Dalle auto all’agricoltura 4.0 fino alle Smart cities, il 5G cambia il mondo in cui viviamo. La rivoluzione va cavalcata, perché moltiplica investimenti e sviluppo, ma anche governata in sicurezza. Una road map nel dibattito al Centro Studi Americani “5G e tecnologie emergenti”

Un’auto che sfreccia sicura in autostrada, senza incorrere in incidenti. Un’operazione chirurgica online, a rischio (quasi) zero. Un sensore che rileva l’umidità del terreno e attiva l’impianto di irrigazione. Anche questo è il 5G, la tecnologia di cui tutti parlano e in pochi, ancora, conoscono.

Da mesi occupa le prime pagine dei giornali internazionali. È al centro di una Guerra Fredda 2.0 nel dominio tecnologico fra Cina e Stati Uniti. La rete di ultima generazione è una tecnologia “transformational”, perché trasformerà il mondo come lo conosciamo oggi. In ballo non c’è solo una connessione esponenzialmente più veloce della rete 4G. C’è un intero ecosistema in costruzione, l’anticamera dell’“Internet delle cose” che in alcune parti del mondo, come l’Asia, ha già dato vita alle “Smart cities”, le città connesse.

A che punto sta l’Italia? Una tara si è fatta questo martedì al Centro Studi Americani durante il convegno “5G e tecnologie emergenti”, con il sottosegretario al Mise del Movimento Cinque Stelle Mirella Liuzzi e alcuni fra i principali stakeholders del mondo pubblico e privato: Marco Bellezza, ad di Infratel Italia, Paolo Campoli, responsabile worldwide del servizio service provider di Cisco, Enrico Cereda, presidente e Ad di Ibm Italia, Giovanni Ferigo, ad e direttore generale di Inwit, moderati dalla giornalista di Rai 1 Barbara Carfagna.

Di 5G si parla sempre più sotto il profilo della sicurezza, e non è un caso. La pervasività della banda ultralarga pone sfide non da poco a chi deve vigilare sulla sicurezza di tutta la filiera, dalla produzione degli apparati alla scrittura del codice sorgente fino a quella del cliente finale. Una sfida (anche) geopolitica cui il governo, ha garantito la Liuzzi, ha risposto senza esitazioni indicando una via europea per una rete schermata da interferenze ostili. “L’Europa deve armonizzare una serie di regole valide per tutti i Paesi europei, nessuno deve fare corse avanti”. L’Italia ha fatto il suo, con il perimetro di sicurezza nazionale cibernetica e il rafforzamento del golden power, ha aggiunto, “una architettura che ha ottenuto un riconoscimento dall’Ue” (Il Nis Cooperation group, ndr).

Eppure la sicurezza è solo una faccia della medaglia. Rete 5G significa investimenti, sviluppo, rilancio del territorio. Non solo grandi imprese, a beneficiarne sono anche le tante pmi che costituiscono l’ossatura dell’imprenditoria italiana. “Si stima un impatto positivo di 5-6 miliardi di euro, su scala globale una cifra intorno ai 2000 miliardi annui fra il 2020 e il 2035”, dice la Liuzzi.

Dove finiscono gli investimenti? Dove, soprattutto, finiranno i fondi del Next generation Eu destinati al 5G? “Ci sono diversi driver – spiega Campoli di Cisco. “Le Fiber companies, c’è un crescente interesse da parte di investitori “classici” a investire in infrastruttura di fibra, sia nella Ftth (Fiber to the home), sia nella parte radio. E poi le compagnie che fanno da host neutrali, come Inwit, l’hedge cloud”. Sullo sfondo, si distinguono tre direttive principali (in parte riflesse nella partita per la rete unica): “La costruzione di infrastrutture con grandi economie di scala, la separazione dei servizi dall’infrastruttura, gli investimenti nella sicurezza della filiera”.

L’Italia sconta un grave ritardo sul fronte digitale. “In Ue è al 25esimo posto su 27”, sospira Ferigo, ad di Inwit, la prima tower company italiana, che realizza e gestisce le infrastrutture di rete, cioè torri, tralicci, pali e i sistemi distribuiti di antenne (Das) per la copertura di zone interne ed esterne.

Dopo l’asta per le frequenze radio nel settembre del 2018, con un incasso record per lo Stato di 6 miliardi e mezzo di euro, la costruzione della rete è proceduta a rilento, complici i freni della burocrazia e i timori degli apparati di sicurezza. “Abbiamo 22.000 torri – dice Ferigo – la torre è un elemento fondamentale, nella catena di servizio è la più vicina al cliente, dalle macchine che corrono al cloud gaming per i più giovani”. “La penetrazione indoor – aggiunge – non sarà così performante. Stiamo installando piccole antenne in luoghi dove la copertura 5G dovrà essere eccellente, stazioni ferroviarie, alberghi, università, una ventina di ospedali”.

Sulle “aree bianche” del Paese serve un’accelerazione, spiega Bellezza di Infratel, società in-house del Mise che presiede il piano Bul (banda ultra-larga). “Siamo indietro, il concessionario Open Fiber ha realizzato solo il 22% delle opere rispetto ai piani, possiamo però recuperare il tempo perduto”. Come? “Responsabilizzando di più il concessionario, i risultati si vedono: siamo passati da 14 comuni collaudati a fine 2019 a oltre 530”. Alle “aree grigie” è invece dedicato il piano del Mise insieme ad Infratel per una copertura quasi totale da parte degli operatori entro il 2023: “Al momento gli spazi per l’intervento pubblico sono residui. Faremo un monitoraggio per intervenire tempestivamente se i piani delle telco non saranno realizzati”.

Quanto alla sicurezza, come spesso accade, ci sono privati che arrivano prima del regolatore. “Ibm sta lavorando con l’Ue per la regolamentazione della rete e il trattamento dei dati – dice l’Ad Cereda, “bisogna distinguere fra aziende good tech e bad tech, queste ultime usano i dati per entrare nel business dei clienti”. Un aiuto alle Pmi “può arrivare dalla tecnologia blockchain, che abbiamo già messo a punto per la tutela del Made in Italy nel tessile. Quando le nostre aziende vanno all’estero, giocano con campioni partite non sempre corrette”.

Ma per difendere il sistema non si deve solo “chiudere”. Si può anche aprire, spiega Venturi, grazie al modello O-Ran (Open-Radio access network). “Prima le infrastrutture erano monolitiche, gestite dal vendor che acquisiva il contratto per la copertura radio di una determinata area, era tutto blindato, se una telco voleva offrire servizi decenti doveva assicurarsi un unico fornitore”. Il sistema O-Ran  (di cui si parla molto in America, qui una recente intervista all’ex capo della FCC Usa Tom Wheeler), invece, incoraggia la nascita di società hardware e software che costruiscono  reti radio mobili sulla base di prodotti open-source e modulari. “Alla costruzione della rete 5G può partecipare un ecosistema di aziende senza precedenti”.

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