Da Washington e Bruxelles escono posizioni severe sulla Turchia, con cui però si dovrebbe tenere aperto il dialogo.  Conversazione con l’ex ambasciatore Marsili

Due fonti della Bloomberg rivelano che presto gli Stati Uniti sanzioneranno la Turchia per l’acquisto dei sistemi anti-aerei S-400 prodotti dalla Russia. Il Congresso avrebbe inserito la misura punitiva nel bilancio per la Difesa: un provvedimento che arriverebbe dopo un anno dalla consegna delle prime batterie. Washington come la Nato le considerano problematiche perché non integrabili con gli altri sistemi dell’alleanza e perché avrebbero capacità di registrare le caratteristiche di unità eccezionali come gli F35. Non a caso gli americani hanno vietato la vendita ad Ankara di quegli aerei che rappresentano la via della seta delle alleanze militari (e non solo) americane – formalmente per paura che attraverso i radar integrati negli S-400 filtrasse verso Mosca qualche informazione su cosa rende unici quei caccia del futuro, informalmente per punire la Turchia di una politica avventuristica nell’East Med e non solo.

La volontà sanzionatoria americana segue una traiettoria storica: Washington teme che Ankara sviluppi un’eccessiva penetrazione in un’area composita che si allarga dal Nord Africa al Corno, sale sul Mediterraneo orientale, attraversa la sponda balcanica e arriva in Caucaso. Sotto questo punto di vista, il provvedimento che forse sarà varato dall’attuale amministrazione potrebbe trovare continuità nell’atteggiamento della successiva, sotto la presidenza di un Joe Biden che ha già fatto capire apertamente di non apprezzare troppo le autarchie come quella instaurata da Recep Tayyp Erdogan. Una posizione che potrebbe modificare il contenimento delle mire espansionistiche nel Medio Oriente da una linea Iran-oriented, spostando l’attenzione americana non più sulla Repubblica islamica – considerata indebolita e ri-agganciabile in un qualche accordo – a una centrata più su Ankara e Erdogan.

Contemporaneamente alle indiscrezioni fatte arrivare dal governo statunitensi ai media, da Bruxelles i capi di Stato e di governo dell’Ue riuniti in consiglio hanno deciso di allungare la lista delle entità e degli individui turchi sanzionati e attuare contro Ankara nuove misure contro le attività nella posizione Est mediterranea – le esplorazioni energetiche definite “illegali”. Una decisione più di forma che di sostanza. su cui il ministero degli Esteri turco ha risposto: “Respingiamo l’approccio fazioso e illegale verso le questioni di Cipro, del Mediterraneo orientale, dell’Egeo delle questioni regionali, che sappiamo non viene adottato dalla maggior parte dei Paesi Ue, ma che è stato inserito nelle conclusioni del summit del 10 dicembre per solidarietà e per le pressioni dei veti”. Erdogan ha poi sottolineato in una dichiarazione a parte come la decisione definitiva sia stata una sconfitta per chi nell’Ue voleva azioni più drastiche – sottinteso la Francia, che nel corso dell’ultimo ha alzato il livello di severità nei confronti della Turchia.

Per il presidente turco, i Paesi Ue di “buon senso hanno sventato il piano” contro la Turchia “mostrando un approccio positivo”. Che cosa ci troviamo davanti? L’approccio verso Ankara di Stati Uniti e Unione europea è sovrapponibile, sarà comune e più severo, oppure abbiamo dei distinguo? “Penso che sarà simile ma non sovrapponibile — risponde Carlo Marsili, diplomatico italiano che dal 2004 al 2010 ha ricoperto il ruolo ambasciatore in Turchia — nel senso che l’Unione Europea dovrebbe tener presente soprattutto l’esigenza di non chiudere il dialogo sul processo di adesione della Turchia mentre gli Stati Uniti dovrebbero comunque salvaguardare il contributo di Ankara in seno alla NATO. In altre parole, l’Unione Europea è in debito verso la Turchia avendole bloccato l’apertura dei principali capitoli politici del negoziato di adesione con pretesti poco plausibili”.

Secondo Marsili, se ancora si volesse rinviare un approccio collaborativo in questo settore (“e sarebbe comunque un errore”, dice) bisognerebbe almeno ammodernare l’Unione Doganale nell’interesse di tutti e abolire gradualmente i visti di ingresso in Europa per i cittadini turchi. “Quanto agli Stati Uniti — continua l’ambasciatore — il recupero della Turchia potrebbe passare attraverso un processo di sostituzione alla Russia per quanto riguarda la difesa missilistica, rivedendo la propria posizione in merito alla cessione dei missili Patriot”.

E sul Mediterraneo Orientale? “Vi è uno sforzo congiunto possibile. La Turchia ha ragione rifiutandosi di accettare quanto Francia, Grecia e Cipro vorrebbero imporle su acque territoriali e zona economica esclusiva. La loro misurazione dovrebbe partire dalla piattaforma continentale e non dalle isole greche, ad evitare che un Paese con 1700 km di coste quale la Turchia si veda praticamente bloccato l’accesso al mare. Qui non si tratta di Erdogan , nessun governo turco potrebbe accettare la situazione attuale”.

L’ex ambasciatore italiano si dice colpito “molto negativamente che Francia Austria Grecia e Cipro facciano orecchie da mercante”. “Infine – aggiunge – c’è la questione di Cipro. Certo, la repubblica del nord è riconosciuta solo dalla Turchia. Ma esiste una collettività turco-cipriota che, a differenza di quella greca, si era a suo tempo espressa in favore della riunificazione. La questione cipriota va affrontata con spirito costruttivo, e l’Unione Europea dovrebbe farsene carico senza acritici sostegni a chi vuole lasciare le cose come stanno”.

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