Tom Hanks probabilmente direbbe: “Houston, abbiamo un problema”. E se fosse l’unico potremmo guardalo con ottimismo, come cerca pragmaticamente di fare Jim Lovell a bordo dell’Apollo 13; ma purtroppo è solo uno fra i tanti. Parlo del debito pubblico. Perché ovunque nel mondo, anche a causa del crollo del Pil e degli ammortizzatori più o meno automatici che scattano in ciascun paese, il debito pubblico sta aumentando; a livelli preoccupanti.

Certo, il rapporto debito/Pil non ha, al contrario di quello che in Europa ci è stato fatto credere per trent’anni, un tetto oltre al quale diventa necessariamente insostenibile. La cifra del 60% era un mito, nato da calcoli indicativi che avevano un qualche senso nei primi anni Novanta. Così come sarebbe assolutamente aleatoria qualsiasi altra scelta numerica.

La sostenibilità di quell’indice dipende non solo dal numeratore (lo stock di debito) ma anche dal denominatore (il Pil): se un’economia cresce in maniera sostenuta e con prospettive solide, può permettersi il lusso di aumentare la spesa. La sostenibilità dipende semmai dalla qualità della spesa: se si spende per investimenti, teoricamente in grado di generare poi flussi di reddito nel tempo, quella spesa è “buona” nel senso indicato da Draghi, ossia consente uno sviluppo capace di fornire le risorse che tenderanno ad abbassare quell’indice. La spesa ‘buona’ è infatti quella che genera un effetto moltiplicatore, un aumento del reddito a cascata nel sistema economico, tale da fornire gli introiti (tramite le imposte) sufficienti a coprirla. La sostenibilità dipende poi dalla credibilità della strategia economica intrapresa, dalla stabilità del progetto politico al governo, dalla quota del debito detenuta all’estero (capace di porre pressioni sui mercati finanziari): da fattori insomma che nulla hanno a che fare con numeri precisi.

Tanto che occasionalmente c’è chi si avventura a sostenere che il debito non è affatto un problema; mai. Qualcuno, più ragionevolmente si aspetta che non lo sia oggi (domani); sempre che gli acquisti della Bce continuino a ritmo sostenuto, che i mercati finanziari non puniscano scelte economiche e politiche scarsamente credibili con l’aumento degli spread, etc.

Noi, che siamo un po’ meno ottimisti su queste ipotesi di fondo, abbiamo messo in evidenza come l’evoluzione dei debiti pubblici segnali quantomeno l’esistenza di un anello di congiunzione mancante (nelle analisi macroeconomiche tradizionali) fra inflazione e disoccupazione, o se si preferisce fra i fenomeni monetari e quelli reali, tale che proprio sull’aumento del debito si scarica l’incapacità della politica economica di guidare oggigiorno l’economia reale; e quindi la necessità di rivedere radicalmente le categorie finora utilizzate di analisi e di guida per la politica economica. La mancata trasmissione degl’impulsi monetari all’economia reale viene assorbita dall’ipertrofia dei debiti pubblici, che devono essere quindi osservati con attenzione e le cui dinamiche non possono essere abbandonate a schizofreniche divisioni ideologiche fra chi inneggia al rischio d’insostenibilità del debito e chi invece suggerisce che il debito sia una pura finzione contabile.

Se le cose stanno in questi termini, la vera scelta dei prossimi anni non è tanto come gestire il debito pubblico crescente ma quale narrazione inventarsi per raccontare l’evoluzione e la gestione del debito pubblico. Come ha intelligentemente messo in evidenza il Premio Nobel Robert Shiller nel volume del 2017 Narrative Economics, quello che modifica gli atteggiamenti degli agenti economici (famiglie, imprese, intermediari finanziari, governi) e che determina in ultima analisi l’andamento degli eventi sono le narrazioni che diventano dominanti. In questa logica, non sarebbe la teoria economica, quanto la narrazione dominante di teoria economica a determinare gli eventi economici.

Il debito aumenterà. Parecchio. Ma le conseguenze di questo aumento dipenderanno da come questo aumento verrà (o non verrò affatto) raccontato. Siamo al contrario dell’ipotesi di aspettative razionali. Le aspettative sono non solo in gran parte irrazionali, ma in una certa misura guidate dalla comunicazione. Se passerà la narrazione che il debito è sostenibile, forse si libereranno le risorse per consumi ed investimenti. Se passerà la narrazione che c’è il forte rischio di insostenibilità, si acuiranno fenomeni di inceppamento che dall’impulso espansivo si trasmettono all’economia reale, deprimendo ulteriormente consumi ed investimenti.

Qualcuno, ingenuamente, potrebbe pensare che questa aleatorietà di giudizi non sia possibile: dovrà pur esistere un qualche ‘dogma economico’, come avrebbe detto Luigi Einaudi. Ci sarà pure, come suggeriva Maffeo Pantaleoni, una linea di demarcazione che distingue in modo netto fra chi la teoria economica la sa e chi non la sa; e che quindi sa discernere fra quello che è vero e quello che è solo verosimile.

Purtroppo, invece, non esiste una sola teoria economica, un solo modo corretto di guardare all’evoluzione dei fenomeni economici. Esistono tanti modi alternativi di analizzare la relazione fra le variabili economiche, tutti (o quasi) con una loro dignità scientifica; e che possono dare risultati fra loro incoerenti ed alternativi, persino opposti. D’altronde, la cosiddetta ‘scienza economica’ è una scienza sociale: non studia fenomeni e variabili meccaniche, il cui comportamento segua leggi deterministicamente date, ma esseri umani, con le loro debolezze, le loro astuzie, i comportamenti inerziali e ‘di gregge’, il loro bagaglio culturale e il loro grado di credulità.

Dopo la stagione del ‘debito cattivo’, in Europa, sembra profilarsi una stagione in cui il debito verrà raccontato come ‘buono’, capace di rimettere (keynesianamente) in moto il meccanismo produttivo e di consumo inceppato dal Covid-19. Questa sembra essere la narrazione scelta per i prossimi anni. Le recentissime uscite degli ex falchi del rigore tedeschi Wolfgang Schäuble (ex Ministro del Tesoro ed oggi Presidente del Bundestag) e Jens Weidmann (Presidente della Bundesbank) lo confermano.

Benissimo, saremo felici se questa narrazione riuscirà a convincere le famiglie a consumare e le imprese ad investire; se la spesa per gl’investimenti finanziati col debito pubblico sarà in grado di rimettere in moto meccanismi produttivi che aspettano solo una spinta di incoraggiamento, piuttosto che tenere in vita indefinitamente imprese e settori già morti.

Attenzione però a non farci prendere eccessivamente la mano da questa nuova narrazione. Potremmo svegliarci in default. E se un rischio di default generalizzato, globale, può forse trovare una soluzione condivisa, il fallimento di un paese, magari una delle dieci potenze industriali al mondo, sarebbe una sciagura di proporzioni bibliche.

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