Ospite dell’evento di Formiche “G20 e COP26, la sfida per l’Italia”, il consigliere diplomatico di Giuseppe Conte detta l’agenda della presidenza italiana dei due appuntamenti internazionali. Ambiente, clima, tech, ma anche commercio e reciprocità. Via della Seta cinese? “I vantaggi sono stati limitati”

Mentre la politica e la stampa italiana si appassionano a crisi vere o ventilate, rimpasti e riassetti, c’è una macchina che lavora alle sfide che attendono al varco l’Italia nel 2021. Due, su tutte, scandiranno un anno “di cerniera” per il Paese: la presidenza italiana del G20 e del COP26.

Ci lavora, dietro e davanti alle quinte, uno degli uomini più fidati del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Piero Benassi. Consigliere diplomatico a Palazzo Chigi, una lunga carriera da feluca, per quattro anni ambasciatore d’Italia a Berlino, è lo “sherpa” dei due appuntamenti chiave per rilanciare l’immagine (e il peso) internazionale del Belpaese. “Sarà una grande vetrina”, dice lui, ospite per un’ora di intervista con esperti e politici all’evento di Formiche “G20 e COP26, la sfida per l’Italia” insieme alla direttrice di Formiche Flavia Giacobbe.

Se la doppia presidenza è un compito di indiscusso prestigio per il governo italiano, così come il Global Health Summit che lo Stivale ospiterà nel 2021, è il contesto internazionale a farne un formidabile banco di prova per il soft power tricolore nel mondo. Un’Europa, quella di Ursula von der Leyen, pronta a imboccare la via tortuosa dell’“autonomia strategica” nel mondo digitale e a fare i conti con un anno di pandemia del Covid-19. La presidenza americana di Joe Biden, che promette un corposo riassetto dei rapporti transatlantici dopo quattro anni di isolazionismo targato Donald Trump e a rimettere al centro dell’agenda la questione ambientale. Sullo sfondo, infine, la nuova Guerra Fredda tech fra Stati Uniti e Cina.

“Il G20 è l’unico foro dove siedono i due grandi rivali di questo secolo, Stati Uniti e Cina – dice il consigliere del premier – si può puntare a trovare una convergenza sulle grandi tematiche, dal Climate change agli strumenti finanziari di Bretton Woods”. Tutto ruota intorno alla “formula delle tre P: people, planet, prosperity”. Non è vuota retorica ma un trinomio pieno di significato, si affretta a chiarire. “Se non partiamo e non finiamo con il cittadino, il G20 non avrebbe senso. Cittadinanza, pianeta, ripresa sono i tre punti cardinali. E quando parliamo di persone, intendiamo riduzione delle disuguaglianze, ma anche diritti umani, empowerment delle donne, lavoro precario e occupazione giovanile”.

Certo, ricorda Benassi, il G20 è per definizione un foro economico. E dunque l’Italia avrà l’occasione di dire la sua (non accade così spesso) anche sulla governance economica internazionale. “Il debito pubblico non deve diventare un fattore scatenante della prossima crisi, specie nei Paesi in via di sviluppo”. Ma economia significa anche commercio, dunque reciprocità. Qui l’ambasciatore solleva un tema geopolitico non da poco.

“La reciprocità nel procurement o la regolamentazione del commercio internazionale fra grandi player come Ue e Cina saranno al centro del dibattito”. Così come la via della Seta cinese. “Ricordo la polemica forte, e comprensibile, che partì un anno e mezzo fa quando l’Italia ha aderito. I progressi che ne sono derivati sono stati limitati – ammette Benassi – perché, a differenza degli altri Paesi Ue, inserimmo in quel memorandum concetti come sostenibilità finanziaria e ambientale, level playing field, che dovrebbero essere l’architrave di qualsiasi accordo internazionale. Se trovassimo anche solo su questo una convergenza, sarebbe un successo”.

Il Cop26 non è una tappa da meno. I precedenti non sono rosei, se è vero che il Cop25 presieduto dal Cile si è chiuso senza una fumata bianca e con un irrisolto braccio di ferro fra Ue e Brasile sull’articolo 6 degli accordi di Parigi del 2015 per la riduzione delle emissioni di CO2. È un treno che l’Italia non può mancare, dice Benassi, incalzato dalle domande di tanti addetti ai lavori, dall’ex ministro all’Ambiente Corrado Clini al presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli, da Pierferdinando Casini all’ex ministro della Salute Maria Pia Garavaglia.

La co-presidenza con il Regno Unito, spiega, permetterà di costruire un “ponte sulla Manica” con gli inglesi all’indomani di una Brexit no-deal. “La transizione green non implica solo un maggior uso delle rinnovabili ma un impegno complessivo per migliorare l’efficienza energetica. Per abbattere le emissioni, salvaguardare ambiente e biodiversità avremo bisogno di uno sforzo nazionale tanto della Pa quanto del mondo privato”.

Una battaglia, quella per l’ambiente, che assume significato con i fondi europei per la ripresa, che solo per l’Italia dedicheranno alla causa 74 miliardi di euro. Il Next generation Eu, chiude Benassi, sarà il convitato di pietra di G20 e Cop26. “È un cambiamento epocale, impensabile fino a un anno fa. Per quattro anni, da ambasciatore a Berlino, mi sono abbeverato mio malgrado alla dottrina Schauble. Il salto di qualità dell’Ue rispetto alla gestione del caso-Grecia nel 2010 e nel 2014 è enorme. Non possiamo sprecare quest’occasione”.

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