In questo momento, quando manca circa un mese, i temi geopolitici vengono attratti da uno dei magneti politici più potenti: a novembre si vota per chi nei prossimi quattro anni sarà il presidente della nazione più potente del mondo. A seconda di chi prevarrà, se verrà confermato Donald Trump o se Joe Biden riuscirà nel colpo di scalzarlo dallo studio ovale, gli scenari geopolitici potrebbero cambiare, anche se per quanto riguarda la sfida energetica il punto di partenza del mio ragionamento è un concetto che ho analizzato più volte perché ritengo sia uno degli elementi portanti della geopolitica energetica e per il quale nel libro House of zar ho coniato il nome di “guerra fredda del gas”, mutuando quello del conflitto fra Urss e Usa che è iniziato alla fine della seconda guerra mondiale ed è finito con la caduta di Gorbaciov.

 

Questa nuova guerra fredda è iniziata quando gli Stati Uniti da semplici acquirenti di fonti energetiche sono diventati di nuovo intensi produttori e quindi competitor dei petrostati tradizionali. Questo grazie a una tecnologia che permette di sfruttare giacimenti prima “dormienti” e che ha permesso agli inquilini della Casa bianca di portare avanti una scelta politica forte. I due presidenti, diversissimi tra loro, che sono diventati i paladini del nuovo ruolo degli Usa nel mercato energetico sono Barack Obama, che ha rimosso il divieto di esportazione di idrocarburi deciso da Richard Nixon e che risaliva al 1973, e Donald Trump, che ha rafforzato una strategia geopolitica aggressiva usando le risorse energetiche nazionali, dalle sabbie bituminose al petrolio e, soprattutto, al gas di scisto. Proprio Trump nell’ultimo discorso dell’Unione aveva dichiarato che gli USA non solo hanno una ritrovata indipendenza energetica, ma che sono tornati a dominare il mercato, soprattutto grazie al Gnl.

E qui ritorno al tema che citavo in apertura: se sarà Trump a prevalere difficilmente la strategia energetica degli Usa cambierà, anche se la grave crisi del settore di quest’anno ha lasciato cicatrici profonde. Se vince Joe Biden forse muterà la forma ma non credo la sostanza anche se proprio lui ha proposto di introdurre nuovi limiti alla perforazione (e qui mi appoggio a un’analisi del Financial Times). Quindi non è un’idea originale di The Donald, ma appartiene a un più profondo indirizzo che rimanda al concetto di “capitalismo politico” di Max Weber, come ha ben raccontato Alessandro Aresu nel libro Le potenze del capitalismo politico. La Dominance economica, industriale e culturale made in Usa si fonda su un deep state che traccia tendenze più profonde e durature di una singola ‘amministrazione politica’.

Inoltre Biden pare non faccia poi così paura ai petrolieri americani, perché molti di loro hanno già abbracciato l’idea di una transizione verso un’energia più pulita.

Sullo sfondo di queste ipotesi per il dopo elezioni, è chiaro, c’è il “nemico invisibile”, il Sars Cov 2, che ha messo in ginocchio il settore energetico in tutto il mondo ma che forse ha colpito particolarmente proprio il gigante americano. Una nota dell’agenzia Reuters di inizio novembre conferma che “nessun nuovo progetto di esportazione di gas naturale liquefatto (GNL) potrebbe essere approvato quest’anno per la prima volta in almeno due decenni, hanno detto fonti bancarie e industriali, dopo che la pandemia Covid-19 ha ridotto la domanda di energia e fatto cadere i prezzi ai minimi storici”. Senza contare la nuova politica del secondo esportatore mondiale: il Qatar, che emulando ciò che ha fatto l’Arabia Saudita sul mercato petrolifero, potrebbe aumentare la produzione di GNL nonostante le condizioni e i prezzi di mercato depressi con conseguente crollo estremo dei prezzi.

Una guerra, che sia calda o fredda… ha bisogno di almeno due contendenti, anche se questa dell’energia ne ha di più. E qui ci spostiamo in Europa e in Asia, dove i gasdotti sono oggetto di alleanze politiche e scontri senza quartiere. Il completamento del Tanap, destinato a trasportare le forniture di gas dal Caucaso in Europa e in Italia tramite il Tap, al netto di ritardi o incertezze di conflitti locali, apre le porte non solo alle riserve dell’Arzerbaigian ma anche al possibile trasferimento di gas da altri Paesi che si affacciano al Mar Caspio: dal Turkmenistan e dall’Iran.

Ma il conflitto più evidente, e di cui se ne parla persino in modo esagerato, che si sta giocando sulla tattica politica, ha come oggetto il North Stream 2, un’infrastruttura strategica per la Germania e non solo perché permetterebbe di trasportare in Europa il gas dei grandi giacimenti del permafrost della Siberia orientale e dalle riserve artiche della penisola di Yamal, ma che continuerebbe la politica strategica dell’Ostpolitik di Willy Brand che vide la costruzione dei grandi gasdotti e il rapporto tra Russia, Comunità europea, Germania e…Italia. Non dimentichiamo che il 40% del gas da noi importato viene da Madre Russia.

Poi c’è il rapporto tra i russi e la Turchia, cementato dal Turkstream. Il presidente turco Erdogan non lascia scoperta nessuna casella dello scacchiere energetico, basti pensare ai rapporti con il regime di Teheran che oscillano dall’amicizia al conflitto, dall’accordo alla rivalità. Comunque sia, la penisola dell’Anatolia è il nuovo crocevia delle rotte del gas, sia quello proveniente dal Mar Caspio sia dal Mar Nero, che sia trasportato dalle pipeline del Tanap e del Tap o del TurkStream. Questi nuovi flussi sono destinati a raggiungere le coste pugliesi o l’Europa balcanica. Altro fronte caldo che vede la Turchia protagonista è il Mediterraneo orientale tra Cipro, la Grecia e l’Anatolia e queste sue mosse riguardano anche noi vista la presenza di Eni nel Mediterraneo, dal Medio Oriente alla Libia passando per l’Egitto: e in quest’area le tensioni geopolitiche impattano sull’efficacia degli investimenti del nostro gigante energetico.

In fondo alle considerazioni sullo scenario internazionale serve un passaggio sull’Unione europea, a cui serve ora più che mai una politica energetica integrata per non essere schiacciata nella guerra fredda del gas.

Gli avversari sono potenti, ovviamente: in Russia, nonostante si avvii al primo bilancio in rosso dopo anni, anzi proprio per questo Gazprom si prepara a essere ancora più agguerrita. Degli Usa ho detto. L’Ue deve includere anche le reti energetiche a fianco di quelle digitali negli elementi su cui esercitare una “sovranità europea”. L’accesso alle risorse è anche un problema di sicurezza strategica se l’Ue vuole realizzare il Green Deal europeo, perché deve potere contare su materie prime sostenibili, in particolare quelle per le tecnologie pulite e le applicazioni digitali, spaziali e di difesa, diversificando l’offerta da fonti sia primarie che secondarie. Se vuole dare scacco alle superpotenze della guerra fredda dell’energia, l’Ue deve credere fino in fondo sulla propria strategia originale, che è appunto il Green Deal. La priorità deve essere data all’efficienza energetica. Occorre, come indica il documento europeo, sviluppare un settore dell’energia basato in larga misura su fonti rinnovabili, con la contestuale rapida eliminazione del carbone e la decarbonizzazione del gas. Puntando su idrogeno per la produzione di energia, celle a combustibile per i trasporti e altri combustibili alternativi, cattura, stoccaggio e utilizzo della CO2 e lo stoccaggio di energia, consentendo inoltre un’integrazione settoriale. Utilizzando per i progetti del Green Deal il fondo per l’innovazione finanziato dal sistema per lo scambio di quote di emissioni dell’Ue, che così potrà contribuire alla diffusione di tali progetti innovativi su vasta scala. Ma anche così forse non basta.

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