Tra voci più o meno confermate, rifiuti eccellenti, alleanze che non decollano e candidature ipotizzate ma non ancora formalizzate, la corsa verso il Campidoglio in casa centrosinistra sta assumendo sempre più i contorni di un autentico rompicapo. L’ultima ipotesi, rilanciata oggi dalla Stampa ma in realtà dibattuta da diversi giorni da chi si interessa delle cose politiche romane, porta dritta al Nazareno e a Nicola Zingaretti che alla fine – sostengono alcuni – potrebbe essere il jolly a sorpresa con cui il Pd tenterà di tornare a governare Roma. Una suggestione dall’evidente impatto politico considerato che stiamo parlando del segretario di uno dei principali partiti su cui poggia la maggioranza di governo e pure del presidente della regione Lazio.

Ma andiamo con ordine, proviamo a riavvolgere il nastro e a partire da alcune ragionevoli certezze. Innanzitutto da Carlo Calenda che sarebbe pronto ad annunciare nei prossimi giorni la decisione di presentarsi (c’è chi dice già domenica prossima, in diretta tv da Fabio Fazio). Com’è di tutta evidenza, la sua accelerazione sta costringendo il Partito democratico a provare a risolvere la questione molto prima del previsto. D’altro canto alle elezioni capitoline mancano ancora otto mesi: non ci sarebbe in teoria alcuna fretta di scegliere subito il nome del candidato sindaco. In nessun’altra delle città che andrà al voto la prossima primavera – da Torino a Napoli, passando per Milano e Bologna – il dibattito si è acceso a tal punto e anche, dalle parti del centrodestra romano, i tempi appaiono molto meno serrati. Tanto che oggi Matteo Salvini ha dichiarato che i nomi dei candidati a sindaco nei vari comuni a scadenza arriveranno entro fine ottobre o anche entro metà novembre. Ergo: dibattito interno sì, fretta di scegliere subito no.

La seconda è il rapporto con i cinquestelle: Zingaretti, insieme a Goffredo Bettini, è stato ed è il massimo teorizzatore dell’alleanza strutturale pure sui territori con il Movimento. Non è difficile ritenere dunque che la prima scelta del Pd a Roma fosse, e sia ancora secondo molti, l’accordo con i pentastellati. Lo aveva dichiarato in tempi non sospetti in questa intervista a Formiche.net il braccio destro di Zingaretti alla Regione Lazio, Daniele Leodori, e lo ha ribadito pochi giorni fa a Repubblica anche Michela Di Biase. “Il tentativo da esperire è cercare un profilo unitario dentro l’alleanza di governo”, ha affermato la capogruppo dem alla Pisana. Obiettivo che però mal si concilia con la ricandidatura di Virginia Raggi: l’attuale sindaco al momento è in campo e sembra non avere alcuna voglia di fare un passo indietro, nonostante i mal di pancia di una parte non irrilevante dei cinquestelle capitolini e, sembrerebbe, la freddezza di un pezzo dei vertici nazionali.

La terza certezza è nota: i big che di volta in volta sono stati chiamati in causa per correre a Roma – da David Sassoli a Enrico Letta – hanno sempre categoricamente smentito. A parte dunque gli aspiranti concorrenti alle primarie – che peraltro non si sa neppure se si faranno -, il Pd nella capitale un candidato forte e disponibile a spendersi sembra non averlo.

E torniamo così a Zingaretti e all’idea che alla fine possa essere il suo il nome giusto. Anche in questo caso le interpretazioni possibili paiono tre. La prima, non necessariamente in ordine di importanza, è che si tratti soltanto dell’ennesima voce, priva però di vere possibilità di realizzazione. Il suo carattere e la sua lunga esperienza politica potrebbero far propendere per questa ipotesi: Zingaretti non è uomo da passi avventati ma, al contrario, si è sempre mosso con grande prudenza. Forse troppa, dicono i suoi detrattori, anche se in verità poi spesso i risultati sono dalla sua parte. Ipotizzare che in un momento di emergenza come questo decida di lasciare la regione e forse pure la segreteria – che tra l’altro ha appena blindato con il voto delle scorse regionali – per partecipare a un’elezione per di più difficilissima e piena di incognite, oggettivamente non è facile.

Ma non è detto che sia questa l’interpretazione giusta ovviamente. A priori non si può certo escludere che il segretario dem ambisca a governare Roma, innanzitutto perché già una volta un pensierino ce lo aveva fatto. Anzi, molto di più: nel 2012 arrivò ad annunciare la sua candidatura a sindaco della città eterna salvo poi deviare successivamente sulla Regione Lazio per la caduta anticipata della giunta allora guidata da Renata Polverini. E poi Zingaretti è romano e Roma è sempre stata il centro di gravità della sua azione politica. Per lungo tempo è rimasto lontano dal palcoscenico nazionale e anche quando ha assunto la guida del Pd ha continuato a mantenere anche un profilo locale (non è un caso, forse, che sia rimasto in Regione senza entrare al governo di cui pure è uno degli azionisti fondamentali).

E, infine, c’è la terza ipotesi: che in fondo la notizia della sua possibile candidatura, smentita per onor di cronaca ufficiosamente dal Nazareno, serva soprattutto a guadagnare tempo, a frenare in qualche modo la corsa di Calenda – che, lo ricordiamo, ancora non ha sciolto la sua riserva – nell’attesa o nella speranza che nel frattempo maturino le condizioni per un’alleanza con i cinquestelle. Ovvero che Raggi rinunci oppure che sia abbandonata al suo destino dai vertici del Movimento.

Fantapolitica? Potrebbe essere. Ma nel gioco di società in cui si stanno trasformando in casa centrosinistra le prossime elezioni capitoline tutto sembra davvero ancora possibile.

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