Un'ora di incontro fra Mike Pompeo e Luigi Di Maio alla Farnesina. Sul tavolo il 5G, la Cina, ma anche il caso Navalny, la Libia, Erdogan. Ecco assonanze e divergenze. E sul Vaticano...

Buona la seconda. Dopo una mattinata di gelo in Vaticano, Mike Pompeo si rifà alla Farnesina. Il segretario di Stato americano appare in conferenza stampa con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Anzi, solo “Luigi”. Così lo chiama a più riprese. “Sono contento di stare qui con Mike”, risponde l’altro.

Un passaggio a Palazzo Chigi con Giuseppe Conte, poi nel primo pomeriggio l’incontro con l’omologo per discutere dei tanti dossier dell’agenda comune. Il terreno era stato preparato nei giorni scorsi da uno scambio di editoriali sul Messaggero fra l’ambasciatore americano in Italia Lewis Eisenberg e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, a ribadire che, oggi più di ieri, l’Italia ha bisogno degli Stati Uniti, e viceversa.

Cina e 5G, come da premesse, sono protagonisti del bilaterale a Roma. Di Maio lo rassicura con la solita formula, la stessa ripetuta al ministro degli Esteri cinese Wang Yi un mese fa: “L’Italia è saldamente ancorata agli Usa e all’Ue, siamo un Paese Nato, sosteniamo l’Alleanza atlantica, crediamo nei valori condivisi delle grandi democrazie occidentali. Ci sono alleati, interlocutori, partner commerciali”.

Questa volta però va oltre il galateo istituzionale. Sulla rete 5G, Di Maio scende nei dettagli: “Abbiamo ben presente le preoccupazioni degli alleati americani, siamo consapevoli della responsabilità che grava su ogni Paese Nato quando entra in gioco la sicurezza degli alleati”. Il ministro difende il nuovo impianto normativo italiano. Da una parte il comitato Golden power di Palazzo Chigi e le sue prescrizioni per gli operatori, nonché “lo scrutinio e la notifica di tutti i contratti e le intese in tale ambito”. Dall’altra il perimetro cyber e i Cvcn (Centri di valutazione e certificazione nazionale), architettura “considerata virtuosa dalla stessa Ue” (dal NIS Cooperation Group).

Il quadro retorico è quello concordato mercoledì scorso in una riunione fiume della maggioranza a Palazzo Chigi (su input, in particolare, del ministro degli Affari europei del Pd Vincenzo Amendola): la partita del 5G si deve giocare in Ue. “Siamo a favore di regole europee comuni – dice Di Maio al suo ospite – l’ho fatto presente a Borrell (Josep, ndr) e gli ho chiesto di porlo in discussione al prossimo Consiglio Affari Esteri”.

Da parte sua Pompeo, forse convinto che un bando di Huawei, in Italia, non è all’ordine del giorno, non calca troppo la mano. “Il Partito comunista cinese non vuole un mutuo beneficio, ho detto a Conte di valutare con attenzione la sicurezza nazionale prima di affidare la tecnologia a privati cittadini con legami al Pcc e a uno Stato di sorveglianza”.

Se sui legami con Xi Pompeo non fa sconti, non usa i guanti neanche con Vladimir Putin. Sul caso di Alexei Navalny, l’oppositore russo avvelenato col novichok, il monito all’Italia è eloquente: “Abbiamo discusso dell’atteggiamento destabilizzante della Russia in Europa, e di dover rendere la Russia pienamente responsabile dell’avvelenamento di Navalny”. Di Maio non fa menzione del caso in conferenza stampa. Non è un mistero che, sulla vicenda, l’Italia non abbia preso le redini in Europa.

Tra i fronti di crisi che vedono Italia e Stati Uniti in prima linea, ne spiccano due. Il Mediterraneo, dalla crisi libica alle tensioni fra Grecia e Turchia. Di Maio parla di “obiettivo convergenti” in Libia, ribadisce la necessità di un cessate-il-fuoco e della “smilitarizzazione di Sirte e Jufra”, cui deve seguire la ripresa della produzione petrolifera. “Contiamo sull’influenza che Washington potrà esercitare sugli interlocutori libici”, dice. Pompeo rimanda la palla a Bruxelles, “l’Ue può giocare un ruolo costruttivo”, e di nuovo picchia duro sui russi e la presenza, a poche miglia dalle coste italiane, della “Milizia Wagner”.

Quanto ad Erdogan, la cautela è d’obbligo. La Turchia è un alleato Nato, ma un Paese Ue, dice Di Maio, non può non manifestare “solidarietà a Grecia e Cipro”. “Sosteniamo gli sforzi della presidenza tedesca e di Borrell nonché di Stoltenberg e la Nato per creare uno spazio di confronto”, aggiunge. Un passaggio, poi, sulla crisi in Nagorno-Karabakh fra Armenia e Azerbaijan. “Temiamo una seria escalation militare, è necessario rilanciare i negoziati Osce, l’Italia è pronta a fare la sua parte”.

Pompeo si limita a una sola tirata d’orecchie, sul Venezuela: “La grande maggioranza degli Stati Ue ha riconosciuto il legittimo governo di Juan Guaidò”. L’Italia no. Ma sono tanti anche i fronti di cooperazione. I due alla Farnesina ricordano gli aiuti per il coronavirus, quei 60 milioni donati dalle Ong americane agli ospedali italiani, la missione spaziale Artemis insieme alla Nasa. Un appello accorato di Di Maio per Chico Forti: “Una vicenda che ci sta a cuore, ci impegneremo con la massima forza”.

Solo all’ultimo Pompeo si adombra. Una cronista gli chiede del grande gelo con il Vaticano, nato da un articolo sul sito conservatore First Things che denuncia il rinnovo dell’accordo con la Cina sulle nomine dei vescovi. Pompeo va sulla difensiva, “l’ho scritto per sottolineare e onorare l’autorità morale della Chiesa”. Chissà se basterà, quando domani incontrerà il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin. Le premesse non fanno ben sperare.

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