Trump vuole portare le truppe fuori dagli scenari critici e lasciare questa eredità ai suoi fan e passare un testimone complicato a Biden. Quattro razzi contro l’ambasciata americane di Baghdad sono un segnale di quello che potrebbero portarsi dietro le scelte di questi giorni e delle complicazioni che il democratico potrebbe trovare davanti a sé

Ieri sera le milizie sciite irachene hanno rotto una tregua molto esile raggiunta su spinta iraniana e minacce americane in ottobre, e hanno lanciato quattro missili contro l’ambasciata americana di Baghdad. Il fortino nella Green Zone della capitale dell’Iraq è un luogo di sfogo del confronto tra Stati Uniti e Iran e punto di frizione che si tettonizza ogni qualvolta c’è un movimento scomposto in Medio Oriente. Nella fattispecie, si può pensare che il motivo che abbia riattivato le azioni di disturbo iran-irachene a Baghdad possa essere stato l’annuncio dell’amministrazione uscente di Donald Trump sul ritiro parziale dalle truppe dall’Iraq– e da Afghanistan e Somalia.

Il presidente Trump sta pensando a un ritiro massiccio delle truppe statunitensi da alcuni scenari di crisi. È un vecchio pallino trumpiano che ripercorre una volontà del suo predecessore, Barack Obama: tirar fuori i soldati da situazioni complicate e annose era ed è considerato anche un volano elettorale, e sebbene non sia bastato a far vincere le elezioni al repubblicano c’è da scommetterci che in queste ultime settimane di presidenza arrivino sorprese. Da lunedì circola sui media americani una bozza di un ordine esecutivo che oltre a spingere il ritiro potrebbe mettere in difficoltà il presidente eletto Joe Biden già dal giorno successivo all’insediamento.

Se Trump ritirerà, come annunciato, circa la metà del contingente afgano e almeno 500 uomini dall’Iraq, allora Biden si troverà davanti a un dilemma. Da un lato dovrà gestire il fall-out del ritiro: gli attacchi all’ambasciata di Baghdad sono solo un messaggio velenoso rispetto a quanto avviene a Kabul, dove i Talebani sono tornati all’offensiva e il Paese non ha capacità politica e di sicurezza per controllare la situazione. Vero che la trattativa tra governo, americani e ribelli, procede ma i ribelli jihadisti si stanno portando avanti per accumulare vantaggi da spendere sul tavolo negoziale, e il rischio è che i soldati afghani che adesso usano gli americani come consulenti e addestratori, rimasti soli, capitolino sotto la pressione talebana e il tavolo del negoziato definitivo nemmeno si terrà. In Somalia il ragionamento è simile: la milizia jihadista di al Shabaab contro cui gli americani operano è tutt’altro che morta, anzi continua a perpetrare attentati e controlla porzioni di territorio.

Dall’altro lato, se Biden dovesse poi decidere – sulla base dei fatti, che sono tutt’altro che concordi al ritiro – di compensare la decisione trumpiana e riportare più truppe in qualcuno di questi teatri sarebbe accusato di militarismo e interventismo. Sarebbe facilmente bersaglio dei fan di Trump (politici e intellettuali), che si vanterebbero che il loro presidente è stato colui che ha ritirato i figli combattenti d’America da certi scenari pericolosi e poco remunerativi per gli interessi statunitensi, invece il democratico ce li sta riportando. La questione è al cento del dibatto politico statunitense perché è uno dei terreni in cui il Partito Repubblicano non è completamente d’accordo con Trump – terreni che quando Trump sarà fuori del tutto dallo Studio Ovale saranno ancora di più e su cui la battaglia interna al Grand Old Party potrebbe essere feroce.

Per esempio, un repubblicano che si sta formando molto e che tra quattro anni potrebbe essere (stavolta in modo più strutturato) un valido contenderMarco Rubio, senatore dalla Florida e presidente della Commissione Intelligence, dice che si corre il rischio di “una situazione tipo Saigon, che precipita molto velocemente, e allora la nostra capacità di lanciare operazioni antiterrorismo in quell’area sarebbe gravemente compromessa”. Parla dell’Afghanistan, ma il tema potrebbe essere simmetricamente esteso all’Iraq, contro l’Is, e alla Somalia. La situazione sul campo, gli equilibri con gli alleati (impegnati in attività congiunte in tutti quegli ambiti tattico-strategici) e fatti come l’ultimo contro l’ambasciata sono fattori molto importanti. I nemici degli Stati Uniti cercano di sfruttare certe scelte d’impulso del presidente uscente per azioni di disturbo e mosse aggressive che si ripercuoteranno sulla nuova amministrazione.

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