Il Covid ci ha insegnato che occorre un regionalismo ben organizzato, anche in materie molto decentrate come la sanità, che faccia capo al governo e al Parlamento dice a Formiche.net l’economista e scrittore Gianfranco Viesti, professore di economia all’università di Bari ed editorialista di Messaggero e Mattino.

L’occasione è utile per ragionare sui frutti della riforma del titolo V alla luce dell’emergenza sanitaria, ma anche sul binomio Recovery fund-Mes, nella consapevolezza che iniettare liquidità non corrisponde ad un aumento redditività. E si chiede: “Se le città dovessero chiudere di nuovo in quanti getterebbero la spugna?”.

Il governatore campano chiude le scuole. È tornata la contrapposizione tra Stato centrale ed Enti Locali come accaduto a marzo sulla Sanità?

Direi di sì, non commento da un punto di vista legale perché non sono un giurista, ma c’è un intrigo sul balletto di poteri. Attenzione, qui stiamo toccando la scuola: per cui mi chiedo se il diritto all’istruzione possa essere determinato su base regionale. Sono convinto della assoluta buona fede del governatore De Luca, spaventato dai dati, tuttavia il quesito è di fondo e una situazione del genere mi preoccupa molto. La assimilerei ad un qualche provvedimento preso sulla libera circolazione degli italiani da parte di alcune regioni. Ritengo che queste decisioni così gravi debbano essere assunte dall’esecutivo eletto, che abbia la fiducia del Parlamento.

Convivere in tempi emergenziali, come il Covid, con 20 sanità diverse in quanto regionali è un moltiplicatore di costi e di disagi?

È stato un motiplicatore di diversi diritti per i cittadini, come dimostrano ad esempio gli eventi comparati tra Lombardia e Veneto: una oggettiva migliore capacità del sistema socio-sanitario veneto di contenere la pandemia nei mesi più terribili. In questi casi non se ne esce con il tandem “bianco o nero”, quindi né ricentralizzando tutto, né decentralizzando tutto. Il Covid ci ha insegnato che occorre un regionalismo ben organizzato, anche in materie molto decentrate come la sanità, che faccia capo al governo e al Parlamento. Occorre inoltre un potere generale di indirizzo, controllo e garanzia dei diritti delle persone: una potestà statale che, nel tempo, faccia sì che i diritti della salute siano meno diversi nelle singole regioni. Negli ultimi anni siamo andati in una direzione molto diversa da questo.

Ovvero?

L’esperienza dei piani di rientro delle regioni è stata soddisfacente dal punto di vista economico, ma non buona dal punto di vista dell’esigibilità dei diritti. Oggi la Campania ha un sistema sanitario nettamente sottodotato di personale rispetto agli altri e spero che ciò non rappresenti un problema nelle prossime settimane.

Come impedire la conflittualità giuridica tra Stato e Regioni che affolla i Tribunali Amministrativi Regionali?

Credo che il problema sia eminentemente politico prima ancora che di revisione delle norme: ci dobbiamo intendere bene sulla circostanza che in un paese così diverso come l’Italia è sì opportuno che ci siano delle differenziazioni regionali, ma che per rafforzarci tutti assieme abbiamo bisogno di un forte livello di politiche nazionali relativamente a indirizzo e controllo. Porto un esempio adeguato: alcune sanità sono state centrate sull’ospedalizzazione, altre sui servizi territoriali, altre ancora al sud con pochi ospedali e con pochi servizi territoriali. La grande scelta, che mi pare raccolga forte consenso politico, di rafforzare i servizi territoriali nei prossimi 10 anni dovrebbe essere un indirizzo nazionale. Dopo di che a Brescia e Bergamo deciderà la Regione Lombardia, ma la mia opinione è che queste grandi scelte debbano essere in capo al Parlamento, con una declinazione operativa differenziata.

La manovra economica di fatto sarà monopolizzata dall’emergenza Covid: al di là degli aiuti e dei bonus, cosa pensa si debba fare per sfruttare armonicamente i fondi del Recovery?

In questo momento dovremmo ridurre progressivamente gli interventi di sostegno, che vanno mantenuti fin quando sono necessari, per far crescere rapidamente gli interventi di rilancio. Questi ultimi non ci devono riportare all’Italia del 2019 ma provare a costruire un paese che conosca bene le sue debolezze e tenti di superarle. I grandi temi noti, come la digitalizzazione, le città figlie della nuova mobilità, l’accrescimento sistematico delle rinnovabili, li ritrovo nel documento presentato dal governo. Occorre una forte spinta politica a che non sia un elenco di interventi, ma plasmi l’Italia del 2030 in maniera diversa rispetto a quella di oggi. Purtroppo il dibattito politico degli ultimi 20 anni non si è concentrato su questi aspetti.

Se il Recovery dovesse tardare per l’Italia si aprirebbe un problema di ossigeno? A quel punto tornerebbe di attualità il Mes?

Con una battuta dico: per fortuna che c’è la cancelliera Merkel che ha dietro di sé l’intera Germania, un paese che ha cambiato nettamente il suo approccio alle crisi. A mio avviso ha imboccato la direzione giusta. Per cui appoggiamo l’economia tedesca che ci ha così duramente colpiti dal 2011 in poi e che invece oggi potrebbe sostenerci moltissimo. Il fatto che l’ex ministro Schaeuble, ultras dell’austerità, sia uno dei più accaniti sostenitori sull’idea che adesso bisogna investire partendo dai pezzi più deboli d’Europa, mi pare una cosa assolutamente straordinaria. Sul Mes osservo che tecnicamente è come una banca, a cui chi ha bisogno si rivolge: ma prima di entrare nel merito, dovremmo realizzare un piano sanitario del nostro fabbisogno e capire se ci serve o meno. Si tratta di un aspetto in questo momento per così dire partigiano, che però allontana dall’aspetto più tecnico. Tutti gli altri stanno ricorrendo al Sure e nessuno al Mes. Se dovesse peggiorare la situazione dei tassi e dovessimo avere problemi di finanza allora potremmo ragionarci concretamente. È un tema tutto politico. Non metto in dubbio la sua importanza, ma a me pare più significativo come spenderemo quei soldi più che da dove li prenderemo.

Sui crediti deteriorati la Bce suona l’allarme, così come accadde in Grecia nel 2013. L’Italia cosa rischia?

Questo elemento è il figlio di fallimenti patrimoniali e reddituali delle imprese: è la spia di un fenomeno reale molto più importante. Ciò che noi rischiamo davvero è che una parte del nostro sistema imprenditorale non ce la faccia. Potremmo non accorgercene, perché questa crisi è molto tarata sul terziario e sulle piccole e piccolissime imprese più che sulle industrie. È l’indicatore finanziario di uno stato di difficoltà reale: ad esempio la sofferenza dell’Ilva si vede, mentre quella dei tassisti no. Fino ad oggi abbiamo iniettato liquidità, e il governo non poteva fare altro vista l’emergenza della scorsa primavera: ma liquidità non è redditività. Se le città dovessero chiudere di nuovo in quanti getterebbero la spugna? Il terziario è oltre l’80% della nostra occupazione.

twitter@FDepalo

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