Un attacco spietato dei Boko Haram ha ucciso oltre cento persone nel nord della Nigeria. Il gruppo è uno dei tanti problemi che riguarda l’Africa, dove la crisi di sicurezza prodotta dal jihadismo si somma alle varie sensibilità del continente

Il coordinatore delle attività dell’Onu in Nigeria ha aggiornato la stima delle vittime di un attacco di Boko Haram: sono 110 le persone uccise dai jihadisti nigeriani, molte di loro sono state catturate e sgozzate. L’esecuzione di massa è avvenuta in una zona agricola nei pressi della città di Maiduguri, nel nordest della Nigeria, area che il gruppo intende controllare come un califfato islamico.

Le persone uccise erano lavoratori agricoli, arrivati nella zona da Sokoto, oltre mille chilometri più a ovest: erano lì per lavorare nei campi di riso. Boko Haram ha lanciato contro queste persone una campagna di persecuzione violenta: un mese fa, altri venti agricoltori erano stati uccisi. L’accusa è di voler colonizzare – secondo un piano con cui il governo vorrebbe allontanare la popolazione dalle istanze estremiste – le aree occupate dai jihadisti.

Secondo le denunce dell’Onu, oltre alle persone uccise ci sarebbero molte donne rapite. Questo di sabato scorso, le cui vittime non sono ancora del tutto confermate nel numero, è stato il peggior attacco del gruppo jihadista quest’anno e uno dei peggiori di sempre. Nato nel 2002, dal 2009 Boko Haram sta portando avanti una guerra contro il governo federale nigeriano che ha già prodotto – oltre ai morti per attentati – oltre 3 milioni di sfollati. Le attività del gruppo hanno sconfinato verso il Cameroon, il Niger e il Ciad, e sono oggetto di una campagna militare continua da parte del governo, che riceve assistenza da paesi occidentali, su tutti gli Stati Uniti.

L’ultimo attacco è avvenuto nei giorni in cui gli elettori andavano alle urne per elezioni locali – a lungo ritardate – nello stato di Borno. Il voto era stato ripetutamente rinviato a causa di un aumento degli attacchi di Boko Haram e di una fazione dissidente rivale, Iswap. Tra i due gruppi è in corso una competizione intra-jihadismo che ha visto aumentare le azioni sanguinose contro taglialegna, agricoltori e pescatori, accusati in sostanza di essere spie filogovernative. Il momento del voto permette ai gruppi terroristici di aver davanti soft target di ampie dimensioni e da colpire con maggiore facilità.

È il timore che gli analisti del Pentagono hanno riguardo al ritiro dalla Somalia, dove gli americani addestrano le Forze armate locali contro l’organizzazione jihadista al Shabab. A dicembre si voterà per il parlamento somalo, proprio mentre i soldati statunitensi saranno impegnati nelle operazioni per lasciare il Paese, secondo una volontà politica del presidente uscente. L’Africa è un moltiplicatore di crisi dove le questioni di sicurezza dovute alla presenza di gruppi jihadisti di vario genere si sommano alle sensibilità interne, alle problematiche umanitarie e agli interessi geo-strategici di diverse potenze mondiali.

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