“Loro fanno il loro mestiere, noi il nostro”. Enrico Borghi, deputato del Pd e componente del Copasir, spiega l’allarme del comitato sulle mire francesi verso Unicredit e Generali: “Qualcuno usa il risparmio degli italiani per finanziare attori esteri”. Cdp? Può diventare un fondo sovrano, ecco come

Enrico Borghi risponde al telefono con un sussulto di entusiasmo. “È una grande giornata”. Mentre gli ultimi spogli delle elezioni americane incoronano presidente Joe Biden, lui, democratico al di qua dell’Oceano, deputato del Pd, prima fila dell’area riformista, sorride compiaciuto. Ma non solo per le nuove dagli Usa. Questo venerdì è stato pubblicato il rapporto del Copasir (firmato da Borghi e dal M5S Francesco Castiello), il comitato di raccordo fra intelligence e Parlamento di cui fa parte, che accende un faro sulle banche e le assicurazioni italiane dopo nove mesi di audizioni martellanti a Palazzo San Macuto. Un via vai continuo, ventidue incontri (anche in pieno lockdown) con manager, Ad, agenzie di vigilanza e dell’intelligence, conclusi con un sonoro allarme: Unicredit, Generali e i titoli di Stato italiani sono nel mirino dei francesi.

Borghi, qualcuno potrebbe rispondere: si sapeva già.

Si sapeva che la Francia ha una pianificazione sistemica della politica economica. Un comparto dei Servizi dedicato alla guerre économique. Una concordanza di tutti gli attori in campo, governo, banche, imprese, finanza.

Allora cosa c’è di nuovo?

La creazione di un asse carolingio in Europa che guarda alla finanza italiana, in un momento di vulnerabilità dovuto alla pandemia. Francia e Germania si stanno dividendo i compiti. Fanno il loro mestiere, noi dobbiamo fare il nostro.

Avete suonato un campanello d’allarme su Unicredit. Perché?

Tre motivi. Il primo: è in atto un riposizionamento su scala estera degli impieghi derivanti dai risparmi italiani. Detto in parole semplici: preleva soldi dai risparmiatori italiani e li presta a soggetti esteri. Il secondo: è in corso un disimpegno dall’Italia. Il piano industriale Team23 annunciato da Jean-Pierre Mustier (l’Ad, ndr) a giugno lancia un segnale in questa direzione. Taglio di 8000 dipendenti, di cui 6000 in Italia. Chiusura di 500 filiali, di cui 450 italiane. Tre: una progressiva dismissione di titoli di Stato italiani.

Mi scusi, ma queste non sono scelte di mercato?

Noi non entriamo nel merito delle scelte aziendali, l’Ad risponde ai suoi azionisti. Però abbiamo il dovere di segnalare che, in un momento in cui le istituzioni bancarie sono chiamate a sostenere lo sforzo nazionale, c’è un movimento opposto.

Quindi che si fa? Si torna alle nazionalizzazioni?

No, nessuno vuole una nuova Iri. Ripeto, noi vigiliamo e, come Parlamento, abbiamo il dovere di riferire. Nel rapporto riportiamo notizie preoccupanti su possibili fusioni di Unicredit con player stranieri. Commerzbank, Credit Agricole, Societe Generale. Parliamo dell’indipendenza della seconda banca nazionale.

Indipendenza che, secondo voi, è a rischio anche per Generali, il campione nazionale delle Assicurazioni.

Generali è un player di primaria importanza, ha in pancia miliardi di euro in titoli di Stato. Abbiamo rilevato i rischi di una eventuale cessione alla francese Axà. Il 3,5% dell’intero debito pubblico italiano finirebbe in mano a un soggetto fuori dal Paese. Ma c’è di più.

Prego.

Il sistema assicurativo italiano ha un alto tasso di digitalizzazione, specie nel ramo Rc Auto. Un terzo delle assicurazioni è online: sono meno dispendiose e più redditizie. Con una cessione a un soggetto estero si trasferirebbero milioni di dati sensibili personali. La più bassa tassazione sulle assicurazioni in Italia rende poi il mercato particolarmente appetibile.

Ai francesi, di nuovo. Perché?

L’interesse francese verso questo settore è in continua crescita. Ci sono tanti casi recenti. Roma Vita e Cisalpina Previdenza entrate nel gruppo Cnp Assurance Sa, controllato dal ministero delle Finanze francese attraverso Caisse de Depots et consignation. O ancora la Compagnia nuova tirrena nel gruppo Groupama. Con Generali però è in ballo una fetta importante del debito pubblico italiano.

L’altra faccia del rapporto guarda alle banche italiane. Un altro doppio allarme: crediti deteriorati e Npl.

Il vero problema è il Calendar provisioning introdotto dalla Bce su iniziativa della Germania. L’attuale disciplina degli Npl e degli Utp, che rischiano una svalutazione fino al 100% in tre anni, deve essere rivista. Si devono ripatrimonializzare e ricapitalizzare. Possono avere ricadute sull’occupazione, il sistema economico. Sulle banche stesse, che invece di concedere i propri fondi al credito e alle aziende, devono trattenerli per una ricapitalizzazione forzata.

Non solo le banche hanno un problema di capitalizzazione. Una settimana fa avete acceso i riflettori su Leonardo S.p.a. Perché?

Perché è una grande azienda strategica che in questo momento è sottocapitalizzata in Borsa e può essere oggetto di speculazioni estere. Bisogna capire se qualcuno vuole favorirle in casa nostra. Non possiamo accettare un’operazione di auto-castrazione nazionale.

Chiudiamo con le soluzioni. L’Italia ha gli strumenti per difendersi?

Sì, e voglio dirlo chiaramente. Siamo un grande Paese del G7, dobbiamo dismettere l’habitus dell’Italia rinascimentale, fatta di tanti piccoli staterelli che aprivano le porte alle campagne d’Italia di Francia e Germania. I fondamentali del Paese sono solidi. Tutti parlano del debito, nessuno del valore patrimoniale del Paese, 4500 miliardi di euro fra depositi e patrimonio immobiliare.

Nella relazione parlate di un nuovo ruolo per Cassa depositi e prestiti. Quale?

Può essere immaginata come un fondo sovrano, ma si devono adeguare gli strumenti operativi. Per farlo dobbiamo ricondurre la sua attività a un esercizio di controllo e indirizzo del Parlamento, in una logica di check and balance. La vicenda di Borsa Italiana (acquistata da London Stock Exchange con una cordata di Cdp, Intesa San Paolo ed Euronext, ndr) dimostra che quando si fa sistema, si vince.

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