Non importa cosa scrivi e come lo scrivi. Non importa il contenuto che scegli, né l’approfondimento che ne fai, non importa la forma, né l’originalità del tema. All’algoritmo che decide se hai diritto o meno di entrare nella schermata dell’utente importa di quante persone hai attirato l’attenzione e per quanto tempo

Mi ha colpito la storia di un giornalista canadese che racconta la sua vicenda di ascesa e declino dentro la professione. Russel Smith è un editorialista brillante che dopo venti anni di onorata carriera al quotidiano Globe and mail, ha dovuto lasciare.

A licenziarlo è stato un algoritmo, non un direttore. O meglio a farlo fuori sono stati i nuovi criteri di selezione degli articoli messi in opera dall’algoritmo. Non aveva abbastanza lettori perché l’algoritmo lo proponesse ai lettori. E così i suoi articoli hanno finito per non essere letti più da nessuno.

È il segno di come i veri manovratori occulti delle informazioni non sono più cordate di poteri forti o editori che colludono con inserzionisti privati. Nel mondo del giornalismo digitale, sempre più fuso e confuso con i social, a decidere cosa e chi sopravvive dentro la giungla mediatica sono una serie di stringhe impersonali ma orientate in una direzione precisa e roboticamente determinata.

Facciamo qualche passo indietro. C’era una volta un lettore che sfogliava i vecchi fogli di giornale, scorreva i titoli, si soffermava sulle notizie che più lo interessavano, saltava di pagina in pagina ma non poteva fare a meno di scorrere anche quelle che in teoria non gli interessavano. Così poteva capitargli di incontrare qualcosa di inaspettato. Un articolo nella sezione del calcio che mai, a te che odi questo sport, ti saresti immaginato ti interessasse. Questo l’algoritmo non lo permette.

L’algoritmo fa sì che gli articoli più visti siano quelli più visibili. L’algoritmo seleziona per te le firme preferite e non ti fa vedere quello che sta oltre i confini delle tue abitudini. L’algoritmo insomma è reazionario.

La questione è semplice e non vuole complessità: non importa cosa scrivi e come lo scrivi. Non importa il contenuto che scegli, né l’approfondimento che ne fai, non importa la forma, né l’originalità del tema.  All’algoritmo che decide se hai diritto o meno di entrare nella schermata dell’utente importa di quante persone hai attirato l’attenzione e per quanto tempo.

Ma in questo modo, le informazioni raffinate, gli articoli di approfondimento e di nicchia finiscono inevitabilmente per finire in coda e poi per scomparire. Rendendo l’informazione sempre più massificata e superficiale. In pratica, il web non è più la vera “agorà” ma rischia di diventare la nuova dittatura del pensiero banale. Individuato da una macchina.

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