La Luna è (ancora) più vicina. Dopo la dichiarazione d’intenti tra Italia e Stati Uniti di fine settembre, è arrivata oggi, durante il 71esimo Congresso astronautico internazionale, la firma sugli Artemis Accords tra tutti i Paesi che parteciperanno alla “nuova era dell’esplorazione spaziale” a guida americana. Primo passo il ritorno sulla Luna entro il 2024, poi una base orbitante e una presenza fissa sulla superficie. Con gli accordi odierni si definisce il perimetro dei partner coinvolti intorno ad alcuni princìpi condivisi, tra cui la possibilità di sfruttare commercialmente le risorse lunari, l’uso pacifico dello Spazio e la trasparenza dei comportamenti reciproci. Oltre a Stati Uniti e Italia hanno firmato Regno Unito, Canada, Giappone, Lussemburgo, Australia ed Emirati Arabi Uniti. “È solo l’inizio”, ha detto Jim Bridenstine, numero uno della Nasa, lanciando il giro di firme, compresa quella del sottosegretario (con delega allo Spazio) Riccardo Fraccaro. “Una firma storia – ha spiegato il sottosegretario – che apre un nuovo ed entusiasmante capitolo dell’esplorazione spaziale, pacifica, sicura e sostenibile, che ha come fine il miglioramento della vita sulla Terra”.

IL RUOLO ITALIANO

Il Bel Paese è dunque pronto a essere protagonista del programma Artemis, forte della rinnovata collaborazione con gli Stati Uniti siglata lo scorso 25 settembre da Fraccaro e da Bridenstine, e desideroso di accrescere i ritorni per l’industria nazionale. La Penisola è stata l’unico Paese europeo a presentarsi alla firma odierna con una dichiarazione d’intenti con Washington, a cui dovranno ora seguire gli accordi attuativi tra le due agenzia spaziali, Nasa e Asi. In essi, ha notato il presidente dell’agenzia italiana Giorgio Saccoccia, “saranno specificati nel dettaglio i contributi italiani al programma che renderanno possibile il sogno di una presenza sostenibile in orbita e sulla superficie lunare: dai moduli abitativi, agli esperimenti scientifici, al sistema di telecomunicazione”. Si stima “un ritorno economico per il settore industriale nell’ordine di 1 miliardo di euro”, ha detto commentando la firma Alessandro Profumo, ad di Leonardo, l’azienda che guida l’impegno spaziale italiano con le sue joint venture, Thales Alenia Space e Telespazio. Ci sono comunque tante Pmi e università che partecipano all’avventura, desiderose di accrescere il proprio ruolo.

L’INCOGNITA #USA2020

Con gli Artemis Accords tutto questo acquista spinta, nonostante l’incognita del voto americano del prossimo 3 novembre. Il programma lunare ha la chiara impronta di Donald Trump e la sua prosecuzione non è scontata in caso di vittoria di Joe Biden, anche considerando qualche battuta d’arresto nel dibattito al Congresso sui fondi da assegnare. Nella “2020 Democratic Party Platform” si cita “il sostegno alla Nasa” e alla tabella di marcia impressa da Trump (“il ritorno sulla Luna, e poi l’approdo su Marte”), sebbene non ci sia riferimento all’obiettivo del 2024. In passato ci sono state diverse interruzioni di programmi importanti (da Apollo a Constellation, fino a ARM) in caso di avvicendamenti alla Casa Bianca. Questa volta l’eco internazionale sembra maggiore, così come l’interesse dei grandi attori privati americani, e ciò potrebbe pesare a favore del mantenimento di Artemis.

IL PESO GEOPOLITICO

D’altra parte, l’obiettivo principale degli accordi intergovernativi siglati oggi è chiarire il perimetro del gruppo (ancora aperto) che parteciperà alla “nuova era dell’esplorazione spaziale”. Sin dal lancio di Artemis, i vertici dello Spazio a stelle e strisce hanno aperto il programma alla cooperazione internazionale, chiarendo tuttavia che l’invito è rivolto ad alleati e partner, cioè a quei Paese che condividono una scelta di campo anche oltre l’atmosfera. L’invito è aperto; al momento c’è il Canada, che si è impegnato a fornire robotica avanzata ad Artemis. C’è il Giappone, che contribuirà con rifornimenti logistici e componenti abitativi. Ci sono poi Regno Unito e Australia, che vantano con gli Stati Uniti legami bilaterali molto forti anche in campo spaziale, insieme al Lussemburgo che ha svelato i sogni lunari a settembre dello scorso anno. Ci sono infine gli Emirati Arabi, reduci dalla firma degli Accordi di Abramo con Israele (e la benedizione Usa), nonché dalla prima missione araba verso Marte (“Hope”), inaugurazione di importanti ambizioni extra-atmosferiche da parte di Abu Dhabi.

GLI ACCORDI

Gli Artemis Accords sono stati presentati da Bridenstine lo scorso maggio. L’obiettivo è “rinvigorire il ruolo dell’America come leader globale nello Spazio, promuovendo un uso responsabile delle risorse e aprendo la porta a una nuova epoca di collaborazione internazionale”. Definiscono “un insieme comune di princìpi per governare l’esplorazione civile e l’uso dello Spazio esterno”. Invitano a condividere le ricerche scientifiche, affermano il principio di trasparenza tra partner, di interoperabilità tra i sistemi e di assistenza in caso di emergenza. Insistono anche sul contrasto alla Space debris e (in più parti) sull’aspetto esclusivamente pacifico dell’attività, con riferimento esplicito all’Outer Space Treaty del 1967. “Chi non lo rispetterà – ha detto Bridenstine – non sarà parte del programma Artemis”. In ogni caso, il focus più innovativo è sugli aspetti commerciali. “Paesi e aziende – ha spiegato il numero uno della Nasa – dovranno essere in grado di sfruttare i frutti del loro lavoro”.

LO SFRUTTAMENTO COMMERCIALE

Già a inizio aprile, il presidente Trump affidava al segretario di Stato Mike Pompeo il coinvolgimento dei partner al progetto commerciale degli Usa in campo spaziale. In quell’ordine esecutivo, Trump chiariva definitivamente il rifiuto Usa per il Moon Treaty, siglato nel 1979 e ratificato da soli 18 Paesi. Definisce la Luna come “patrimonio comune del genere umano”, formula che di fatto impedisce la possibilità di rivendicare la proprietà sulle sue risorse, linea datata dal momento in cui si immagina la possibilità di sfruttare i materiali lunari per intraprendere ulteriori viaggi o alimentare l’economia terrestre. Tra l’altro, chiedendo ai privati di partecipare al rischio dell’impresa spaziale, occorre riconoscere loro anche la possibilità di sfruttarne commercialmente l’occasione.

LA CORSA ALLE RISORSE

È per questo che negli Artemis Accords si dice che “la capacità di estrarre e utilizzare risorse su Luna, Marte e asteroidi sarà fondamentale per supportare l’esplorazione e lo sviluppo sicuro e sostenibile dello Spazio”. È la parte che ha già fatto maggiormente discutere, incassando le critiche della Russia, forse ormai esclusa dalla grande corsa all’esplorazione spaziale che vede la Cina oggi nel ruolo di concorrente delle leadership americana. Il Dragone ha un piano ambizioso per la Luna, con l’obiettivo di fare arrivare i propri taikonauti sul polo sud del satellite lunare, lì dove gli Usa vogliono realizzare una base stabile.

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