialogare con Tim. Secondo, la lettera è firmata dai ministri Gualtieri e Patuanelli e questo conferisce al tutto una forte connotazione politica.

In che senso?

Nel senso che mentre Gualtieri firma in quanto indirettamente è l’azionista attraverso Cdp (controllata all’83% dal Mef, ndr), la firma di Patuanelli esprime un’opinione del governo totalmente al di fuori del contesto normativo. E allora ecco che un governo che sta giocando all’apprendista stregone non solo con Tim, ma con tante altre aziende, a cominciare dall’Ilva per giunta senza aver la minima idea di cosa fare con la rete unica dopo un anno che se ne parla, intima a Tim e a Kkr di star fermi. Mi pare qualcosa di surreale.

Stagnaro, parliamo di una certa ambiguità politica sulla vicenda industriale della rete unica? Tim sì, Tim no, Open Fiber sì, Open Fiber no…

Questo è il punto. Un governo che non sa cosa fare, interviene a gamba tesa in una trattativa privata. Per farla breve, siamo dinnanzi a un esecutivo che da mesi, anni, sta rimpallando questo dossier e che adesso si prende il lusso di uscirsene così, dicendo che è meglio rimanere tutti fermi: è pazzesco. Soprattutto adesso che viviamo una congiuntura fragile come non mai.

Lei crede che siamo dinnanzi a una sorta di neo-statalismo deviato, o forse poco sano?

Io sono sempre stato contrario o forme di statalismo. Però lo statalista, se proprio lo vuoi fare, lo devi saper fare. E parlo di modi. In Francia, per esempio, lo Stato è profondamente interventista. Ma lo fa in modi e tempi certi, chiari, trasparenti. Qui in Italia invece, chi vuole fare lo statalista vive in uno stato confusionale perenne, di caos. Cioè, se il governo non sa cosa fare della rete, come può mettersi in mezzo a queste operazioni? Si stanno moltiplicando casi in cui il governo si comporta come Don Rodrigo, come un signore feudale.

In un mercato globale conta l’immagine che si dà all’estero. Come la mettiamo con gli investitori internazionali che ci osservano?

Il messaggio che arriva a questi investitori è che questo è un governo incapace di tutto. O meglio, capace di tutto ma incapace poi di farlo. Un governo che si atteggia in pose latino-americane, nemmeno fossimo in Venezuela, basta pensare alla vicenda Autostrade, che non si è mai vista in Occidente. C’è un atteggiamento feudale, dove chi sta al governo decide che la figlia dell’agricoltore deve sposare per forza la figlia del macellaio. Ecco questo è il messaggio che trapela. Stiamo pericolosamente passando da un sistema globale e di mercato a uno basato sui voleri del sovrano, descritto nei Promessi Sposi.

Stagnaro, lei ha citato Autostrade. Oggi gli azionisti Benetton hanno ufficializzato di voler vendere l’intera quota in Aspi. Cosa pensa dell’intera vicenda?

Penso che era meglio la revoca della concessione, che è un atto formale su cui decidono anche i Tribunali. E invece abbiamo assistito a un esercizio discrezionale del potere politico. Cose che si vedono in Argentina, in Venezuela. Ma in Francia e Germania di sicuro no, stia pur certo.

 

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