In Medio Oriente c’è chi rema contro la stabilità. Mentre l’Is torna a farsi vivo a Baghdad, Riad finisce per due volte in quattro giorni sotto attacchi aerei (dallo Yemen o dall’Iraq?). Ci sono forze che nel rimodellamento pragmatico della regione vedono un pericolo esistenziale

Poco prima delle una di pomeriggio di martedì 26 gennaio, due pennacchi di fumo hanno segnato il cielo di Riad. Dalla capitale saudita si racconta che due esplosioni hanno attirato l’attenzione delle persone per strada, che hanno alzato gli occhi al cielo e visto le scie in aria. Quasi certamente si è trattato di un’intercettazione di un attacco – con droni? – da parte delle difese aere del regno. D’altronde non sarebbe la prima volta che succede – per esempio, i ribelli yemeniti Houthi hanno provato a colpire con dei droni kamikaze l’Abha International Airport nell’agosto scorso, o ancora il gigantesco attacco aereo (missili e droni) contro due impianti petroliferi a metà settembre 2019.

Domenica 24 gennaio, il dipartimento di Stato americano ha diffuso una dichiarazione riguardo a un altro attacco, avvenuto sabato 23 gennaio, sempre su Riad. “Stiamo raccogliendo ulteriori informazioni, ma sembra che sia stato un tentativo di prendere di mira i civili. Tali attacchi violano il diritto internazionale e minano tutti gli sforzi per promuovere la pace e la stabilità. Mentre lavoriamo per allentare le tensioni nella regione attraverso una diplomazia di principio, anche ponendo fine alla guerra in Yemen, aiuteremo anche il nostro partner Arabia Saudita a difendersi dagli attacchi sul suo territorio e terremo conto di coloro che tentano di minare la stabilità”, scrive Foggy Bottom.

Anche l’attacco di sabato era stato intercettato dalle difese aeree saudite. Una condanna simile a quella americana era arrivata da altre cancellerie internazionali – Francia, Germania e Regno Unito) – e soprattutto una nota è uscita dal Qatar, con una condanna per quanto successo diretta contro i ribelli yemeniti Houthi; e con l’Arabia Saudita viene definita “regno fraterno”. Parole che sono conseguenza della riconciliazione avviata il 5 gennaio tra Doha e i regni del Golfo (dopo che per oltre tre anni i qatarini erano stati messi sotto embargo totale da Riad).

In realtà gli Houthi non hanno rivendicato l’attacco di sabato, anzi hanno negato ogni coinvolgimento, invece l’ha fatto una milizia irachena che si è firmata Brigata al-Wa’ada al-Haq, la Brigata della Giusta Promessa. Il gruppo non è noto, come non sono noti attacchi contri i sauditi di entità paramilitari irachene – spesso collegate a doppio filo con l’Iran, nemico esistenziale e geopolitico di Riad. Nella rivendicazioni i miliziani della Giusta Promessa accusano strumentalmente l’Arabia Saudita dell’attentato dello Stato islamico di qualche giorno fa a Baghdad. Non ci sono collegamenti tra l’Is e Riad, anzi i baghdadisti detestano i sauditi perché amici dell’Occidente e considerati takfiri, ma l’accusa è una forma classica della dialettica fanatica che certe formazioni pronunciano continuamente.

L’attentato di Baghdad e gli attacchi a Riad però hanno in comune un denominatore. Mentre nel Medio Oriente allargato è in corso una fase di rimodernamento verso posizioni più realiste e costruttive, ci sono forze in campo che hanno interesse nella destabilizzazione. Se da un lato c’è il comunicato con cui il Qatar chiama l’Arabia Saudita – da cui è divisa di interessi distanti – “regno fraterno”, oppure il processo delicato degli Accordi di Abramo per la costruzione delle relazioni tra Israele e diversi paesi arabi, dall’altro ci sono gli Houthi e le milizie sciite controllate dall’Iran o i gruppi radicali sunniti come l’Is che tendono a scombussolare il quadro in costruzione.

È come se – complice l’entrata in carica dell’amministrazione Biden, con un processo già iniziato sotto quella precedente – molti Paesi della regione stessero cercando di dimostrarsi honest broker davanti agli americani, mentre altre forze interne alla regione cercano di distruggere il quadro. In questo, anche l’Iran come governo Rouhani cerca di mostrarsi positivamente (al di là della retorica necessaria per mantenere la posizione di resilienza che dura da mesi e mesi), ma fatica a controllare forze che dall’interno della Repubblica islamica tendono alla destabilizzazione regionale, all’ingaggio costante e continuo. Una condizione da cui ottengono tornaconto economico, gruppi legati all’ala dei Pasdaran connessa con l’industria della difesa (tra questi gli Houthi e quasi tutte le milizie irachene), e senza la quale perdono senso esistenziale.

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