Il concetto di sovranità digitale si sta rivelando per la Cina un’arma a doppio taglio. Perché sono le società cinesi attive nell'ecosistema digitale e data hungry a subirne gli effetti. L'analisi di Maurizio Mensi

A causa delle potenziali minacce alla sicurezza nazionale la Casa Bianca ha vietato, con ordini esecutivi del 6 agosto scorso, le transazioni con le società Bytedance e Tencent, rispettivamente proprietarie delle piattaforme digitali TikTok e WeChat, che accumulano ingenti volumi di dati (personali e non) degli utenti.

Il divieto avrà effetto dopo 45 giorni e al Segretario al Commercio Wilbur Ross è affidato il compito di identificare le specifiche operazioni soggette a restrizione. Inevitabile e scontata la reazione cinese, a vari livelli, con la minaccia di pesanti ritorsioni. In realtà Pechino si trova ad essere vittima della sua stessa strategia, da tempo praticata a livello nazionale e promossa a livello internazionale, basata sul concetto di “sovranità digitale”, come scrive Elliott Zaagman su The Interpreter del 7 agosto 2020.

Ed è stata l’Accademia cinese degli studi sul cyberspazio a proporre, alla World Internet Conference del dicembre 2017 in presenza degli amministratori delegati di Google e Apple, l’istituzione di “un sistema di governance globale multinazionale, democratico e trasparente per la gestione di internet attraverso le Nazioni Unite”.

Sostenuta da Cina, Russia e altre nazioni, la richiesta intende attribuire ai governi nazionali un ruolo più rilevante nella gestione dell’architettura globale di internet. Ciò in contrapposizione al modello “multistakeholder” attualmente in vigore, preferito da Stati Uniti e Ue, di cui sono invece protagonisti imprese, accademia, organizzazioni non governative (Global Commission on Internet Governance, 17 gennaio 2017).

Non priva di un certo appeal concettuale, si tratta in sostanza dell’idea, sostenuta dallo stesso presidente cinese, che il governo di un paese abbia il diritto di esercitare il controllo delle reti e dei dati all’interno dei propri confini. Ma in questo caso si traduce nel tentativo di legittimare un modello di gestione del web basato su una censura penetrante (tramite il “Great Firewall”) e rigide prescrizioni per le società che operano in territorio cinese di conservare localmente i dati, così come sul controllo di ogni attività politica, economica e culturale.

Tuttavia proprio il concetto di “sovranità digitale”, il cui successo a livello internazionale ha reso norma globale di riferimento, si sta rivelando per la Cina un’arma a doppio taglio.

Certo, da oltre dieci anni la declinazione autoritaria del concetto di “sovranità digitale” ha consentito al partito comunista cinese (Ccp) di controllare in modo capillare l’opinione pubblica e le barriere normative e tecnologiche che sono state elaborate hanno consentito alle imprese cinesi di svilupparsi, impedendo o limitando al contempo il successo delle piattaforme digitali straniere.

Ma ora, assunta a riferimento da molti paesi, sono le società cinesi attive nell’ecosistema digitale e “data hungry” a subirne gli effetti.

Ne sono esempio le misure adottate negli Stati Uniti contro TikTok e WeChat, ma non soltanto. Spinta dalle crescenti tensioni ai propri confini, l’India sta progressivamente eliminando le applicazioni cinesi da internet. A ciò si aggiunga che negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha recentemente annunciato il programma Clean Network, volto a proteggere la privacy dei cittadini e le informazioni sensibili delle aziende, la cui concreta attuazione è tale da escludere quasi completamente le aziende tecnologiche cinesi dal mercato.

Presentato dal Segretario di Stato Michael Pompeo il 5 agosto scorso, il programma consiste in cinque linee di azione a tutela delle infrastrutture critiche, tecnologiche e di telecomunicazioni. E’ basato sull’iniziativa 5G Clean Path, annunciata il 29 aprile 2020, volta a garantire la sicurezza dei dati che viaggiano sulle reti 5G delle strutture diplomatiche Usa.

In dettaglio, il Clean Network intende evitare che i vettori cinesi siano collegati alle reti di telecomunicazioni Usa (Clean Carrier), fare in modo che le informazioni personali e aziendali più sensibili dei cittadini siano al sicuro dalle app che minacciano la privacy, moltiplicano i virus e diffondono propaganda e disinformazione (Clean Store), evitare che i produttori di smartphone preinstallino o rendano disponibili per il download sul loro store app inaffidabili e a loro volta rimuovano le proprie dallo store di Huawei (Clean Apps), evitare che le informazioni personali più sensibili dei cittadini statunitensi e quelle relative alla proprietà intellettuale, compresi i risultati delle ricerche per il vaccino contro il Covid-19, siano memorizzate ed elaborate su sistemi basati sul cloud di società come Alibaba, Baidu e Tencent (Clean Cloud) e, infine, che sia garantita la sicurezza delle informazioni veicolate sui cavi sottomarini che collegano gli Stati Uniti all’internet globale (Clean Cable).

L’invito rivolto dagli Stati Uniti ai paesi alleati e alle imprese partner nel mondo ad unirsi per costruire uno spazio sicuro (“Clean Fortress”), al riparo da ogni possibile sorveglianza di entità malevoli quali il Partito comunista cinese (Ccp), sta dando i suoi frutti: oltre trenta paesi sono finora considerati “clean” così come molte grandi società di telecomunicazioni si sono impegnate ad utilizzare esclusivamente fornitori di fiducia per le loro reti.

Insomma, l’adozione della “sovranità digitale” come parametro di riferimento si sta ritorcendo contro la Cina, in difficoltà sia nelle relazioni con le nazioni più ricche sia nei mercati d’oltremare dai quali le sue imprese sono sovente respinte. Di questa situazione si stanno rendendo conto gli stessi esponenti dell’industria tecnologica cinese. In un articolo su Sina.com che è stato poi cancellato, James Liang, co-fondatore dell’agenzia di viaggi online Ctrip, ha sostenuto che il suo paese dovrebbe cambiare registro, adottando un approccio più aperto. Tuttavia l’auspicata apertura appare alquanto improbabile in quanto si tradurrebbe in un’inversione clamorosa dell’indirizzo finora seguito, scontrandosi con quella che sembra essere la visione dello stesso Presidente Xi Jinping.

E’ peraltro interessante constatare che dopo anni di pressioni a livello internazionale la Cina ha raggiunto l’obiettivo prefisso: la nozione di “sovranità digitale” è ormai diventata norma globale, ma probabilmente non ne ha considerato appieno le conseguenze.

Come ricorda Oscar Wilde: “attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo”.

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