La Difesa di Tokyo annuncia nuovi assetti militari per proseguire nel piano di riarmo con cui spingere la deterrenza regionale e la rinnovata profondità strategica e trovare punti fermi dopo la pandemia. Il Giappone “sente ora il bisogno di mettere dei punti fermi per ripartire”, spiega Fischetti, esperto in politica internazionale dell’Asia orientale

Missili d’attacco e cacciatorpedinieri armati con dispositivi anti-aerei Aegis. Sono questi i nuovi pezzi che il Giappone sta introducendo tra i suoi armamenti secondo quanto annunciato dal ministro della Difesa, Nobuo Kish. Kishi ha parlato in una riunione del Partito Liberal Democratico dedicata alle questioni di difesa e sicurezza che il governo di cui fa parte intende sviluppare, sia in termini difensivi che offensivi. Le parole del ministro hanno ricevuto pieno sostegno dai parlamentari del partito di cui il premier Suga Yoshihide è presidente. Tokyo si  arma, ma non è una novità, semmai una conferma.

I nuovi assetti hanno due obiettivi. Il primo, i missili d’attacco, è l’elemento più interessante. Secondo Kish saranno sviluppato su una tecnologia modificata dalla Mitsubishi, e serviranno a dotare l’Arcipelago di una capacità first strike contro rivali come Corea del Nord e Cina. L’intento di costruire deterrenza è evidente, già anticipato da Abe Shinzo prima delle dimissioni — questione spinosa se si considera la costituzione pacifista giapponese e l’intento di “autodifesa” assegnato già nel nome alle Forze armate. Tuttavia a Tokyo è in atto da tempo un completo ripensamento strategico, frutto di un cambiamento di schema che ormai è chiaro: gli Stati Uniti chiedono coinvolgimento agli alleati regionali; Pyongyang ha dimostrato con tutta una serie di test di aver capacità di colpire il Giappone; la regione in cui è inserito sta diventando sempre più sinocentrica e occorre correre ai ripari in vari modi.

Condizioni che impongono la costruzione di una profondità geopolitica e strategica. Un neo-protagonismo non egemone su cui gli Usa non sono contrari – anzi, apprezzano e partecipano all’impegno – sebbene lo sviluppo nipponico di alcuni armamenti si abbini alla rinuncia ad altri americani. L’immagine plastica sta nell’annullamento del dispiegamento degli Aegis Ashore — sistemi antimissile statunitensi — nelle basi missilistiche delle prefetture di Yamaguchi e Akita.  Le scuse usate per annullare l’offerta di Washington sono state i costi e le proteste dei locali (attaccati al pacifismo costituzionale con leve politiche usate dall’opposizione), ma come nel caso della “Nato Asiatica”, il Giappone sta cercando una propria autonomia strategica.

Volontà che si rivede anche nella costruzione di partnership militari con alleati regionali (o nell’accordo politico, prima che economico-commerciale con gli inglesi), e ancora nella scelta dell’altro tipo di armamenti annunciato nei giorni scorsi da Kish. Sviluppare due cacciatorpedinieri con sistemi Aegis permette di aggirare il problema del dispiegamento a terra degli impianti americani (quelli “annullati” a giugno di quest’anno) e di essere dotati di due impianti anti-missilistici più agili. Tutto in un quadro chiaro: il riarmo dell’Indo-Pacifico, ambito in cui Washington dà privilegio nel confronto con Pechino e dove intende dare forza istituzionale all’alleanza con Tokyo, New Delhi e Camberra (il Quad).

Che Giappone ci troviamo davanti quali sono le priorità di Tokyo? “Il Giappone si trova in un momento di transizione — risponde Andrea Fischetti, esperto in politica internazionale dell’Asia orientale – nel quale sta cercando stabilità. Con il mandato di Trump già debole in estate, Tokyo rifiutò l’offerta americana per dedicarsi in modo pragmatico ai suoi obiettivi a medio termine”.

Quali sono? “In primis — continua Fischetti — assicurarsi dei mezzi adatti per difendersi dalla minaccia della Corea del Nord, forse meno presente sui titoli dei giornali ora, ma sempre rilevante nelle agende delle élite politiche nipponiche. Non meno importante, cogliere l’occasione per sfruttare il raffreddamento della diplomazia bilaterale con Pechino, anche dovuto alla mancata visita di Xi Jinping (ip segretario del Partito Comunista Cinese, ndr) a causa della pandemia e alle rinnovate incursioni cinesi nelle acque territoriali del Giappone, per compiere un piccolo ma significativo passo in ambito militare”.

Seppur non grave come in altri paesi a livello sanitario, l’esperto italiano ricorda che la crisi indotta dal COVID-19 ha avuto “gravi ripercussioni economiche e soprattutto politiche sul Giappone, e dopo il passaggio di potere al Kantei, si sente ora il bisogno di mettere dei punti fermi per ripartire”.

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