Intervista a Rino Formica, già ministro socialista dei Trasporti e del Lavoro. Il Paese sta perdendo la sua anima, ma il governo pensa solo a sopravvivere. Le proteste sono il conto di anni di antipolitica che tutti hanno colpevolmente legittimato. Da Conte e dal Colle tanti appelli. Non bastano per ricucire l’unità nazionale

“Governare non è asfaltare, è scegliere”. Un sussulto di tensione scuote la voce al telefono di Rino Formica. Socialista della prima ora, braccio destro di Bettino Craxi, già ministro dei Trasporti, delle Finanze, del Lavoro nei ruggenti anni ‘80, guarda sconsolato il suo Paese calare la saracinesca, ancora una volta. Tre mesi fa, a Formiche.net, aveva previsto l’arrivo di una “tempesta perfetta” in autunno. Oggi la tempesta è arrivata, e ha trovato tutti impreparati. Governo. Opposizione. Perfino il Colle.

Rino Formica, se la aspettava così questa tempesta?

Io almeno la aspettavo. Altri evidentemente no. Altrimenti non si spiega lo stato di confusione di questo governo di fronte alla nuova ondata del virus.

È molto severo.

Sono realista. Come si fa a chiedere coesione al Paese, quando non c’è coesione all’interno della sua direzione politica? Questa maggioranza ha fatto del vivere alla giornata un modus operandi.

Si riferisce alle nuove chiusure?

Non sono che la conseguenza. Chiudono cinema e teatri, ristoranti ed alberghi, ma non svelano i dati per cui sarebbero questi i luoghi del contagio. La verità è che non esistono classi sociali ed economiche sacrificabili e altre privilegiate. Qui tutti, chi più, chi meno, lottano fra la vita e la morte. Come si può chiedere al Paese di rispondere con senso di responsabilità a disposizioni così traumatiche e diseguali?

Si può dare la colpa solo alla politica?

La colpa è anzitutto dell’antipolitica, che la politica in questi anni ha sopportato, accudito, legittimato. Come un veleno a lento rilascio, il populismo antiistituzionale si è fatto strada nelle vene del Paese. A forza di dire che la rappresentanza elettiva non conta, che la democrazia dei partiti è corrotta, che le istituzioni sono avanzi archeologici, si è scavato nella coscienza del Paese un rigetto dell’ordine, dell’equilibrio, della legge e di chi la emana. Oggi ci viene presentato il conto.

Come si è mosso Giuseppe Conte?

Si è approfittato del disordine, ne è stato travolto. Ha fatto il furbo con l’intero sistema. Non solo con le forze di governo, con tutte le forze politiche e sociali. Ma gli altri non hanno fatto meglio. Infatti non esiste una soluzione sostitutiva autorevole all’opposizione.

Perché?

Il centrodestra si divide in tre categorie. I rancorosi, i disamorati e una piccola parte che chiede, in forma pezzente, di essere coinvolta, al motto “se vi mancano i numeri, ci siamo noi”. Ma per fare cosa? A sinistra, l’opposizione è ridotta a un mugugno interno alla maggioranza.

Non salva neanche Zingaretti?

Per carità. È patetico vedere la leadership del Pd cercare di rispondere con autorevolezza alla destabilizzazione interna al centrosinistra, illudersi di essere una forza politica che possa ispirare fiducia nel Paese. Sono tutti condottieri, ma di cavalli a dondolo.

Un governo di unità nazionale è escluso?

La storia insegna. Un governo di unità nazionale, come nel 1945, è per definizione un governo di transizione. Traghetta il Paese verso una nuova fase costituente. Può nascere se esiste un pathos, un impeto che viene dal popolo.

Se fosse il presidente della Repubblica a proporlo?

Non lo farà. Finora dal Colle sono arrivati tanti appelli, tutti condivisibili. Ma il Capo dello Stato non è il papa. È il capo-garante dell’unità del Paese. Quando questa unità viene meno, deve scendere in campo. Non lo ha ancora fatto.

Giancarlo Giorgetti ha un’idea: Mattarella bis e urne nel 2022.

Tutte proposte valide, sulla carta. Ma inutili, se non si coinvolge il Paese reale. Bisogna recuperare l’anima dell’Italia. Quando l’anima si stacca dal corpo, il corpo muore.

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