C’è una doppia preoccupazione. Da un lato la crescita del numero dei contagi da Covid-19; dall’altro la loro diversa dislocazione geografica. Non sono più le regioni del Nord, come nella scorsa primavera, a soffrire maggiormente. La nuova propagazione del virus sembra interessare più le regioni del centro (il Lazio) e quelle del Sud (Campania e Sicilia) dove le strutture sanitarie non sono certo all’altezza di quelle lombarde. I dati ci dicono che la situazione è nettamente peggiorata a partire dalla fine di settembre. Negli ultimi quindici giorni, il rapporto tra il numero dei positivi e la quantità di tamponi effettuati è passato dallo 0.6 al 3,21 per cento. Mentre le medie settimanali, nello stesso periodo, sono aumentate di più di due volte e mezzo.

Questi dati sono, indubbiamente, allarmanti. Anche se bisogna mantenere i nervi a posto, nel valutarli. Non siamo di fronte ad un’indagine campionaria per cui quelle percentuali possono essere considerate un indice di carattere nazionale. Al contrario il campione, vale a dire il piccolo cosmo degli scrutinati, non riflette le caratteristiche di un universo di riferimento. Ossia le tipologie (sesso, età, distribuzione territoriale e via dicendo) dell’intera popolazione italiana. Ne deriva che se si aumenta il numero dei tamponi effettuati, con una selezione non casuale, ma in qualche modo mirata, è inevitabile che aumenti anche il numero dei contagiati. E quindi i relativi indici risultare fuorvianti in un discorso di carattere nazionale.

Ciò detto, meglio tuttavia non assumere atteggiamenti consolatori: Il negazionismo, in questo come in altri casi, non serve. Può garantire una comparsata in qualche programma televisivo, ma poi si rischia di fare la fine di Boris Johnson o di Donald Trump. Purtroppo in Italia si è verificato una sorta di “negazionismo” ben più sottile, ma di gran lunga più pernicioso. Dalla fine della scorsa primavera si doveva intervenire sulle strutture sanitarie più fragili in vista dei possibili futuri pericoli, visto che la pandemia non era stata sconfitta. Come ogni giorno ripetevano i tecnici ed i politici del Governo. Puro esorcismo: considerato che al di là delle parole e delle esortazioni, ben poco si è fatto. Anzi, specie da parte dei giornali a supporto del credo grillino, le critiche nei confronti di Guido Bertolaso, per aver realizzato in breve tempo i “Covid hospital”, sono piovute come grandine.

Mancavano, forse, le risorse? È possibile considerati i 100 miliardi di euro spesi, come continua a ripetere il Ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, per sostenere imprese, famiglie e mondo del lavoro. Ma se fosse stato così, allora perché snobbare le profferte del Mes? Quei 36 miliardi di euro, messi a disposizione dell’Italia, con un unico vincolo: il dover essere destinati alle spese dirette ed indirette connesse con la pandemia sul fronte sanitario. Si poteva giocare d’anticipo. Non aspettare, nuovamente, di essere con l’acqua alla gola, nella prospettiva di un ulteriore possibile lockdown, che metterebbe definitivamente in ginocchio l’intero Paese. Le cui prospettive economiche, come mostra l’ultimo report di Fitch, non sono poi così brillanti, come quelle indicate da Via Venti Settembre, nell’ultima “Nota di aggiornamento del Def”.

Chi, in tutti questi mesi, si è baloccato con il barocchismo giuridico, per ritardare una decisione che, alla fine risulterà quasi inevitabile, si è quindi assunto una grave responsabilità. Ha infarcito le proprie motivazioni di astratte considerazioni che non stanno in piedi né sul piano delle regole europee, né dal punto di vista economico finanziario. Pensare che le assicurazioni rese dai massimi esponenti dell’Unione europea possano essere considerate all’improvviso carta straccia, significherebbe sottovalutare cosa comporterebbe un simile colpo per la stessa credibilità dell’intera Europa. Sarebbe la fine. Auspicio recondito di non pochi esponenti sia della maggioranza parlamentare che dell’opposizione.

E chi dovrebbe essere l’artefice di questo delitto? Il Consiglio dei Governatori del Mes? Il Consiglio europeo? La Corte di giustizia, attivata da qualche “frugale”. Di Paesi cioè che, grazie alla loro struttura economica e fiscale, dai rapporti con l’Europa traggono il loro massimo tornaconto in termini di sviluppo e di benessere. Purtroppo gli autolesionisti sembrano essere in forza soprattutto nel nostro Paese.

Ancora più fragili e strumentali le preoccupazioni in campo finanziario. Si dice: la natura privilegiata del prestito comporta di per sé una riduzione del tasso d’interesse. L’Italia può quindi farne a meno. Può presentarsi sui mercati internazionali ed offrire le stesse condizioni. Vi sarà un esercito di promotori finanziari pronto a rispondere come un sol uomo. Francamente ne dubitiamo. Il merito del credito – quello concesso al Mes o a qualsiasi altro Paese (salvo forse la Germania) – non sarà mai lo stesso. C’è solo da aggiungere che nel primo caso, l’Italia non sarà nemmeno costretta a emettere nuovi titoli. Di conseguenza vi sarà una differenziazione del suo debito, con minor rischi nel determinare le due sottocategorie di titoli: senior (con maggiori garanzie) e junior. La rimanente parte in essere.

Si, ma si insiste, c’è il problema dello stimma. Ossia del cosiddetto “danno reputazionale”. Anche in questo caso poco più di uno spauracchio. Il debito con il Mes non viene contratto da un singolo Paese per compensare la perdita dell’accesso al mercato, ma per far fronte ad una pandemia, dopo che la stessa Commissione europea ha certificato la solvibilità del suo debito sovrano. Naturalmente i vari fondi speculativi possono pensarla in modo diverso e quindi attaccare i titoli in circolazione. Ma sarebbe scegliere come bersaglio la stessa BCE, che grazie al Mes ha gli strumenti per intervenire. Insomma: la cintura di sicurezza, il backstop come si dice in gergo, già è previsto e può essere attivato, se ne ricorrono le ragioni. Non esistono, pertanto, ragioni per continuare ad insistere su un falso bersaglio. Specie se si considera che quei 36 miliardi, per l’Italia, rappresentano solo poco più dell’1 per cento del suo debito complessivo.

Comprendiamo, comunque, le ragioni identitarie dei Cinque stelle. Quanti crimini nel nome di quei principi sono stati commessi nei secoli? Speriamo invece che nella Lega ed in Fratelli d’Italia sia possibile tornare a ragionare, isolando, se necessario, le posizioni più intransigenti. Farlo significherebbe dimostrare di avere  effettivamente a cuore il bene all’Italia.

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