L’economista e saggista a Formiche.net, dopo la lettera del governo a Enel affinché acceleri sul disimpegno in Open Fiber. Mossa legittima, lo Stato è azionista di riferimento del gruppo elettrico, mentre nell’ex Telecom è solo uno dei soci, per giunta indirettamente visto che figura Cdp. E poi la cessione della quota a Macquarie non è un danno per nessuno. Anzi…

Tim ed Enel, destini e contesti diversi. No, il blitz agostano del governo su Kkr non ha nulla a che vedere con l’altra incursione, due giorni fa, su Enel. Ne è più che convinto Franco Debenedetti, economista, saggista e gran conoscitore del mondo industriale e delle telecomunicazioni. Breve cronistoria. Era il 4 agosto scorso quando il board di Tim, chiamato ad accettare l’offerta di 1,8 miliardi formulata da Kkr per il 37% di Fibercop, embrione della si spera futura società della rete (AccessCo), fu fermato da una lettera firmata dal ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli e dal responsabile dell’Economia, Roberto Gualtieri.

EVITARE LA CONFUSIONE

Una storia ripetutasi con Enel,  proprietaria insieme a Cdp di Open Fiber, il player pubblico chiamato a far convergere i propri asset su quelli di Tim per dare vita alla tanto sospirata rete unica. Da mesi sul tavolo di Enel c’è l’offerta da 7,7 miliardi del fondo incursore australiano Macquarie (e forse di altri soggetti), intenzionato a rilevare la quota in mano al gruppo elettrico. Sull’offerta, il board di Enel (di cui lo Stato è azionista al 23,6%) non si è ancora pronunciato ma al governo c’è chi ha fretta di dare una spallata alla situazione e aprire ufficialmente cantiere rete unica. Analogie? Nemmeno per sogno, dice Debenedetti.

“L’episodio di Tim è completamente diverso da quello di Enel”, chiarisce Debenedetti. Perché “quello è stato un intervento del governo nel corso di un consiglio di amministrazione di una società privata e quotata di cui lo Stato è azionista indiretto (dp ha il 10%) per influenzare una decisione che stava prendendo. Così come diverso è quello di Atlantia a cui dice a chi deve vendere le sue quote in Aspi”. Insomma, questioni ben diverse e separate.

“In Enel”, prosegue l’economista, “lo Stato è socio di controllo, nomina i membri del consiglio di amministrazione. Quindi ha tutti i diritti di chiedere a Enel di prendere una certa decisione, nella fattispecie vendere una quota della sua partecipazione in Open Fiber a un investitore straniero, Macquaire, a un prezzo che consente a Enel di fare una ricca plusvalenza. Ed è chiaro che non esercita i suoi poteri di controllo a danno della minoranza”.

MACQUARIE, PERCHÉ SÌ

Non è tutto. Debenedetti condivide comunque la prospettiva di una vendita della quota di Enel al fondo straniero. “Qualcuno potrebbe obbiettare che la vendita modifica i rapporti all’interno di Open Fiber, di cui il governo è azionista tramite Cdp, e che quindi è in qualche modo parte correlata. Se così fosse, la cosa si complicherebbe, perché la decisione di vendere dovrebbe passare dal comitato parti correlate che è composto da consiglieri indipendenti. Tra l’altro uno di questi è Mariana Mazzucato, che è anche consigliera del presidente Conte. Una questione interessante per i cultori di corporate governance, ma che a me pare senza sostanza: non vedo quale interesse degli azionisti di Enel verrebbe lesa dalla vendita. Certo in teoria ci può sempre essere un domani qualcuno a pagare di più, ma vale sempre la regola del business judgment”.

DUE RETI MEGLIO DI UNA

Una cosa è certa. Debenedetti continua a rimanere scettico sulla creazione di una società unica della rete, una volta messi a sistema gli asset di Tim e Open Fiber. “Mi chiede se continuo a pensarla allo stesso modo sulla rete unica. Sì, io continuo a preferire la concorrenza sulla rete tra Tim e Open Fiber. Vi vedo più vantaggi, mentre gli svantaggi di doppi investimenti, ammesso che ci siano, possono essere facilmente ovviati da semplici accordi di buon senso”.

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