A presentare l’ultima proposta legislativa un gruppo di senatori texani. L’obiettivo: creare le condizioni per una supply chain svincolata dalla morsa di Pechino

Continua la ricerca spasmodica da parte degli Stati Uniti della sovranità mineraria, in un contesto di crescenti tensioni con la Repubblica popolare cinese che hanno indotto anche la Commissione europea a redigere un importante rapporto per dettare la linea d’azione, come raccontato ieri da Formiche.net.

Negli Stati Uniti a maggio era stato il senatore repubblicano Ted Cruz, membro dell’influente Senate Foreign Relations Committee, a presentare il Onshoring Rare Earths Act (ORE Act) per spezzare la dipendenza strategica da Pechino. Nel corso di questi mesi si sono materializzati alcuni passi in avanti: il Pentagono ha approvato alcuni finanziamenti a importanti player del settore, l’americana MP Materials e l’azienda australiana Lynas Corporation, la più grande azienda estrattrice al di fuori dalla Cina.

Nella giornata di ieri, come riportato da Bloomberg, i membri della Camera dei Rappresentanti Lance Gooden (repubblicano del Texas) e Vincente Gonzales (democratico del Texas) hanno presentato il Reclaiming America Rare Earths Act come proposta complementare e integrativa a quella di Ted Cruz tre mesi fa al Senato. Il RARE Act prevede, infatti, incentivi fiscali per le compagnie coinvolte nell’estrazione e nel riciclo delle terre rare e di metalli sul suolo americano ed ha ottenuto l’appoggio dello stesso Cruz e di altri senatori texani. “Dobbiamo adottare questo approccio per assicurare che l’intera supply chain delle terre rare e dei minerali critici”, ha dichiarato Cruz, “sia localizzata negli Stati Uniti, e sono orgoglioso di guidare questo sforzo con Gooden”.

Lo sforzo è volto quantomeno a pareggiare il vantaggio competitivo delle industrie cinesi. “Gli incentivi puntano a livellare il campo rispetto ai sussidi che la Cina fornisce [alle sue aziende] dalle miniere fini ai magneti”, ha commentato Pini Althaus, ceo di USA Rare Earth – compagnia impegnatasi a fornire entro tre anni all’industria della Difesa terre rare (in particolare per la produzione di magneti), litio, uranio e berillio sfruttando i depositi della miniera di Round Top Mountain in Texas – interpellato da Bloomberg. Si tratta di misure essenziali per difendere le aziende americane dalla competitività di quelle cinesi e abbassare “il costo del capitale”, come ricorda Jim Litinsky (ceo di MP), che rappresenta la barriera all’ingresso più importante in questo settore.

“Una supply chain affidabile di questi materiali è essenziale per gli interessi economici e di sicurezza americani”, ha commentato Lance Gooden in una nota a margine dell’iniziativa, dal momento che risulta pericoloso “dipendere dal Partito comunista cinese per la nostra tecnologia militare e delle comunicazioni”. “Diminuendo la nostra dipendenza dalla Cina, il RARE Act rafforzerà la sicurezza nazionale, stimolerà l’innovazione e consentirà alla nostra economia di crescere, e assicurerà agli Stati Uniti l’indipendenza da quelle risorse richieste per gettare le fondamenta della nostra leadership in tecnologie che definiranno il Ventunesimo secolo”.

L’allarme sulla pericolosa dipendenza della base industriale statunitense sui rifornimenti di terre rare, un gruppo di 17 elementi della famiglia dei lantanidi cruciali per il funzionamento di innumerevoli prodotti hi-tech, era scattato già ben prima che il coronavirus evidenziasse quanto l’Occidente fosse alla mercé di Pechino su innumerevoli prodotti di base. La crisi pandemica ha invece coagulato un fronte bipartisan per il reshoring di alcune importanti fasi di produzione, dopo un’epoca segnata dalla globalizzazione di interi comparti industriali.

Nel dicembre del 2017, con l’Executive Order 13817, il presidente Donald Trump aveva dato mandato al Department of Interior (Doi), in collaborazione con altre agenzie dell’esecutivo, di pubblicare una lista di minerali critici per la sicurezza nazionale. Nel maggio seguente il Doi aveva elencato 35 minerali, tra cui le 17 terre rare, cobalto, manganese, litio e grafite (fondamentali per l’industria dell’automotive). Secondo le stime, gli Stati Uniti dipendono per 14 di questi minerali da fornitori esteri, con la Cina che è leader nella produzione ed esportazione di 22 di questi elementi da cui dipende il funzionamento dell’economia moderna.

La posta in palio è alta, dal momento che in gioco è la sicurezza nazionale americana. Come dimostrano alcuni importanti report e le riflessioni di esperti nel settore, svelati nelle scorse settimane, la Cina potrebbe fare uso di questo evidente squilibrio commerciale come arma geopolitica in un contesto di crescenti frizioni – su più livelli, dalle mosse di Pechino su Hong Kong, Huawei e nella guerra dei microchip – o, attraverso la manipolazione dei prezzi, mettere fuori mercato le industrie del settore e continuare a scalare la catena del valore (dai magneti alle batterie elettriche). Non solo: tra gli obiettivi più sensibili potrebbe essere la stessa industria militare americana che dipende fortemente da un continuo accesso a questi materiali. Mentre è probabile che nuovi attori entrino in gioco – come ha annunciato due settimane fa la Russia di Vladimir Putin – la corsa ai metalli rari si fa sempre più frenetica per gli obiettivi di sviluppo sostenibile e la digitalizzazione.

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