Le aggressioni a sedi della Ugl potrebbero essere solo l’inizio di una nuova fase conflittuale nella quale le semplificazioni ostili di molti determinano le pietre dei soliti noti incoraggiati dalla comprensione delle istituzioni

Ritorna la violenza politica sul lavoro. E il processo è, almeno per la prima parte, quello già conosciuto. Si mistificano o banalizzano ideologicamente i fatti individuandone i colpevoli prontamente sottoposti alla gogna della rete. Poi, qualcuno orientato dalle letture sommarie sul social di turno, pensa di passare ai fatti.

Le aggressioni a sedi della Ugl hanno fatto seguito alla “canizza” nella rete prodottasi dopo l’accordo con Assodelivery sul primo pacchetto di tutele dei riders . E potremmo essere solo all’inizio di una nuova fase conflittuale nella quale le semplificazioni ostili di molti determinano le pietre dei soliti noti incoraggiati dalla “comprensione” delle istituzioni.

Questo primo contratto è stato peraltro ritenuto legittimo da molti giuslavoristi non sospetti di simpatia verso l’organizzazione sindacale firmataria. La rappresentatività degli attori che si sono vicendevolmente riconosciuti nel perimetro addirittura definito dalla legge non ha trovato convincenti contestazioni. In altri tempi sarebbero stati i rapporti di forza effettivi, ovvero la capacità di mobilitazione dei lavoratori di settore, l’arma impiegata dalle organizzazioni escluse per dimostrare la propria rappresentatività.

Oggi si preferiscono la via causidica, l’appoggio del ministero, l’alleanza con i centri sociali, la colpevolizzazione dei “nemici di classe” nei messaggi radicali che si rincorrono nella rete. Analogamente, è stata sufficiente la richiesta di riformare la contrattazione collettiva per sostenere criteri come la produttività o la professionalità per mettere nel mirino esponenti della nuova Confindustria come Bonometti e Pasini.

La vulgata li vuole, con Bonomi, imprenditori egoisti e dediti a punire il lavoro mentre, al contrario, chiedono di migliorare le politiche attive per i disoccupati e di premiare i lavoratori che hanno concorso ai risultati aziendali. Si ripropongono parole d’ordine dimenticate e pericolose personalizzazioni che possono far riemergere il fenomeno carsico del terrorismo in un Paese che non si è mai liberato del tutto dai cattivi maestri e dalla ostilità all’impresa privata.

Lanciare l’allarme non significa ovviamente inibire la legittima e doverosa dialettica politica e sindacale ma rammentare a ciascuno il particolare contesto italiano, la sua storia lontana e recente, il dovere per il rispetto delle idee e ancor più delle persone. Ha senso che in una democrazia europea molti di coloro che si occupano a vario titolo di lavoro debbano essere protetti dal timore di atti ostili mentre nulla o poco viene fatto per sradicare alcune note scuole di violenza? Paradossalmente, proprio nel momento in cui il mainstream del politicamente corretto abusa del concetto di violenza nella dialettica politica, i veri atti violenti che costituiscono minaccia alla incolumità fisica delle persone incontrano disinteresse se non compiacimento. Della serie: “alcuni se la sono proprio cercata”.

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