In attesa di conoscere il verdetto finale delle elezioni americane, Gennaro Malgieri spiega su Formiche.net perché non c’è alcun legame tra la probabile sconfitta di Donald Trump e la fine del populismo

Ci si chiede, in attesa del verdetto finale delle elezioni americane, se alla probabile sconfitta di Donald Trump seguirà anche la fine del populismo. La prima ed il secondo non sono così legati, come potrebbe sembrare. Il “trumpismo” è una forma tutta statunitense di una stagione politica segnata dalla rivolta di ceti che si sono riconosciuti nell’America first del presidente, eccitati dalla prospettiva di riprendersi ciò che sembravano aver perduto con Obama alla Casa Bianca.

In realtà si è trattato di un’illusione, alimentata da Trump stesso, che ha avuto gioco facile nell’individuare “nemici” deboli negli immigrati, soprattutto, ed “amici” in cerca di protezione in coloro che costituiscono la fascia meno protetta e più fragile dell’America che lo hanno  riconosciuto come antagonista dell’establishment che li ha quasi ridotti in miseria. Poco ha influito la politica presidenziale sulla disperazione crescente e sull’impoverimento montante se Trump non ha varato, in alternativa a quella di Obama (tutt’altro che esaltante), una seria riforma sanitaria, se non ha abbassato le tasse per come ci si attendeva, se non ha creato i posti di lavoro promessi, se il Paese ha perso la sua centralità nella politica internazionale e se nella partita con la Cina è risultata ampiamente soccombente.

Il populismo americano si è nutrito del “mito” del nemico a tutti i costi. E Trump ha fatto di conseguenza la sua parte. Con gran sconcerto da parte del mondo conservatore che populista non è stato mai, dai tempi di Abramo Lincoln fino a Reagan e ai due Bush.

È avvenuta una sorta di mutazione genetica nel Partito repubblicano che da tempo vivacchia come può, godendo di rendite di posizione riflesse nella riconquista della maggioranza del Senato: in altri termini il suo potere continua a fondarsi su personalità localmente “votabili”, ma non riesce a tirar fuori un leader capace di rivitalizzare il Grand Old Party. L’ultimo è stato John McCain, sconfitto prima da Obama grazie anche all’infelice scelta di farsi affiancare da Sarah Palin come vice e poi dal cancro che se l’è portato via. McCain da vero conservatore detestava Trump e sua moglie ha fatto un endorsement in favore di Biden pur dichiarando di restare repubblicana. Lui avrebbe potuto rinvigorire il mondo conservatore e proporsi come realista contro il populismo piuttosto becero di Trump.

Non è tuttavia credibile che se il presidente uscirà davvero e definitivamente dopo questi giorni tormentati post-elettorali, il populismo svanirà come d’incanto. Una “vena” populista troverà altre strade e non è detto che non  emergerà in forme nuove, ma non  troverà in un partito come il repubblicano la casa accogliente degli ultimi quattro anni poiché l’America sente il bisogno, che non sappiamo se sarà soddisfatto da Joe Biden insieme con Kamala Harris, di una politica di grande respiro non certo votata al conflitto permanente.

Di conseguenza tutti coloro che in Europa hanno visto in Trump una sorta di nume tutelare resteranno muti davanti al suo inevitabile declino (potrebbe non essere definitivo questa volta, intendiamoci) poiché la sua parabola politica ha imboccato il viale del tramonto, non nella maniera clamorosa che ci si attendeva, ma in modo comunque irreversibile per il semplice fatto che lui come presidente non ha più nulla da dire ed i repubblicani se non si affrettano a trovare un altro riferimento, a costruire una nuova leadership, finiranno per perdere tra due anni le elezioni di medio termine alla Camera dei rappresentanti in maniera più vistosa di quanto è accaduto in quest’ultima occasione e, soprattutto, si alieneranno quel blocco sociale che li ha sempre sostenuti perfino nei momenti più bui, dalla sconfitta di Goldwater nel 1964 (che poi ricostruì in grande stile il partito) al Watergate che pure rappresentò, nel buio che calò sul Grand’ Old Party, il momento della rinascita culminata con la vittoria di Ronald Reagan quarant’anni fa e la sua presidenza “imperiale” che contribuì a mutare il volto del pianeta.

I sostenitori europei di Trump, come Salvini – la Meloni è un caso a parte: non si capisce fino a che punto è trumpiana e quanto sia davvero riformista e conservatrice rappresentando il vertice di questa famiglia politica europea – è verosimile che prendano le distanze, ma non è detto che abbandonino il populismo che è la sola carta che possono giocare nelle attuali circostanze non avendo una visione coerente intorno alla quale costruire una politica nuova.

Lo “sbandamento” trumpiano è durato il tempo che Trump ha occupato la Casa Bianca. Già si era affievolito quando Steve Bannon, inviato in Europa per costruire un ridicolo fronte sovranista, fece i bagagli e riattraversò l’Oceano. Nessuno si immolerà per il presidente uscente, semmai dovesse essere sconfitto. Del resto, gli elementi del populismo europeo, e di quello italiano ancor di più, sono profondamente differenti da quelli americani, immigrazione a parte. E del resto non si capirebbe perché i populisti nostrani dovrebbero riconoscere a Trump ancora una sorta di leadership ideale posto che i suoi obiettivi non hanno soddisfatto le aspettative populiste.

Oltretutto anche l’ostilità di Trump verso l’Unione europea non è più funzionale ai populisti continentali che si stanno riposizionando avendo sperimentato l’inanità del loro progetto: Salvini è in fase di distacco dalla Le Pen, dall’Afd tedesca e dall’olandese Geert Wilders; la Meloni presiede il movimento riformista-conservatore; Òrban si tiene ben legato ai Popolari europei e non ci pensa neppure a fare il populista estremista; Farage ha ballato una sola estate…

Il populismo declinerà, comunque, se il realismo politico prevarrà, soprattutto nelle famiglie che si richiamano ad un destra nazionale ed europea. Che con Trump – come abbiamo visto – non ha niente a che fare. A cominciare dallo stile.

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