Ecco come Biden si circonda di figure affidabili appartenenti al comparto sicurezza, difesa e intelligence e procede nelle attività di transizione nonostante Trump non voglia concedere la vittoria e intralci il lavoro del Transition Team (criticato dai Repubblicani)

Il presidente eletto statunitense, Joe Biden, ha ricevuto un briefing su dinamiche diplomatiche e sicurezza nazionale a cui hanno partecipato una dozzina di ex alti funzionari. L’incontro c’è stato martedì 17 novembre e come scrive NBC News (che ha dato la notizia) il meeting sottolinea un aspetto: l’amministrazione Trump esclude ancora Biden da questo genere di briefing (anche quelli contenenti materiale riservato), a cui invece il vincitore democratico di Usa2020 avrebbe diritto come parte delle attività di transizione.

L’esclusione è parte dell’operazione con cui il presidente uscente Donald Trump vuole intralciare il lavoro in divenire del candidato che l’ha sconfitto, d’altronde. All’incontro con Biden erano presenti tra gli altri l’ex vice segretario di Stato e vice consigliere per la sicurezza nazionale Tony Blinken (per lui è previsto un ruolo importante nella futura amministrazione), l’ex vicedirettore della Cia Avril Haines, l’ex ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Samantha Power, l’ex comandante delle operazioni speciali, l’ammiraglio William McRaven, e l’ex comandante del CentCom, il generale Lloyd Austin.

C’era anche Stanley McChrystal, un generale noto per il carattere rude, famoso per aver guidato le truppe americane in Afghnistan ma anche per essere stato costretto alle dimissioni dall’incarico dopo che un suo commento non proprio affettuoso nei confronti di Biden arrivò ai giornali. Era il 2009: ora McCrhystal è tra coloro che hanno fornito un endorsement pubblico a favore del democratico e contro Trump. “Ho lavorato a stretto contatto con Obama e Biden quando ero in Afghanistan. Non vedevano tutte le cose come me – ha  detto durante il programma condotto da Joe Scarborough – ma in ogni caso, hanno ascoltato. In ogni caso, hanno tenuto conto del mio punto di vista. In ogni caso ho sentito che stavano cercando di prendere la decisione migliore sulla base di tutte le informazioni che avevano e sulla base di un fondamento di valori”.

Le persone presenti al briefing con Biden sono tutte figure note dell’amministrazione Obama, di cui Biden è stato vicepresidente per due mandati. Se è vero che il democratico intende creare una squadra attenta a “riflettere le diversità” degli Stati Uniti, come lui stesso ha dichiarato, è altrettanto vero che i prossimi assidui collaboratori della Casa Bianca sembrano rientrare innanzitutto nella categoria degli intimi dell’ex senatore del Delaware. E tra questi, una posizione di rilievo sembrano averli quelli del comparto sicurezza (inteso allargato a Difesa e Intelligence).

Quest’ultimo aspetto è certamente in netto contrasto con l’amministrazione precedente, dove il mondo degli apparati – di cui Difesa, Intelligence, Sicurezza, dipartimento di Stato, Congresso sono i cardini – era considerato quasi un corpaccione ostile. Donald Trump e i suoi fan sono abituati a riferirsi a quel settore cruciale dello stato (fondamentale nella storia degli Stati Uniti per come li conosciamo) come “deep state”.

Sono in effetti uno stato profondo, nel senso che rappresentano i meandri del corpo statuale (spesso lontani dai riflettori sebbene più vicini alle decisioni operativi), ma l’accezione nel vocabolario trumpiano ha un chiaro valore negativo. Trump li ha accusati di aver cercato di intralciare il suo operato, normalizzando la sua visione rivoluzionaria del mondo; tuttora vengono tirati in ballo dal pensiero trumpista quando si parla della longa manus dietro alle elezioni che secondo il presidente e i suoi uomini sono state truccate (nota: quando si scrivono certe cose servirebbe mettere come fanno i social network una postilla esplicativa per indicare che certe affermazioni sono senza prova, almeno per ora).

L’incontro di martedì, a cui ha partecipato anche la vicepresidente Kamala Harris, era chiuso alla stampa, ma il Transition Team (che lavora da Wilmington, nel Delaware) ha diffuso una nota in cui indica che si è parlato delle “sfide diplomatiche, di difesa e di intelligence che l’amministrazione erediterà il primo giorno, concentrandosi sia sul panorama strategico che sulla prontezza della nostra politica estera, dei dipartimenti e delle agenzie di sicurezza nazionale”. Tra queste molto probabilmente Biden dovrà gestire il ritiro da alcuni teatri critici come l’Afghanistan, l’Iraq e la Somalia, che Trump sta spingendo e per propaganda e per intralciare il lavoro del democratico. Dossier su cui figure come McChrystal o Austin e McRaven saranno fondamentali.

Lo statement polemizza sulle attività dell’amministrazione, che starebbe tenendo fuori il team di transizione dai briefing con i funzionari attivi. Aspetto che sta diventando controverso e problematico, che divide i Repubblicani perché considerata una mossa troppo spinta dai non trumpiani. “I nostri avversari non aspetteranno”, ha detto il senatore della Florida Marco Rubio, che presiede ad interim la Commissione intelligence: “Dare a [Biden] l’accesso a informazioni aggiuntive non pregiudica le pretese elettorali del presidente”. La concessione a Biden dell’accesso a briefing classificati “deve avvenire in modo che, indipendentemente dall’esito delle elezioni, in qualunque modo vadano, le persone possono essere pronte per quel compito effettivo”, ha aggiunto James Lankford, un alto senatore repubblicano dall’Oklahoma.

Diversi repubblicani stanno abbandonando la linea del presidente – la polemica sulle elezioni è considerata troppo aggressiva – e stanno tentando di farlo cercando argomenti laterali (sebbene importanti). Questo dei briefing di intelligence è uno, e viene tirata in ballo l’affidabilità di Biden e del team di persone che lo circonda per giustificare una posizione più istituzionale davanti a elettori che invece sembrano preferire la linea agguerrita del presidente. Tra le figure certe del governo Biden ci sono Ron Klain, nominato capo dello staff; e poi ancora Cedric Richmond, Steve Richetti, Mike Donilon, Dana Remus. Tutti esperti delle dinamiche del governo e della Casa Bianca.

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