Il generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa e già capo di Stato maggiore della Difesa, torna sul caso F-35B con una lettera a Formiche.net. Risponde all’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, che a sua volta aveva replicato a una riflessione dedicata al 4 novembre, Giornata delle Forze armate

Finché ho potuto, ho evitato di commentare pubblicamente le scelte di altre Forze armate nella convinzione che il dibattito susseguente sarebbe stato rubricato come una lite da pollaio, dove ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Ma quando è troppo e troppo. Proprio su questa testata infatti, solo per aver auspicato una migliore integrazione tra Marina ed Aeronautica nell’impiego dell’F-35 B (qui il precedente articolo), sono stato oggetto di una inusitata reazione da parte di un ammiraglio che ha definito falsità le mie affermazioni, ed il cui pensiero mi auguro non rifletta quello della Marina militare.

Ma non è solo un moto di stizza che mi fa rompere un patto con me stesso, quello di tenermi fuori dalle poco edificanti liti domestiche, quanto la ormai assodata necessità di veicolare informazioni corrette verso l’opinione pubblica, le istituzioni, il Parlamento e ogni altro istituto pubblico coinvolto, altrimenti fuorviati dalle parole di chi, con valutazioni tra il grossolano e l’analfabeta aeronautico, divulga una serie di inesattezze e insensatezze che rischiano di mettere radici e diventare ipotesi verosimili, se non vere.

Venendo al dunque, il problema del corretto ed efficace utilizzo del sistema F-35 è alquanto complesso, abbastanza da scoraggiare le temerarie assertività di chi ne mastica poco e nonostante ciò entra a gamba tesa in ambiti riservati a chi, soprattutto per competenza istituzionale, sa di cosa parla. In altre parole, le condizioni ci sono tutte per aprire un dibattito, pur nella consapevolezza di una audience ristretta, poco ricettiva in un momento di ben altre drammaticità e comprensibilmente poco attrezzata dal punto di vista tecnico. Proprio per questo pare opportuno addentrarsi nel tema partendo da ciò che più viene recepito e compreso dall’opinione pubblica: l’uso delle risorse, ossia la verifica di un loro corretto utilizzo secondo lo slogan che la Difesa va ripetendo da tempo: “fare di più con meno”.

Invece l’ambizioso proposito, fortunatamente solo in sporadiche partite, pare essere interpretato in senso inverso, quasi che il target fosse di “fare di meno con più”. Come non collocare ad esempio in questa fattispecie il progetto di radiare la linea dei caccia AV-8B della Marina nel 2024, quando i velivoli non avranno ancora raggiunto la metà della loro vita operativa? A fronte di quattromila ore di volo utilizzabili per l’intero ciclo, si stima che nel 2024 ne saranno state volate appena 1.800; e da lì tutti i velivoli al macero. È un lusso che ci possiamo permettere quello di gettare alle ortiche più del doppio della vita di una flotta quando perfino i Marine Corps degli Stati Uniti hanno deciso di estendere al 2030 la permanenza in servizio dello stesso tipo di velivolo?

Parrebbe una boutade (ma lo è fino ad un certo punto), auspicare che l’intera flotta venga rilevata dall’Aeronautica; lei sì che la porterebbe fino ad esalare l’ultimo respiro come ha fatto con le linee F104, AMX e Tornado, facendo varcare all’AV-8B abbondantemente le soglie del 2030. Tutto questo tecnicamente si chiama spreco, e purtroppo è solo il primo esempio di una lista che ormai va messa a fuoco e valutata in tutta la sua portata, prima che i buoi lascino il recinto che si sta lentamente spalancando.

Altro punto di forte criticità sono i piloti della linea AV-8B; si contano veramente sulle dita di due mani o poco più, e rispetto a un ordinario pilota delle linee da combattimento, hanno volato circa la metà dello standard che la Nato indica come soglia per una proficiency accettabile: mediamente 80/100 ore annue a fronte delle 180 richieste. Tale condizione di macroscopico deficit addestrativo, e quindi capacitivo, si aggraverà ulteriormente quando quello stesso sparuto manipolo di piloti dovrà tenere in vita sia la linea AV-8B, sia la neonata F-35B. Come questo sarà possibile è un mistero, ma l’affanno di chi ha creato questo pasticcio è testimoniato ad esempio da un recente provvedimento riguardante uno di questi piloti, inviato prima a frequentare un lungo e costosissimo corso collaudatori negli Usa (altro spreco) e poi dirottato alla linea F-35.

Un’altra narrativa meritevole di attenzione è quella secondo cui isolarsi sulla base civile di Grottaglie e non accettare l’offerta di una struttura militare comune, quella di Amendola, sia fonte di risparmio. Anche su questa bizzarra ipotesi andrebbe fatta una analisi dei costi seria per capire come possa essere più vantaggioso mettere a punto ex novo o quasi una struttura idonea alle operazioni dell’F-35 rispetto alla loro dislocazione senza oneri su una base unica, nella quale lo stesso tipo di velivolo già opera dal 2016 con eccellenti risultati, testimoniati tra l’altro dai commenti ammirati di più delegazioni in visita alla base, tra cui statunitensi, britannici ed israeliani.

Se conviene stare insieme, come è intuitivo e verosimile che sia, la coabitazione operosa su una struttura unica pienamente attrezzata alle operazioni di ambedue le versioni A e B dell’F-35 è il minimo che deve essere chiesto con forza a una Marina recalcitrante, che giustifica il suo atteggiamento accampando ragioni di economia, vere solo in parte infinitesimale quando sull’altro piatto della bilancia si mettano tutti i vantaggi di carattere economico, operativo, amministrativo, capacitivo e non ultimo di sicurezza.

Forse è troppo auspicare un matrimonio di convenienza (per il Paese) tra le due forze armate, ossia un reparto integrato AM/MM, già “suggerito” dal Capo di Stato maggiore della Difesa e ipotizzato (per quello che può contare) tempo fa anche in un mio articolo sull’Huffington Post. Ma che almeno, per rispetto dei contribuenti, si instauri una dignitosa vita da separati in casa, con le risorse messe a fattor comune. Questo per cominciare, poi le cose potranno anche cambiare quando gli animi si rassereneranno.

Senza entrare nella dottrina di impiego delle forza aerotattiche, va poi messa in luce un’altra forma di spreco all’orizzonte, forse la più scandalosa agli occhi di un aviatore vero, ma la meno visibile ai non addetti ai lavori. L’F-35 non è un velivolo, o almeno non è solo un velivolo, ma uno straordinario moltiplicatore di forze, una piattaforma volante in grado di servire una molteplicità di utenti della più disparata natura purché messi in grado di dialogare tra loro, capace altresì di ricevere molteplici imput operativi da rielaborare e ridistribuire in un ciclo virtuoso in grado di interfacciarsi ed adattarsi a qualunque scenario, da quelli simmetrici a quelli asimmetrici o totalmente anomali.

llora pensare, come ha anche di recente lasciato intuire in Parlamento il capo di Stato maggiore della Marina, che l’F-35 sia una sorta di accessorio, un semplice ancorché moderno velivolo da lanciare da una unità navale, “un pezzo della portaerei a similitudine del radar, delle radio, dei missili, delle catene, delle ancore, delle posate della mensa etc…” è un’interpretazione totalmente riduttiva; è come avere tra le mani uno smart phone di ultima generazione ed usarlo come un telefono Brondi. Questo è il motivo (il principale insieme all’economia di scala) per cui la soluzione finale deve essere quella di una base aerea comune; si innescherebbe prima o poi, soprattutto tra i giovani meno segnati da un degenere e malinteso spirito di appartenenza, un’osmosi virtuosa, un trasferimento di mentalità, capacità e know how con i quali sfruttare appieno le potenzialità di un sistema di quinta generazione.

Nella disamina del percorso di entrata in servizio dell’F-35 c’è infine un aspetto che travalica l’ambito tecnico per chiamare in causa la politica, un aspetto anche esso rimasto finora in ombra, sul quale una riflessione è più che necessaria. L’Aeronautica militare sta radiando due flotte di velivoli, Tornado ed Amx giunti al capolinea: l’AMX nei prossimi mesi, gli ultimi pochi Tornado nei prossimi sei/sette anni. Per molti motivi il loro rimpiazzo, l’F-35, sta accumulando significativi ritardi di entrata in servizio e altri se ne potrebbero aggiungere. Ciò vuol dire che si sta creando una imprevista discontinuità tra il vecchio e il nuovo, un punto di debolezza nelle dimensioni capacitive della linea aerotattica, dei velivoli da combattimento.

In altre parole, uno sbilanciamento dello strumento militare a danno di una componente che, come una verifica di quanto sempre accaduto negli ultimi trent’anni potrà testimoniare, è stata sempre chiamata in causa, a volte essa sola, in tutte le aree di crisi in cui è stato necessario ricorrere alla forza. Allo stesso tempo si sta alimentando una forza armata, la Marina, per la quale la componente imbarcata è una articolazione accessoria rispetto ai compiti di istituto; e ciò che è più grave, l’immissione in linea di nuovi velivoli esalta la debolezza complessiva della componente a causa delle insuperabili, almeno nel medio termine, difficoltà a mantenere operative due linee contemporaneamente.

Perché le conseguenze di queste riflessioni non si prestino a immaginabili controdeduzioni, conviene richiamare ciò che la legge molto chiaramente recita in proposito. L’Art. 139 del Codice di ordinamento militare (COD) stabilisce che “l’Aeronautica militare, quale complesso delle forze militari aeree….costituisce la componente operativa aerea della difesa militare dello Stato”. Questo vuol dire che una crescente esiguità di mezzi, quale il programma di consegne degli F-35 ormai evidenzia, indebolirà chi con quei mezzi aerei deve provvedere alla sicurezza dello Stato.

Per contro, l’Art. 127 prevede che i velivoli imbarcati siano utilizzati “per integrare le capacità di difesa delle proprie unità navali”. Questo vuol dire che il rafforzamento della componente imbarcata della Marina, oltre a produrre l’eterogenesi dei fini, a conti fatti depotenzierà lo strumento militare nazionale nei suoi compiti primari (l’Aeronautica) senza migliorare quelli accessori (protezione delle unita navali o altri tipi di impiego). Questa è la lettura autentica, ineludibile, di quanto postula una legge del 2010 (e non Italo Balbo). Questo taglia la testa al toro, semmai tutte le considerazioni di buona amministrazione fatte precedentemente non fossero state, in buona o mala fede, convincenti. Da qui, le responsabilità di governo e Parlamento, perché prendano atto che le modalità di entrata in servizio operativo del sistema F-35 non configurano una banale ripartizione di mezzi all’una o all’altra forza armata, bensì identificano lo strumento al momento disponibile per assicurare la continuità della sicurezza dello Stato.

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